domenica 27 maggio 2018


Le piccole lapidi degli anni facili:
un libro di Giovanni Pacchiano

Nella Linea d’ombra, Conrad parla del periodo in cui ci si accorge di dover “lasciare alle spalle la regione della prima gioventù”, e descrive un drammatico passaggio al tempo della responsabilità e della durezza dell’età matura. Gli anni facili, di Giovanni Pacchiano, Bompiani, sono invece proprio quelli della prima gioventù, vissuti prima di affacciarsi alla linea d’ombra, che stanno tra l’adolescenza e la maturità e che però, anche se non sono ancora pervasi dai problemi, dai conflitti e delle ansie della vita lavorativa, non sono solo il periodo incantato di cui parla Conrad. Anzi.
I protagonisti del romanzo di Pacchiano sono gli studenti universitari milanesi degli anni Sessanta, vivono gli anni relativamente tranquilli che precedono il Sessantotto, hanno le prime esperienze sessuali, i conflitti tra ragione e sentimento, scoprono le contraddizioni  delle differenze di classe, incontrano i primi drammi, si scontrano con i genitori e fanno per la prima volta i conti con personaggi violenti e infidi. Sullo sfondo, un’università che non è ancora animata dalla contestazione, ma in qualche modo ne ha il presentimento; la guerra fredda e la crisi di Cuba;  la minaccia della guerra nucleare; le prime minigonne; il jazz e il rock; e l’aprirsi di un nuovo orizzonte culturale, con le letture che accompagnano gli anni dello studio, e il confronto con professori ed esami.  
Se il tessuto della narrazione è costituito soprattutto dell’intrecciarsi di piccole e grandi faccende sentimentali, in realtà tutto porta alla scoperta delle tensioni ultime della vita alla quale si affacciano i personaggi. Una relazione con una ragazza che si desidera ma non si ama, il complicato sentimento per una donna matura, la delusione nei rapporti di amicizia sono momenti di un affresco che comprende la musica, i suoni, i film, i libri di un’epoca di passaggio. Qui l’accumularsi degli elementi di formazione di quel periodo è illuminante: Feliditade, Orfeo negro, Henry James, Rimbaud, Accattone, Giuseppe Berto, Venere in visone, Frankie Lane, Alba de Cespedes. E’ un patrimonio culturale  che mescola alto e basso, e segna il maturare della prima generazione che, in Italia, non ha conosciuto né il fascismo né la guerra. Un’Italia che si affaccia al benessere nella quale, magari con qualche sacrificio, si studia, si viaggia e si pratica lo sport, come per le generazioni precedenti hanno potuto fare solo i privilegiati.
Come deve accadere, la nuova libertà della generazione del dopoguerra comporta nuove responsabilità, malinconie e delusioni. Pacchiano riesce a trovare la chiave per descrivere la tipica propensione all’autoanalisi e alle riflessioni che quel’età  porta a fare sulle ipocrisie che comportano i rapporti umani. La scoperta che “ognuno di noi ha un segreto da nascondere. Invisibile nella vita quotidiana anche per quelli con i quali viviamo”. Colpiscono le descrizioni della natura, in montagna, l’idea che i laghetti nascosti siano metafore dei misteri della vita, le mestizia dei giorni di pioggia incessante, che in città ci lascerebbero indifferenti ma lassù diventano una situazione asfittica di chiusura e di noia, la libertà del camminare e del sentire la vitalità del proprio corpo. E insieme capire che lo sconfinare nel romanticismo è un’illusione, “anche se aiuta a esistere”. 
E’ vero, ha ragione Conrad, c’è stato, per chiunque li abbia vissuti, quegli anni, una sorta di febbre, di bisogno di consumare tutto quello che ci trovavamo davanti, la sensazione di essere in “un giardino incantato dove anche le ombre splendono di promesse”. Ma c’è stato anche l’apparire di un limite a tutto questo, la consapevolezza della dimensione effimera di quelle estati senza impegni, finiti gli esami, che sembravano eterne, la città vuota. E quell’immergersi in discorsi senza fine con amici e ragazze che immaginavamo fossero rapporti imprescindibili e che poi si sono smarriti nell’ordinata vita adulta. Non è una stagione tutta vivida vitalità, corporea saturazione dei desideri. E’ un tempo che fa presagire la linea d’ombra, e comporta malinconie e piccole disperazioni, lacerazioni e svelamenti. E’ vero che sono anni facili,  fatti di “giorni veloci come le nuvole in cielo nella giornate di grande vento”. Pacchiano le descrive con la consapevolezza del fatto che sono quelli che ci hanno formato, che hanno lasciato un segno indelebile, e insieme che non ci hanno lasciato che un ricordo struggente, del quale, forse, alle volte, preferiremmo fare a meno.
A ripensarli, ci danno la stessa sensazione che proviamo ritrovando le fotografia delle classi della scuola, dice Giacomo, il protagonista degli Anni facili: un elenco di nomi – l’appello! -dei quali non sappiamo più niente. “Piccole lapidi del passato”. Cimeli del momento in cui abbiamo scoperto che la vita, lei, non è facile per niente.

