Visto in via Zamenhof, Milano
sabato 15 marzo 2014
La rete e il minestrone quotidiano
“Chi ha appreso dei misteri della vita tra galline e conigli ha una visione assai leggera delle carnali nefandezze”. Be’, chi non ama il fecondo argomentare alla radio di Gianluca Nicoletti, così intriso di riferimenti alle “carnali nefandezze”, dovrà almeno riconoscere la genuinità della sua vocazione e la sincerità della ricognizione che fa su di sé e sulle sue radici nel Libro infame: una sorta di autobiografia illustrata, pubblicata da Tunué. Libro che, sia ben chiaro, di infame non ha niente. E anche il dubbio, pure legittimo, che l’operazione autobiografica sia il segno di una presunzione e di un egocentrismo ossessivo, viene meno di fronte al forte taglio ironico che permea tutto il volume, illustrazioni di Roberto Ronchi comprese.
Perché dietro lo schema autobiografico c’è un lavoro, durato anni, di rivisitazione scanzonata del costume, e di svelamento delle ipocrisie che permeano il nostro quotidiano. Tutto, come fa sempre Nicoletti, giocato sul filo sottile che unisce la tradizione di un’Italia contadina, provinciale, bigotta e insieme sensuale, alla contemporaneità segnata dalla rivoluzione della tecnologia digitale. A chi lo accusa di essere spesso “sopra le righe”, Nicoletti risponde che “L’allusione porno gastronomica è per me l’unica via di fuga dal proibizionismo dei sensi”, aggiungendo che “L’allusione prandiale alle fantasmatiche sollecitazioni sconce suggerite dal cibo sin dalla mia fanciullezza faceva parte del costume locale”; e “non è colpa mia: così sono cresciuto”; “vengo dalla provincia più intrisa di pudibondo libertinaggio che ci sia in Italia”.
E’ pensando al fatto che la deriva tecnologica dell’archiviazione digitale di fatti, esperienze, emozioni di una vita potrebbe essere la strada per costruire una memoria che dia conforto per quello che si perde, e permetta rievocazioni nostalgiche, che Nicoletti ripercorre, a salti, alcuni segni della formazione di un figlio del dopoguerra e del boom. Si va dalle polverine per fare l’acqua frizzante alla mucca Carolina, dalla carne in scatola ai terrificanti manifesti coi mutilatini che avevano toccato i residuati di guerra, ai banchi di scuola con il calamaio per l’inchiostro alla prima comunione con i pantaloni corti. Non mancano le prime esperienze erotiche, suggerite dalle pubblicità di biancheria intima sul catalogo Postalmarket, per passare dalle immagini del “frate favarone” alle ragazze di Drive in e Colpo grosso, dai soldatini di piombo agli anni di piombo, da Lanciostory alla mamma che, più o meno consapevolmente, boicotta l’ingresso in casa delle amichette del figlio.
Ma c’è una cosa che lega la semantica del nascente consumismo degli anni ’50 – ’60 alla vertigine con la quale Nicoletti, dal ’90 in poi, si lancia nel mondo del web passando interi anni intriso di chat lines, di second life, di facebook. E’ l’idolatria del sintetico – l’idrolitina, la carne Simmenthal, il surrogato di cioccolata – che segna gli anni della ricostruzione e del boom, il progressivo allontanarsi dalla natura, l’inarrestabile avanzata di prodotti (e mentalità) industriali, di cibi e oggetti segnati dalla tecnologia a scapito di quelli, semplici e banali, di veloce decadenza e marcescenza, che forniva l’orto di casa, o il negozio di alimentari all’angolo. Ecco, in questo passaggio c’è la formazione di Gianluca Nicoletti, e c’è la trasformazione del nostro paese degli ultimi sessant’anni. “Penso che divenimmo i pionieri degli amori digitali proprio perché avevamo coltivata fin dalla fanciullezza quella fantastica confidenza con tutto ciò che riproduceva sinteticamente il banale e caduco prodotto della natura”.
