mercoledì 28 maggio 2014

LA NARRAZIONE, AD OGNI COSTO
Ci sono scritti letterari che suggeriscono raffinate analisi sociologiche e saggi che coinvolgono come romanzi. Anzi, forse è il caso di dire che la fusione tra i due generi, oggi sempre più frequente, è la forma di scrittura più feconda. Perché quello che prevale, indipendentemente dal genere dominante, è il racconto, la narrazione, il trascinante progredire di una storia. Ecco qualche esempio recente.
La forma è quella del racconto lungo, ma la sostanza è teatrale: un unico atto, in più quadri. Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o, di Massimo Carlotto, ha un ritmo serrato, è pieno di ironia, e ha una brillante conclusione a chiave.
Il protagonista è un ladro dilettante, il classico esodato che si ricicla come topo di appartamenti e si imbatte in una bella donna di origine tedesca, ex croupier che, frodata dei suoi risparmi da una speculazione sui derivati finiti carta straccia, la vuol fare finita. Sullo sfondo, la moglie del ladro, la classica piccolo borghese rompiscatole che lo tormenta con telefonate inconcludenti anche quando è “sul lavoro”.
Il senso del racconto è tutto nei dialoghi tra queste vittime di due tipici incidenti del nostro tempo. Lui banale, debole, insicuro, professionalmente (come ladro) del tutto impreparato, ma vitale; lei, teutonica ma capace di sentimentalismo, elegante e smaliziata, determinata a non morire povera.
Anche fuori dagli equivoci, dagli incidenti di percorso, dal lento svelarsi della sostanza dei protagonisti c’è, nel testo, un’allegoria del presente: può succedere che la bella signora tedesca (la Germania), già ricca, finisca nelle mani di un malandato nullafacente riminese (l’Italia), e ne chieda la collaborazione per risolvere i problemi che l’avidità finanziaria può produrre. Non è facile che finisca così, fuori metafora, ma chissà, dopo i risultati delle europee, non si sa mai.
Un po’ in equilibrio tra letteratura e saggismo antropologico Mondo piccolo, di Valerio Millefoglie , Laterza, induce una riflessione che ci lascia piacevolmente incuriositi. Il sottotitolo, Spedizione nei luoghi in cui appena entri sei già fuori, illumina sul processo analitico-narrativo. Entriamo nel ristorante, nella casa, nella discoteca, nel bar, nella prigione, nell’albergo, nel cinema, nello zoo più piccoli che si possano immaginare. Le descrizioni sono anodine, non ci sono commenti, niente soddisfatti bamboleggiamenti su quanto il piccolo possa essere grazioso, delizioso, intimo. Solo il dettaglio di come luoghi abitualmente grandi possono conoscere versioni lillipuziane senza perdere le loro caratteristiche originali. E di come ci si arriva.
E’ una volta conclusa la lettura che ci rendiamo conto che abbiamo davanti un trattato sulle dimensioni. Perché ci si chiede sempre qual è la grandezza di un luogo, di un oggetto, di un fabbricato, e non la piccolezza? Eppure la piccolezza, oltre ad essere sinonimo di grazia (C’est mignon, n’est-pas?), è una sfida a ripetere in piccolo quello che nasce per essere grande. E, come nei modellini, quello che ci lascia stupiti è la possibilità di mantenere la scala, la precisione del dettaglio. Solo che il modellino è finto, mentre qui le cose sono vere, ci si entra dentro. Ed ecco che la versione miniaturizzata ci permette di verificare meglio il senso, la qualità funzionale, il valore ultimo dell’originale. Niente di peggio che essere impressionati dalle grandi dimensioni e perdere di vista la funzionalità, la efficienza, la dimensione umana delle cose. Perché errori stilistici e bellurie insensate, cadute di gusto e mostruosità nella dimensione macro si perdono, si perdonano, si obliterano, E’ nella dimensione micro che dimostrano, senza infingimenti prospettici, la loro vera sostanza.
E’ un saggio, non è un romanzo, L’onesto porco (sottotiolo: Storia di una diffamazione), di Roberto Finzi, Bompiani, ma si legge come un’opera di brillante intrattenimento. Perché del povero porco c’è veramente tanto da dire, specie dopo macellato, perché “Puossi rassomigliare a’virtuosi, quali vivi sono mal trattati, ma morti desiderati et honorati” (Vincenzo Tanara, 1644). Di quanto siano deliziosi salsicce, salami, prosciutti, mortadelle, braciole, zamponi, cotechini e salama da sugo. Ma anche di come, da vivo, sia meno sporco di quanto si pensi e, anche se usato come metafora del male e del diabolico, sia in fondo animale intelligente e mansueto.
Finzi trova le citazioni dei grandi che ne hanno scritto, da Aristofane a Bonvesin della Riva,  da Folgòre da San Gemignano al Boccaccio. Ripercorre le proibizioni alimentari, che risultano peraltro infondate, e l’uso ingiurioso del nome, anche questo spesso incongruo. Troia, per esempio, termine oggi terribilmente infamante, pare derivi da una ricetta per la maiala ripiena, come lo era il cavallo degli achei, pietanza per niente traditrice e assai prelibata.