                                                                                          Da "L'Immaginazione, giugno 2018

martedì 3 aprile 2018


TRA I MANICOMIETTI E IL NEOSCIAMANESIMO TASTIERISTA

Trovo sempre irritante che si neghi l’oggettivo progredire dell’uomo nella storia. E’ vero che non si tratta di un cammino uniforme, che l’affermarsi dei diritti e dei valori della convivenza conosce anche lunghi momenti di regresso. Ma abbiamo considerato naturale, per millenni, l’esistenza della schiavitù, e oggi (con qualche falla) non la tolleriamo più. Abbiamo diligentemente bruciato streghe ed eretici fino a non molto tempo fa, ma non lo facciamo più. E pian piano abbiamo chiuso i manicomi, esteso l’assistenza sanitaria non solo a chi se la poteva permettere e limitato i fattori di privilegio ereditari. Se c’è un settore nel quale, invece, stenta ad affermarsi una sensibilità per un problema che dovrebbe essere considerato di interesse collettivo, è quello dell’assistenza a chi soffre, a vario titolo, di disabilità.
Gianluca Nicoletti, per la sua esperienza di padre di un figlio autistico, si occupa da anni di questo tema. Il suo ultimo libro, Io, figlio di mio figlio, Mondadori, ripropone il problema della loro assistenza quotidiana e della difficoltà che incontra l’accettazione delle loro problematiche. Affrontare l’autismo è difficile anche perché è una sindrome che si presenta con uno spettro molto ampio, che va da casi ad “alto funzionamento” (la definizione è inquietante, ancorché scientifica) a quelli a più “basso funzionamento”, che necessitano di assistenza continua. Questi ragazzi nascono già orfani, dice Nicoletti, e paradossalmente hanno solo i genitori su cui contare. Il  giustificato timore (ma è già successo) è che, venuta meno la capacità dei genitori di occuparsene, in barba alla 180, vengano ricoverati in una sorta di manicomietto, in mano ad operatori non competenti e alle volte anche violenti, che non avranno altri strumenti che una sedazione continua per evitarne le crisi e le reazioni incontrollate.    
La speranza è che “si possa costruire quel modello di società dove la neurodiversità possa sviluppare i propri talenti attraverso i suoi rappresentanti con più alto funzionamento”, perché in realtà anche gli autistici che non si esprimono disinvoltamente e hanno una maturità apparentemente infantile, hanno sentimenti, sensibilità e intuitività alle volte molto elevate. Anzi, “poiché l’arte è l’unico territorio in cui essere folli non è considerato un limite”, possiamo considerare gli autistici  persone che vivono in un mondo parallelo, dove dovrebbero esser liberi di esercitare, come artisti, le loro caratteristiche di diversità. “Difendiamo il fatto che ai nostri figli sia riconosciuto il diritto di essere come sono”, dice Nicoletti.
Un capitolo a parte merita il problema dei genitori che non accettano che i loro figli siano nati con i geni dell’autismo, e ne attribuiscono la responsabilità alle vaccinazioni. L’insensato movimento “no vax”,  una volta marginale, ha assunto una portata una volta impensabile con il veicolo della rete. Nicoletti, che pure è stato uno dei primi a considerare la rete una straordinaria occasione per la libera espressione del pensiero, parla oggi di “neosciamanesimo tastierista” e riconosce che la sfiducia per le competenze e le istituzioni ha origine da “flussi emotivi e da parole chiave che diventano acceleratori d’indignazione attraverso i social network”.
Vero elemento di novità, nel libro, è che Nicoletti, proprio perché convinto che i vaccini non c’entrino nulla e che l’autismo sia in parte una caratteristica ereditaria, si è voluto sottoporre a un esame clinico dal quale è emerso essere autistico anche lui, un tipico caso di sindrome di Asperger: ad “alto funzionamento”, con le caratteristiche classiche di questa sintomatologia, che pure permette di convivere con il resto del mondo. Devo dire che, anche se può sembrare un tentativo di autoassoluzione per le proprie idiosincrasie, la descrizione delle caratteristiche qui descritte mi ha subito fatto pensare che anch’io dovrei far parte del gruppo in esame. Ma quel che conta è che il libro, con questa verità sottotraccia, diventa un’autobiografia alla ricerca della propria diversità, poiché è giusto che ognuno riconosca la propria, se ce l’ha, e ne ricavi un manifesto per il diritto a un pensiero “altro” e a considerare gabbie insopportabili le strutture sociali che non lo tollerano.
Tornando all’idea della freccia del progresso, concludiamo con Nicoletti che è incredibile come, in una società che prova ripugnanza per l‘addestramento degli animali da circo e si batte per i diritti degli animali domestici, non ci si ribelli al maltrattamento degli esseri umani più indifesi. Che le famiglie continuino a considerare un figlio autistico una vergogna da nascondere, e che si trincerino dietro ipotesi fantasiose pur di non ammettere che con la nostra diversità, e la disabilità, dobbiamo conviverci e non vergognarcene.