Il passo successivo sono le protesi emotive dei Golem che riproducono in forma digitale il nostro agire umano, lo smarrirsi in un universo che mette in comunicazione con un numero potenzialmente infinito di persone, l’illusione che le memorie elettroniche ci rendano meno inermi di fronte alla fugacità delle cose della vita. Una dimensione in cui il monitor diventa un reliquiario di noi stessi, e noi siamo una sorta di imbalsamatori delle nostre anime, che ordiniamo nel museo digitale delle nostre allucinazioni. Se questo ci renderà meno fragili e se le tracce che avremo lasciato sopravvivranno meglio all’erosione del tempo, non ci è dato sapere. Per ora, dice Nicoletti, viviamo in un tempo mitico che si è fuso con la vita di ogni giorno. “Ho avuto il privilegio di poter seguire un passaggio nella catena evolutiva pari a quello che ha determinato il pollice opponibile”. Ma anche lui, che pure ha la sensazione di essere stato testimone e insieme protagonista di una delle rivoluzioni più significative della storia dell’uomo, conclude: “Come tanti miei contemporanei, ho diluito il mio tempo mitico nell’imbecille minestrone del quotidiano”. Niente di grave. L’importante è saperci ironizzare sopra.
Perché dietro lo schema autobiografico c’è un lavoro, durato anni, di rivisitazione scanzonata del costume, e di svelamento delle ipocrisie che permeano il nostro quotidiano. Tutto, come fa sempre Nicoletti, giocato sul filo sottile che unisce la tradizione di un’Italia contadina, provinciale, bigotta e insieme sensuale, alla contemporaneità segnata dalla rivoluzione della tecnologia digitale. A chi lo accusa di essere spesso “sopra le righe”, Nicoletti risponde che “L’allusione porno gastronomica è per me l’unica via di fuga dal proibizionismo dei sensi”, aggiungendo che “L’allusione prandiale alle fantasmatiche sollecitazioni sconce suggerite dal cibo sin dalla mia fanciullezza faceva parte del costume locale”; e “non è colpa mia: così sono cresciuto”; “vengo dalla provincia più intrisa di pudibondo libertinaggio che ci sia in Italia”.
E’ pensando al fatto che la deriva tecnologica dell’archiviazione digitale di fatti, esperienze, emozioni di una vita potrebbe essere la strada per costruire una memoria che dia conforto per quello che si perde, e permetta rievocazioni nostalgiche, che Nicoletti ripercorre, a salti, alcuni segni della formazione di un figlio del dopoguerra e del boom. Si va dalle polverine per fare l’acqua frizzante alla mucca Carolina, dalla carne in scatola ai terrificanti manifesti coi mutilatini che avevano toccato i residuati di guerra, ai banchi di scuola con il calamaio per l’inchiostro alla prima comunione con i pantaloni corti. Non mancano le prime esperienze erotiche, suggerite dalle pubblicità di biancheria intima sul catalogo Postalmarket, per passare dalle immagini del “frate favarone” alle ragazze di Drive in e Colpo grosso, dai soldatini di piombo agli anni di piombo, da Lanciostory alla mamma che, più o meno consapevolmente, boicotta l’ingresso in casa delle amichette del figlio.
Ma c’è una cosa che lega la semantica del nascente consumismo degli anni ’50 – ’60 alla vertigine con la quale Nicoletti, dal ’90 in poi, si lancia nel mondo del web passando interi anni intriso di chat lines, di second life, di facebook. E’ l’idolatria del sintetico – l’idrolitina, la carne Simmenthal, il surrogato di cioccolata – che segna gli anni della ricostruzione e del boom, il progressivo allontanarsi dalla natura, l’inarrestabile avanzata di prodotti (e mentalità) industriali, di cibi e oggetti segnati dalla tecnologia a scapito di quelli, semplici e banali, di veloce decadenza e marcescenza, che forniva l’orto di casa, o il negozio di alimentari all’angolo. Ecco, in questo passaggio c’è la formazione di Gianluca Nicoletti, e c’è la trasformazione del nostro paese degli ultimi sessant’anni. “Penso che divenimmo i pionieri degli amori digitali proprio perché avevamo coltivata fin dalla fanciullezza quella fantastica confidenza con tutto ciò che riproduceva sinteticamente il banale e caduco prodotto della natura”.