La panoramica delle citazioni dotte non può non concludersi con il dialogo immaginato da Plutarco tra Ulisse e Grillo (uno dei greci tramutati da Circe in maialoni, ominosa visione). A Ulisse, che gli chiede se non vuole tornare uomo, il Grillo-maiale risponde con parole alate e definitiva saggezza: “Preferisco essere un maiale contento della mia sporcizia piuttosto che un uomo debole, vanaglorioso, leggero, maligno, ipocrita e ingiusto”. Forse  è vero. Meglio un giorno da maiale…
                                         Da "L'immaginazione", aprile 2014

sabato 15 marzo 2014

Street poetry

Visto in via Zamenhof, Milano

La rete e il minestrone quotidiano

“Chi ha appreso dei misteri della vita tra galline e conigli ha una visione assai leggera delle carnali nefandezze”. Be’, chi non ama il fecondo argomentare alla radio di Gianluca Nicoletti, così intriso di riferimenti alle “carnali nefandezze”, dovrà almeno riconoscere la genuinità della sua vocazione e la sincerità della ricognizione che fa su di sé e sulle sue radici nel Libro infame: una sorta di autobiografia illustrata, pubblicata da Tunué. Libro che, sia ben chiaro, di infame non ha niente.  E anche il dubbio, pure legittimo, che l’operazione autobiografica sia il segno di una presunzione e di un egocentrismo ossessivo, viene meno di fronte al forte taglio ironico che permea tutto il volume, illustrazioni di Roberto Ronchi comprese.
Perché dietro lo schema autobiografico c’è un lavoro, durato anni, di rivisitazione scanzonata del costume, e di svelamento delle ipocrisie che permeano il nostro quotidiano. Tutto, come fa sempre Nicoletti, giocato sul filo sottile che unisce la tradizione di un’Italia contadina, provinciale, bigotta e insieme sensuale, alla contemporaneità segnata dalla rivoluzione della tecnologia digitale. A chi lo accusa di essere spesso “sopra le righe”, Nicoletti risponde che “L’allusione porno gastronomica è per me l’unica via di fuga dal proibizionismo dei sensi”, aggiungendo che “L’allusione prandiale alle fantasmatiche sollecitazioni sconce suggerite dal cibo sin dalla mia fanciullezza faceva parte del costume locale”; e “non è colpa mia: così sono cresciuto”; “vengo dalla provincia più intrisa di pudibondo libertinaggio che ci sia in Italia”.
E’ pensando al fatto che la deriva tecnologica dell’archiviazione digitale di fatti, esperienze, emozioni di una vita potrebbe essere la strada per costruire una memoria che dia conforto per quello che si perde, e permetta rievocazioni nostalgiche, che Nicoletti ripercorre, a salti, alcuni segni della formazione di un figlio del dopoguerra e del boom. Si va dalle polverine per fare l’acqua frizzante alla mucca Carolina, dalla carne in scatola ai terrificanti manifesti coi mutilatini che avevano toccato i residuati di guerra, ai banchi di scuola con il calamaio per l’inchiostro alla prima comunione con i pantaloni corti. Non mancano le prime esperienze erotiche, suggerite dalle pubblicità di biancheria intima sul catalogo Postalmarket, per passare dalle immagini del “frate favarone” alle ragazze di Drive in e Colpo grosso, dai soldatini di piombo agli anni di piombo, da Lanciostory alla mamma che, più o meno consapevolmente, boicotta l’ingresso in casa delle amichette del figlio.