                                                                                        Da "L'Immaginazione", Aprile 2018

mercoledì 7 febbraio 2018

COME FAR SCAPPARE 
I BRAVI DIRETTORI DI MUSEI 
E VIVERE  FELICI

Ma possibile che, con tutto quello che ci succede intorno, con i problemi che affliggono il futuro del paese di fronte a una tornata elettorale che lascerà il parlamento nell’incertezza, ci si debba occupare di Tomaso Montanari? Ebbene sì, ci tocca anche questa. Cos’è successo? Che il Consiglio di Stato, supremo organo di giustizia amministrativa, ha messo in mora le nomine di direttori di museo che non hanno la cittadinanza italiana. Non possono difendere istituzioni di rilevante interesse nazionale, dicono i magistrati; e si prendono un po’ di tempo per decidere, anche perché le opinioni, all’interno dello stesso Consiglio, sono divergenti. E Montanari, come  è logico, ha gioito. In un ispirato articolo su Repubblica ci spiega che la legge è scritta male, che Franceschini non sa fare il suo mestiere, o ha collaboratori inadeguati. E che la riforma aveva nominato direttori senza risorse, non provenienti da grandi musei ma anzi, ”figure di secondo o più spesso di terzo piano”.
Poco sotto, come se questo dimostrasse l’assunto, ci informava che il direttore degli Uffizi ha annunciato, a metà mandato, che andrà a dirigere il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Segno, a suo parere, che la riforma non funziona.
Ora qui Montanari deve mettersi d’accordo con se stesso. Se il direttore degli Uffizi, già dirigente di importanti musei in Germania e negli Usa, ha deciso di andarsene a dirigere a Vienna uno dei più importanti musei d’Europa, vuol dire che proprio di secondo piano non era. Né lui, né altri colleghi stranieri chiamati in importanti musei, che tra l’altro vantano un notevole aumento di visitatori e di introiti. Vuol dire, forse, che ha capito che il Consiglio di Stato potrebbe mandar via anche lui, e ha cercato una sistemazione prima che accada.
Ma Montanari dovrebbe anche spiegare perché, se chi non è cittadino italiano non può tutelare le istituzioni nazionali in Italia, questo può succedere altrove. Infatti l’ormai ex direttore degli Uffizi ha diretto l’importante museo di Baltimora e ora va a Vienna, pur essendo cittadino tedesco. Cosa accade? All’estero sono così stupidi da lasciare che gli stranieri gestiscano le loro istituzioni e solo noi italiani siamo così accorti da evitare che pericolosi stranieri si impadroniscano dei nostri musei? Non è, per caso, che la nazionalità non c’entra niente e che quello che vale, in questo caso, è la competenza e la capacità manageriale? A Montanari non va giù che, poiché la Costituzione indica che chi ricopre cariche pubbliche debba “adempiere con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”, questo compito venga affidato a, chessò, un tedesco. Per non parlare della parola “manageriale”, che a Montanari fa venire la pelle d’oca, perché pensa che i musei siano dei centri di ricerca scientifica e che il numero di visitatori non conti nulla. Buffa opinione, per chi si dichiara di sinistra: pensare che i musei siano fatti per un’élite di studiosi e non per le masse. Che stiano a casa, a guardare la tv, quegli ignoranti.
Ecco, la situazione del paese non è allegra, ma questo caso non è estraneo al declino di autorevolezza e competitività che affligge l’Italia. Se non abbiamo capito che siamo in Europa, e non in un paese isolato, che può accadere che un tedesco abbia più disciplina, onore, e magari anche doti intellettuali e manageriali di qualche funzionario italiano, come speriamo di affrontare le sfide della globalizzazione? E se il nostro provincialismo ci porta a pensare che è sempre meglio difendere i burocrati nostrani e non metterli in competizione con le intelligenze che popolano il continente, quando riusciremo a superare l’inerzia e l’inefficienza cronica della nostra pubblica amministrazione? Infine, se a ogni innovazione quelli che si qualificano “progressisti” reagiscono con il rifiuto di ogni novità e la difesa a oltranza dello status quo, che cambiamento potremo mai aspettarci, e da chi? Dai conservatori?