Il passo successivo sono le protesi emotive dei Golem che riproducono in forma digitale il nostro agire umano, lo smarrirsi in un universo che mette in comunicazione con un numero potenzialmente infinito di persone, l’illusione che le memorie elettroniche ci rendano meno inermi di fronte alla fugacità delle cose della vita. Una dimensione in cui il monitor diventa un reliquiario di noi stessi, e noi siamo una sorta di imbalsamatori delle nostre anime, che ordiniamo nel museo digitale delle nostre allucinazioni. Se questo ci renderà meno fragili e se le tracce che avremo lasciato sopravvivranno meglio all’erosione del tempo, non ci è dato sapere. Per ora, dice Nicoletti, viviamo in un tempo mitico che si è fuso con la vita di ogni giorno. “Ho avuto il privilegio di poter seguire un passaggio nella catena evolutiva pari a quello che ha determinato il pollice opponibile”. Ma anche lui, che pure ha la sensazione di essere stato testimone e insieme protagonista di una delle rivoluzioni più significative della storia dell’uomo, conclude: “Come tanti miei contemporanei, ho diluito il mio tempo mitico nell’imbecille minestrone del quotidiano”. Niente di grave. L’importante è saperci ironizzare sopra.
domenica 2 marzo 2014
Aere perennius
Sono
in ritardo, terribilmente in ritardo.
Mentre
io mi attardavo a promuovere la lettura
c’era
chi aveva capito che i libri non servono più.
Forse i
conigli non dovrebbero avere la presunzione di interloquire con Wittgenstein.
Ma lì (tale il titolo del blog di Luca
Sofri) fin dall’8 gennaio campeggia un post che decreta, testuale: ”La fine dei
libri”. Sono certo in ritardo, sono d’accordo su alcune osservazioni, ma su
altre vorrei sommessamente dissentire.
Dice Luca
Sofri che la rete ci ha disabituato alla “lettura lunga” e che il tempo che una
volta era usato per leggere libri ora è preso da altri strumenti: videogiochi,
social networks, video online ecc. Forse in parte è vero, e ce ne dogliamo. Ma
soprattutto che il libro “non è più l’elemento centrale della costruzione della
cultura”, e che è “diventato marginale come mezzo di diffusione della cultura
contemporanea”, che trova invece spazio su internet in formati più brevi, “che
non sono più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi
saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea”. Sofri aggiunge che non
è vero che i libri “restino” più a lungo, e che oggi “resta” più un post su un
blog. Un monumento incorruttibile nello scorrere della storia. E conclude che ci saranno sempre degli
“appassionati ‘romantici’ dei libri”, ma che saranno sempre meno, come quelli
del teatro: due “nicchie laterali della cultura contemporanea”.
Ora, nessuno
mette in dubbio la crisi dell’editoria, anche se a mio avviso è più figlia
della crisi economica generale che di una disaffezione per il libro. Né che i
nuovi media stiano occupando uno spazio crescente del nostro tempo sia libero
che di lavoro, né che abbiano grandi capacità di sintesi e di penetrazione
nell’opinione pubblica. Una cosa che onestamente non riesco a condividere,
invece, è che la cultura si possa
costruire senza libri: quella non è cultura, è abilità, capacità di
organizzarsi, di avere informazioni. Ma la cultura nasce dalla comprensione
profonda di fatti, concetti, progetti. Dalla metabolizzazione di ragionamenti
complessi.
E non credo
che tutti i libri siano solo
lungaggini stiracchiate intorno a una sola idea. Lo saranno quelli scritti
dagli universitari a meri fini concorsuali. Lo saranno probabilmente la maggioranza
di quelli che vengono pubblicati, come è sempre accaduto. Ma che ogni tanto un
libro – saggio o romanzo che sia – riesca a sondare spazi inesplorati, dandoci
risposte a grandi questioni, o aggiungendo dubbi a quelli che abbiamo già,
riesca a raccontare le vicende umane con intuizioni così profonde da farci
ripensare a tutto quello che abbiamo fatto nella nostra vita, o a farci
scoprire un tipo di persona o di comportamento che non eravamo riusciti ad
inquadrare con i nostri mezzi, questo non lo può negare nessuno. Il libro, sì,
può essere un monumento aere perennius.
Se poi è
vero che, purtroppo, il numero dei lettori, in Italia, non solo non cresce, ma
diminuisce perfino, questa è soltanto la dimostrazione non che siamo un paese all’avanguardia, ma che siamo un paese
arretrato e condannato al declino culturale, politico ed economico. Eppure, a
guardarle bene, le cifre della crisi riguardano soprattutto i lettori deboli,
quelli che leggono un libro l’anno, magari di ricette, di diete o di freddure.