Montanari è un ottimo storico dell’arte. Ma se questa dovesse essere la classe dirigente che aspetta di prendere il posto di chi ha – forse mediocremente, ma dignitosamente - gestito il paese negli ultimi anni, siamo fritti. Dei talebani della cultura, dei fondamentalisti del sindacalismo statalista, dei nazionalisti di estrema sinistra non abbiamo proprio bisogno. Che facciano il loro mestiere, ma evitino di bloccare ogni tentativo di modernizzazione dello stato, per piacere. Ne abbiamo avuti già troppi, di personaggi bizzarri, in posti chiave del paese. Ora vorremmo persone sensate.  

mercoledì 31 gennaio 2018

ASCOLTARE E' UN MESTIERE DIFFICILE

Nel momento in cui quotidiani e televisione pagano un pesante tributo allo sviluppo della comunicazione in rete, qual è lo stato di salute della radio? Se lo chiede Giorgio Zanchini nel suo nuovo libro, La radio nella rete, Donzelli, e la risposta è: la radio se la cava meglio degli altri. Anzi: “in una rete dove gli scambi e i cosiddetti ‘prestiti mediali’ sono continui, può persino prosperare”. Questo, soprattutto perché si è adattata tanto alla tecnica che alla tempistica dei nuovi media. Invece di esserne fagocitata, li ha integrati, ne ha sfruttato le potenzialità a proprio vantaggio, e ha usato l’allargamento della platea dei prosumers, i produttori-consumatori, per essere ancora più rapida e “leggera” nel rapporto con l’attualità.
Per capire come si è verificata la sopravvivenza del più vecchio dei media senza fili, bisogna considerare più elementi. Zanchini da un lato ripercorre le osservazioni dei grandi che hanno riflettuto sulle caratteristiche del mezzo, da Arnheim a Brecht, da McLuhan a Eco, e dall’altro ricorda il modo in cui, nel tempo, la radio si è evoluta, e ne trae una serie di conclusioni semplici ma illuminanti.
Contrariamente ai mezzi “pesanti”, giornali e tv, la radio è stata la prima ad aprirsi al contributo del pubblico, anche in diretta, offrendo strumenti di condivisione – forse illusori, dice Zanchini, ma comunque coinvolgenti – che sono gli stessi dei mezzi digitali. Se la rete è essenzialmente un mezzo di comunicazione senza mediatori, però, la radio mantiene forme di intermediazione, e quindi di autorevolezza, anche se è sempre più aperta al contributo degli ascoltatori, e ha quindi un profilo più orizzontale degli altri mezzi tradizionali.
Tecnicamente, la radio è il più duttile dei media, perché può essere ascoltata con strumenti diversi e in tempi e luoghi diversi. Ogni programma può essere ascoltato in diretta, in streaming, registrato, recuperato in podcast  e selezionato senza limiti nell’offerta di un numero enorme di stazioni. “La trasmissione oltre ad avere un durante (…) ha ormai un prima e un dopo”. Insomma, per certi versi si tratta del mezzo più aperto a ogni forma di fruizione, nel tempo e nello spazio.
Se la radio ha mantenuto tanta vitalità, è perché è un mezzo di parola, perché si basa su un elemento fondamentale dei rapporti umani: la conversazione. Un elemento che richiama ideali illuministi, anche se non sempre conduttori e ascoltatori sono all’altezza della sfida di portare profondità e riflessione sui grandi temi del presente.
Il libro è ricco di informazioni sul panorama delle emittenti in Italia e all’estero, sui modelli di programmazione, di flusso o di palinsesto, sulle caratteristiche del pubblico e sui modelli di conduzione. Particolarmente interessanti alcuni “decaloghi”, da quello di Gadda a quello di Sinibaldi, e  le osservazioni sulla lingua e sulla sintassi della radio. Oltre ad essere una miniera di informazioni, però, il libro è  strumento di riflessione, non soltanto sullo specifico radiofonico ma anche, in generale,  sui processi comunicativi nell’era digitale.
Una domanda centrale è quella su che spazio resti per l’ascolto attento, “nell’era della disattenzione, della connessione perenne”. E se ci siano dei rischi, in questo processo di ibridazione che ha trasformato la radio nel più multimediale dei mezzi di comunicazione. “Ho l’impressione che possa esserci una perdita in termini di profondità e di chiarezza”, dice Zanchini; che la soglia dell’attenzione rischi di calare, che ci sia un’inevitabile perdita di concentrazione. Contro i cantori del multitasking, bisogna ammettere che “il cervello fatica a gestire in modo logico ed efficiente tutte le attività che gli chiediamo in simultanea”.  Qui il rischio maggiore: “Alcune conseguenze della rivoluzione digitale, in particolare frammentazione, disattenzione, connessione perenne, possono impoverire uno degli spazi in cui la comunità riflette assieme”. Ecco, questo mi pare il vero nodo del rapporto tra radio e rete, e forse della trasmissione di informazione e conoscenza nel tempo della rivoluzione digitale. Il continuo flusso di informazioni non è pericoloso perché contiene troppa sostanza. E’ pericoloso che noi si perda la capacità di discernere non – come vuole la moda – tra notizie vere e fake news, ma tra quello che ci serve e quello che è superfluo. In questa prospettiva, la radio non sfugge al destino di tutti i mezzi nell’entropia informativa della contemporaneità. Se non avremo gli strumenti per selezionare ed analizzare i contenuti del flusso informativo, saremo connessi, ma non saremo in grado di connettere tra loro gli elementi che servono ad avere coscienza critica del presente; avremo sempre più informazioni, ma meno conoscenze, e meno capacità di interpretare la complessa realtà che ci circonda.