Perché i lettori forti sono rimasti più o meno gli stessi.
Luca Sofri
dice che è assodato che “la specie umana sta diventando inadatta alla lettura
lunga”, e cioè incapace di leggere testi di molte pagine. Ma non so se è vero.
Perché i “lettori lunghi”, in Italia, sono sempre stati pochi. Il problema è
che non sono cresciuti proporzionalmente alla scolarizzazione del paese. Può,
l’uso della rete, sostituirsi a questa mancata crescita? Io penso proprio di
no.
Sempre che
ai conigli sia concesso confrontarsi con Wittgenstein, vorrei dire che mi
spaventa l’idea – ahimé diffusa - che in futuro apprenderemo molto velocemente
dalla rete quello per cui prima perdevamo tempo sui libri. Io penso invece che,
rinunciando alla lettura (su carta o su e-reader
non conta), saremo sempre meno capaci di pensieri complessi, di ragionamenti in
profondità, di assimilare le lezioni del passato, di progettare il nostro
futuro con cognizione di causa, di svolgere il nostro lavoro - tutti i lavori,
dal più semplice al più complesso – con competenza. Soprattutto ho paura che chi
viene affascinato dalla prospettiva della trasmissione informatica della
conoscenza non si renda conto che la mancanza di profondità, di “lettura
lunga”, impedisce la maturazione di cittadini consapevoli, e quindi di una democrazia
degna di questo nome. Perché in un paese dove non si leggono libri, non si sa
nemmeno perché e per chi si va a votare. E che in Italia la scarsa percentuale
di lettori abbia già dato segnali preoccupanti in questa direzione, mi pare non
ci sia bisogno di ripeterlo. E la frequentazione della rete difficilmente
produrrà maggiore senso dello stato, solidarietà sociale, coscienza civica. Né
capacità di sviluppo, intellettuale come economico, perché vanno di pari passo.
Lasciamo ai
nuovi media tutto il merito di darci informazioni infinite in tempi brevissimi;
di metterci in contatto con il mondo senza barriere; e facciamo in modo che
tutti vi abbiano accesso, perché sono strumenti indispensabili. Ma credo che
non dovremmo perdere occasione per sostenere la lettura, fare in modo che la
famiglia, la scuola, la radio e la televisione e, perché no, i nuovi media
lancino una grande campagna per stimolare la lettura e familiarizzare gli
italiani col libro. Anche con i grossi libroni con un’idea sola: meglio averne
letto uno in più che uno in meno. Non è tempo perduto. E’ tempo guadagnato
nella costruzione di menti critiche e
aperte. Perché è dimostrato che nei paesi in cui il numero di lettori di
libri è più alto, il prodotto interno lordo cresce di più. Pensare che leggendo
twitter gli italiani acquisiscano gli
strumenti per competere a livello mondiale con i paesi più avanzati è
un’illusione pericolosa. Senza pensiero, senza ragionamento, senza “lettura lunga”
si resta superficiali, ignoranti, e poveri. E magari, pur illudendosi che un
blog sia eterno, si finisce per usare una lingua sciatta, povera e disordinata,
che trasmette idee approssimative e confuse.www.wittgenstein.it
venerdì 21 febbraio 2014
Il silenzio è d'oro
Un annetto fa, Trenitalia
ci ha informato di aver trasformato una carrozza delle Frecce Rosse in una
“zona silenzio”. Tutto contento, alla prima occasione ho subito prenotato un
posto silenzioso; certo, la zona silenzio c’era solo in prima, ma mi sono
accontentato. Quel primo viaggio è stato una delizia: la porta del vagone
riportava in caratteri visibili la scritta “zona silenzio”, e ad ogni
finestrino un adesivo ricordava: “Si prega di evitare conversazioni ad alta
voce, telefonate, suonerie e musica”, e ringraziamenti per aver rispettato
l’invito. Che era, in effetti, rispettato. Una meraviglia. Niente energumeni
che urlano ordini alla segretaria, broker che ordinano acquisti e vendite,
confidenze sentimentali fatte a voce altissima nell’indifferenza generale,
niente suonerie rock a tutto volume.