Da "L'immaginazione", febbraio 2018



AVERE BRAVI MAESTRI

Si è un po’ sopita la polemica suscitata da un provvedimento che potrebbe impedire a chi ha soltanto il titolo di maturità magistrale di insegnare nelle scuole elementari. Mi par di capire che gli interventi che si sono succeduti, sulla stampa e sugli altri media, hanno visto prevalere l’opinione di chi ritiene che, per insegnare ai bambini, sia necessaria una laurea. Le motivazioni sono diverse, ma emerge soprattutto l’idea che oggi l’insegnamento sia un impegno molto più complesso del passato, che siano necessari princìpi pedagogici scientifici, che solo una preparazione universitaria può dare.
Devo dire che per certi versi sono d’accordo: più si studia, meglio è. E questo non vale soltanto per i maestri. Sono convinto che anche per chi si sente portato a mestieri che non prevedono un impegno intellettuale, un corso di studi universitario può esser utile. Maturare una cultura approfondita fa bene a tutti, e fa far meglio ogni mestiere, da quello dell’idraulico a quello dell’insegnante. La preparazione, poi, per chi deve occuparsi della formazione dei cittadini di domani, non può essere né affrettata né superficiale. E’ vero.
I dubbi, invece, mi vengono dal fatto che quelli ai quali dovrebbe essere interdetto l’accesso ai ruoli  siano maestri che già insegnano, spesso anche da molto tempo. Credo che, per l’insegnamento elementare, la pratica sia fondamentale, e una vocazione sia determinante. In mancanza dell’una e dell’altra, secondo me, un titolo universitario non basta, a fare un buon insegnante.
Ma il motivo per cui sono portato a pensare che il provvedimento sia inopportuno è che la storia ci ha insegnato che si può essere dei grandi educatori senza aver avuto titoli di studio elevati. Non penso soltanto al maestro Perboni, o alla maestrina dalla penna rossa del libro Cuore; penso ad alcuni grandi, che magari poi hanno conquistato titoli importanti, ma che dall’istituto magistrale venivano, e hanno lasciato tracce significative nelle scuole dove hanno insegnato come nella cultura nazionale e internazionale. Forse il nostro legislatore non lo sa, ma due grandi poeti come Zanzotto e Bandini venivano dell’istituto magistrale, e hanno insegnato alle elementari. E uno dei più grandi scrittori del Novecento, Leonardo Sciascia, era un maestro elementare. Chi non vorrebbe aver avuto un tale maestro, nella scuola, indipendentemente dal titolo di studio?
Sarebbe opportuno riflettere su quanto, nella formazione della scuola primaria, dipende dalla formazione avuta e quanto dalle capacità dei singoli. L’intelligenza, la sensibilità, l’intuizione necessari a lavorare con i bambini, non sono qualità equamente distribuite tra gli esser umani. C’è chi ne ha molte, chi niente. Gli studi fatti c’entrano poco. Ai bambini non bisogna insegnare materie astruse, nozioni molto complesse, tecniche raffinate. Bisogna insegnare ad apprendere e ad avere a che fare con i libri, dove c’è tutto quello che serve. Un bravo maestro è uno che sa far incontrare i bambini con la cultura. Chi, indipendentemente dagli studi fatti, non lo sa fare, un bravo maestro non lo sarà mai.