Naturalmente è
durato poco. Già al secondo viaggio hanno cominciato a sentirsi i primi
telefonatori urlanti, al terzo c’era chi sentiva concerti a tutto volume sul
computer, chi guardava un film senza le cuffie, bambini che giocavano con
assordanti beep sul gameboy, magnati russi che ululavano improperi incomprensibili. Inutile
protestare. Mi è stato spiegato che, quando erano finiti i posti nelle carrozze
normali, si piazzavano lì anche i clienti rumorosi, e non si poteva imporre a chi non aveva chiesto quella collocazione di
fare silenzio. Il controllore faceva timide raccomandazioni, e io venivo
guardato con odio dai presenti che rumoreggiavano felici.
Nessuno stupore
che, recentemente, Trenitalia abbia eliminato la carrozza-silenzio; la zona
silenzio si è ridotta a un pezzetto di vagone, sedici posti in tutto, quasi
sempre pieni. E’ vero, lì domina un silenzio perfetto. Ed era assurdo pensare
di poterlo imporre alla maggioranza dei viaggiatori che, non portandosi dietro
non dico un libro, ma nemmeno le parole
crociate, può solo conversare e telefonare rumorosamente.
Ma però: perché
la zona silenzio, per striminzita che sia, ci deve essere solo in prima? Forse
perché, come si sa, il silenzio è d’oro, e non tutti se lo possono permettere.
giovedì 20 febbraio 2014
La rete è la prosecuzione della tv con altri mezzi
Sono in ritardo, terribilmente in ritardo. Non avevo capito che la rete, lungi dall'uccidere un vecchio medium come la televisione, è invece quello che lo può salvare.
Cosa sta succedendo nell'universo della comunicazione digitale è difficile dire. Ma è soprattutto difficile fare previsioni. A chi immaginava che il web, i social networks avrebbero progressivamente divorato lo spazio che occupa la televisione nel nostro tempo libero, risponde un saggio di Lella Mazzoli, Cross-News, L’informazione dai talk show ai social media, Codice edizioni, che analizza i mutamenti in atto nella comunicazione di massa. Si tratta di un libro complesso, che contiene un saggio analitico, una serie di interviste ad alcuni dei più noti conduttori di programmi di informazione televisiva e un’indagine su come si informano gli italiani. Un insieme che, anche se non pretende di prevedere come si evolverà il sistema, ci permette almeno di mettere a fuoco quello che sta modificandosi nell'intrico tra vecchi e nuovi media.
Centrale, nella riflessione di Lella Mazzoli, è l’idea che i social networks possano essere lo strumento col quale la televisione può superare l'attuale crisi di crescita. Se, infatti, la tv generalista perde ascolti e autorevolezza, è vero anche che chi segue i programmi, oggi, ha una possibilità di commentare quanto va in onda e persino di interagire con conduttori e redattori attraverso facebook e twitter. Invece di uccidere la tv, insomma, la rete rischia di rivitalizzarla, dandole una seconda vita, diventando un “secondo schermo” e permettendole di superare la frattura generazionale che ha visto progressivamente i più giovani abbandonare i mezzi tradizionali. E’ la social tv, qualcosa che va al di là dei progetti di conduttori e dirigenti, e apre un nuovo canale di interazione a un mezzo che finora aveva una funzione monodirezionale e adesso sperimenta una vera forma di interattività. E che deve fare i conti con un bisogno crescente di partecipazione e di interazione.
Anche se la rete presenta spesso una partecipazione venata di narcisismo, inconsapevolezza, rapporti fittizi e di identità virtuali, è pure vero che sta aprendo un processo di ibridazione dei processi comunicativi che può avere conseguenze importanti: forse sta attraversando una fase di maturazione che permetterà lo sviluppo di un modello meno passivo nell’assunzione di informazioni. Lo confermano alcuni dati dell’Osservatorio News Italia raccolti nel volume, che indicano un cambiamento significativo: gli italiani che si procurano informazioni con la tv, negli ultimi tre anni, calano dal 91 all’88%, quelli che lo fanno con radio e quotidiani a stampa crollano a meno della metà, mentre quelli che usano internet passano dal 51 al 62%. Una crescita veloce e irruenta, che in pochi anni sta cambiando il panorama delle fonti di formazione dell’opinione pubblica del paese.