martedì 27 giugno 2017

CHE DISGRAZIA, SE NON CI FOSSE IL FANTASTICO

Ho simpatia e stima per Edoardo Boncinelli per cui, quando ho visto che aveva pubblicato un articolo intitolato Contro il fantasy (La lettura, 25/6/2017), mi sono compiaciuto perché a me il fantasy, diciamo la verità, mi è sempre stato sullo stomaco. Ho un pregiudizio di fondo, lo confesso, ma le saghe di elfi e altri esserini magici, ambientate in società primitive, pretecnologiche, dominate da angosciose monarchie assolutistiche mi hanno sempre lasciato freddo e un po’ annoiato. Se anche Boncinelli mi sostiene in questa mia idiosincrasia, mi son detto, forse riuscirò a convincermi che sono nel giusto e che il mio non è un pregiudizio, per l’appunto.
Purtroppo non è andata così. Dopo un inizio brillante, e dopo aver giustamente distinto la fantasy dalla fantascienza, dove “gli eventi rispettano sempre un filo di coerenza tecnico-scientifica”, lo scienziato Boncinelli ha preso il sopravvento e si è lanciato in un’apostrofe che finisce per mescolare fantasy e fantastico in un giudizio estremamente negativo che, lo dico sommessamente, mi risulta poco convincente.
“Nelle storie fantasy”, argomenta Boncinelli, “tutto è magia, ovvero il contrario della scienza, in un crescendo di inverosimiglianza”. E continua dicendo che probabilmente questo rappresenta il massimo dell’evasione, e arriva a dire che il magico costituisce l’emblema del disimpegno e della deresponsabilizzazione, le stesse istanze che hanno portato il romanticismo a disintegrare l’illuminismo. La conclusione ha toni apocalittici, perché per Boncinelli non è difficile “trovare un nesso tra tutto questo e il dilagare del ricorso alle medicine alternative (…) e all’imperversare del complottismo come spiegazione degli eventi più diversi”.
Ora, è vero che una potente ventata di irrazionalismo ha colpito i nostri tempi, dal rifiuto dei vaccini alle scie chimiche, per passare, appunto, per i complotti più stravaganti e finire col ritenuto falso allunaggio del ’69. Ma attribuire la colpa di tutto questo alla letteratura fantastica mi sembra decisamente esagerato: non sarà invece il portato del sapere “disintermediato” che caratterizza la diffusione dell’informazione in rete? Perché la letteratura che è “tutto il contrario della scienza” non è intrattenimento irrazionale, ma un potente strumento per parlare della realtà con altri  mezzi. Basta pensare a cosa perderemmo se Poe non avesse scritto i suoi racconti fantastici, che cosa sarebbe il mondo senza Kafka, come potremmo vivere senza i poco razionali viaggi in ippogrifo di Ariosto, senza la magia del Prospero di Shakespeare, dei viaggi di Alice;  e non dimentichiamolo, del Pinocchio di Collodi.
Il fantastico ha le sue radici nei miti dell’antichità, si è sviluppato nei grandi poemi epici e ha continuato ad avere ampio spazio nel racconto e nelle fiabe popolari, per arrivare poi a maturazione col romanzo gotico e il romanticismo tedesco. E’ dunque quasi connaturato con la produzione narrativa e non è solo un modello letterario legittimo, ma vorrei dire quasi necessario.
Senza il fantastico la letteratura sarebbe soltanto realistica, e questo vorrebbe dire una drammatica rinuncia a immaginare, a confrontarci con universi diversi dal nostro, a sforzarci di trovare una logica anche dove apparentemente non c’è. Anche se si trattasse soltanto di un gioco, ricordo che Calvino sosteneva che il gioco è il grande motore della cultura; e anche della scienza, aggiungo io, e Boncinelli non potrà negarlo.
Né mi spaventa che i ragazzi delle ultime generazioni si siano formati sui racconti di Harry Potter. Che male c’è? Intere generazioni si sono costruite un universo di riferimento tra i pirati della Malesia (mai esistiti), negli improbabili viaggi del capitano Nemo, tra le straordinarie avventure raccontate da H.G.Wells; e non sono diventati né fanatici delle medicine alternative (almeno non tutti) né complottisti irriducibili.
Il fantastico è necessario perché noi siamo fatti di ragione e di emozione, di coscienza e di inconscio,di cultura e di pulsioni. E la letteratura fantastica, più o meno bella, racconta da sempre questa complessità, in modo allo volte allusivo, alle volte simbolico, alle volte pescando nei nostri sogni più reconditi. Ma serve, serve non a farci diventare disimpegnati e deresponsabilizzati, ma a sviluppare coscienza di sé.

Quando la bella bambina dai capelli turchini fa venire al capezzale del burattino tre medici, un barbagianni, un corvo e un grillo, che diagnosticano che “se il burattino non è morto è segno che è ancora vivo”, per poi lasciare spazio ai coniglioni con la loro piccola bara che si porterebbero via Pinocchio se non prendesse la medicina siamo, certo, nell’irrazionale più profondo. Ma quante cose ci dice, dopo averci intrattenuto e fatto ridere, quel passo. Che disgrazia, mamma mia, che disgrazia, se non esistesse la letteratura fantastica. 

                                                                                                   (Da "L'IMMAGINAZIONE, n. 301)