Cambierà, tutto questo, anche la consapevolezza collettiva, quella degli addetti ai lavori, e le scelte politiche dei “nativi digitali”? Difficile dirlo, anche perché i luoghi comuni e le leggende metropolitane sono molto diffusi nella rete e sembrano informare anche una parte del nuovo ceto politico. Ma certo sta nascendo un nuovo modo di guardare la tv, di informarsi e di partecipare. Non può non avere degli effetti. Cambia, certamente, il modo di essere degli ospiti delle trasmissioni informative che, nelle pause, “controllano compulsivamente gli smartphone per capire come il web sta reagendo a quello che dicono” e “per mettersi in sintonia con il mood della rete”. Una sorta di sondaggio in diretta sulle posizioni che è meglio prendere. Meglio non fare commenti sul fatto che, invece di diffondere le loro idee, i leader politici si affannino a rincorrere quelle del modesto campione di italiani che ne commenta le uscite in rete.
E i conduttori, sono consapevoli del cambiamento che li riguarda? Qualcuno sì, altri neanche un po’. A leggere le interviste fatte da Lella Mazzoli pare che quello che interessa di più sia la tempestività delle informazioni, la possibilità di avere accesso, anche in diretta, alle testimonianze dirette e a strumenti alternativi alle agenzie. Ma ci sono anche giovani e bravi conduttori che non sembrano convinti che il cambiamento in atto abbia un qualche rilievo. Non è facile capire, del resto, se questo sviluppo rigeneratore avvenga per processi spontanei, non governati dalle aziende di comunicazione, e se l'alta dirigenza di Rai e Mediaset abbia colto la novità e stia investendo sull'incrocio tra i media; a giudicare dai loro siti in rete non si direbbe. Intanto gli ascolti calano, l’autorevolezza si assottiglia, il pubblico invecchia e la pubblicità scema. Ma forse, per ora, sarà la rete a salvare la tv.
martedì 21 gennaio 2014
Priapismo letterario
Accade oggi che si usi una scrittura pesante,
barocca, inventiva, artificiosa, gonfia, direi erettile.
Uno stile fortemente involuto, che sembra ideato apposta
per nascondere il vuoto di idee e la pochezza degli intrecci.
NON AVALLIAMO LA AVALLONE
“A forza di stare a contatto con i boschi e i sassi, avevano contratto il vizio del silenzio”. “I boschi erano masse scure dove i rami s’intricavano tra loro”. “Continuavano a rimuginare, a risalire la strada deserta, a inabissarsi in quella voragine di abeti e di sterpi senza sapere come fare a trovare un biliardo, un bar aperto, a far accadere qualcosa dentro quel silenzio”. Non starò qui a cercare di spiegare perché i due protagonisti del romanzo della Avallone Marina Bellezza, Rizzoli 2013, la canterina scatenata e il riflessivo mungitore di mucche risultino personaggi di poco spessore in una trama poco plausibile. E’ interessante qui notare la faticosa costruzione di uno stile che vuole essere originale e suggestivo. “Contrarre il vizio del silenzio” perché si vive tra i boschi (ma guidando la macchina con gli amici), far “intricare i rami tra loro”, far “accadere qualcosa dentro un silenzio” sono espressioni volutamente arbitrarie, che piegano la lingua in un contorcimento stridente e inutilmente fantasioso. “Il buio si agitava nel vento, tra le ripe, tra i boschi, come una creatura viva”; il buio che si agita? Come una creatura viva? Il buio? Mah. E quando i giovani che vogliono far accadere qualcosa dentro il silenzio ci riescono, perché investono un cervo con la macchina “L’urto fu devastante. Fu lo schianto feroce di un corpo fatto di lamiere contro un altro corpo ancora più duro”. Il cervo più duro della macchina, eh sì. E allora “Ci fu un istante di panico, in cui tutti e tre ansimavano senza riuscire a fare altro” (…) “con la tachicardia così forte che sembrava potessero sentire l’uno il cuore dell’altro”. E quando i giovani caricano il cervo morente nel bagagliaio della macchina, uno di loro ne capisce il rantolo: “Conosceva il linguaggio delle bestie, glielo aveva insegnato suo nonno da bambino. Sapeva che il linguaggio, senza parole, arriva a coincidere con la radice nuda delle cose”. Che intensità, che coinvolgimento emotivo. Uno stile potente. Una sorta di priapismo letterario.
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