lunedì 26 giugno 2017

DALLA CRISI SI ESCE SOLO LEGGENDO

Parliamo di lettura. Discorso banale, ma partiamo da lontano. Quali sono i principali problemi del nostro paese? La stagnazione economica, le diseguaglianze sociali, la disoccupazione giovanile, il debito pubblico e l’immigrazione, diranno in molti. Problemi veri, con pesi diversi, ma tutti abitualmente delegati alla classe politica. Curiosamente, però, oltre a lanciare allarmi, né la stampa né i partiti sanno indicare ricette che non siano, stancamente, interventi di tecnica economica. Ma di quale sia l’effettiva origine, in particolare, del fatto che la stasi economica colpisce il nostro paese più della maggioranza degli altri paesi europei,  in realtà, non si occupa nessuno.
Per fortuna ci pensa Giuseppe Laterza, che da tempo studia i dati sulla correlazione tra la cultura e la crescita economica. L’ultima tabella che ha meritoriamente messo in circolazione ci dice che i paesi europei che hanno il maggior tasso di lettura, di istruzione e di ricerca sono gli stessi che hanno maggior crescita, più occupazione e redditi più alti. Bisogna fare attenzione, però, perché molti credono che i dati vadano letti a partire dai fattori economici, immaginando che, se la gente legge, studia e investe in ricerca, è perché è già ricca. Il ragionamento che si deve fare, invece, funziona al contrario: se non siamo ricchi è perché non leggiamo, non studiamo e non facciamo ricerca. E che tutte le ricette per ovviare alla crisi economica sono palliativi. L’unico modo per uscire dalla stagnazione è investire in cultura: produrre conoscenza, promuovere la lettura e convincere anche le aziende a fare ricerca, perché praticamente da noi ricerca la fa solo lo stato.
Vediamo i dati di Laterza. In Svezia, paese al vertice di tutti i parametri, c’è un 90% di lettori, sia pure occasionali. In Danimarca 82%, in Germania 79, in Francia 73 e via calando. In Italia il 56%; e temo sia una cifra ottimistica. Peggio di noi stanno solo Polonia, Bulgaria, Grecia e Portogallo. Non va meglio per la ricerca: in Francia si investe il 5,1% del PIL, in Germania il 2,5. Noi, solo l’1,1%. E per l’istruzione, al vertice c’è la Danimarca, con una spesa dell’ 8,5% del PIL, mentre noi arriviamo solo al 4,1.
Ora ci sarà qualcuno che dirà che Laterza fa il suo lavoro, è un editore, e cerca di convincerci che bisogna leggere di più perché così la sua azienda ci guadagna. Anche se fosse vero, non ci sarebbe niente di male. L’editore è un imprenditore e, se non ci guadagna, danneggia se stesso e gli altri. Il fatto è che la lettura dovrebbe essere un interesse collettivo perché è uno dei parametri che accompagna, e probabilmente produce, la crescita economica. Non è solo interesse degli editori, ma di tutti che in Italia si legga di più. Come si può immaginare che un paese, con la spietata concorrenza prodotta dalla globalizzazione, possa resistere senza cultura, saper fare, originalità di pensiero e intelligenza collettiva?
Immagino che anche qui ci saranno obiezioni: a leggere sono capaci tutti, ma non hanno tempo; escono troppi libri, e costano troppo. Scuse, le ho sentite mille volte. La realtà è che gli italiani, se non leggono, è perché non sanno farlo. Sanno leggere un articolo (non tutti), le istruzioni del telefono (mah, forse quelle neanch’io), ma un libro, un vero libro, di centinaia di pagine, non sono in grado di leggerlo perché non ne hanno mai letto uno. Ora, chi può insegnare agli italiani a leggere? E perché non dovrebbero bastare la scuola, l’abitudine quotidiana a leggere semplici notizie, e la lettura digitale, che negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente?
Nessuno ha la ricetta miracolosa. Certo è che per produrre nuovi lettori dovrebbero impegnarsi tutti: famiglie, scuola, università, mezzi di comunicazione di massa, social media, classe dirigente politica ed economica. Tutti, perché il mancato progresso intellettuale del paese è quello che ne impedisce lo sviluppo economico.
I metodi? Alcuni sono noti, altri si dovrebbero sperimentare. Ma cominciamo da quello che conosciamo: leggere ad alta voce ai bambini, avere in casa più di 100 libri, insegnare a frequentare librerie e biblioteche, far vedere che chi legge non è uno sfigato ma, anzi, ha più successo di chi non legge. Poi ci sono certamente altri strumenti, ma se non usiamo i più rodati, inutile pensare a come svilupparne altri.
Per concludere, se non c’è sviluppo è perché non c’è crescita intellettuale. Non investire nella lettura è suicida. Il prossimo governo inserisca nel suo programma lo stimolo alla lettura, metta all’ordine del giorno qualcosa, anche solo un appello alla nazione perché tutti abbiano qualche libro in casa. E’ scientificamente dimostrato che chi cresce in una casa dove ci sono libri ha il 50% di possibilità in più di avere successo nella vita.

Vale la pena, no? 

                                                                                              (Da "L'immaginazione, luglio 2017)