Ma c’è una cosa che lega la semantica del nascente consumismo degli anni ’50 – ’60 alla vertigine con la quale Nicoletti, dal ’90 in poi, si lancia nel mondo del web passando interi anni intriso di chat lines, di second life, di facebook. E’ l’idolatria del sintetico – l’idrolitina, la carne Simmenthal, il surrogato di cioccolata – che segna gli anni della ricostruzione e del boom, il progressivo allontanarsi dalla natura, l’inarrestabile avanzata di prodotti (e mentalità) industriali, di cibi e oggetti segnati dalla tecnologia a scapito di quelli, semplici e banali, di veloce decadenza e marcescenza, che forniva l’orto di casa, o il negozio di alimentari all’angolo. Ecco, in questo passaggio c’è la formazione di Gianluca Nicoletti, e c’è la trasformazione del nostro paese degli ultimi sessant’anni. “Penso che divenimmo i pionieri degli amori digitali proprio perché avevamo coltivata fin dalla fanciullezza quella fantastica confidenza con tutto ciò che riproduceva sinteticamente il banale e caduco prodotto della natura”.
Il passo successivo sono le protesi emotive dei Golem che riproducono in forma digitale il nostro agire umano, lo smarrirsi in un universo che mette in comunicazione con un numero potenzialmente infinito di persone, l’illusione che le memorie elettroniche ci rendano meno inermi di fronte alla fugacità delle cose della vita. Una dimensione in cui il monitor diventa un reliquiario di noi stessi, e noi siamo una sorta di imbalsamatori delle nostre anime, che ordiniamo nel museo digitale delle nostre allucinazioni. Se questo ci renderà meno fragili e se le tracce che avremo lasciato sopravvivranno meglio all’erosione del tempo, non ci è dato sapere. Per ora, dice Nicoletti, viviamo in un tempo mitico che si è fuso con la vita di ogni giorno. “Ho avuto il privilegio di poter seguire un passaggio nella catena evolutiva pari a quello che ha determinato il pollice opponibile”. Ma anche lui, che pure ha la sensazione di essere stato testimone e insieme protagonista di una delle rivoluzioni più significative della storia dell’uomo, conclude: “Come tanti miei contemporanei, ho diluito il mio tempo mitico nell’imbecille minestrone del quotidiano”. Niente di grave. L’importante è saperci ironizzare sopra.

domenica 2 marzo 2014

Aere perennius

Sono in ritardo, terribilmente in ritardo.
Mentre io mi attardavo a promuovere la lettura
c’era chi aveva capito che i libri non servono più.

Forse i conigli non dovrebbero avere la presunzione di interloquire con Wittgenstein. Ma  lì (tale il titolo del blog di Luca Sofri) fin dall’8 gennaio campeggia un post che decreta, testuale: ”La fine dei libri”. Sono certo in ritardo, sono d’accordo su alcune osservazioni, ma su altre vorrei sommessamente dissentire.
Dice Luca Sofri che la rete ci ha disabituato alla “lettura lunga” e che il tempo che una volta era usato per leggere libri ora è preso da altri strumenti: videogiochi, social networks, video online ecc. Forse in parte è vero, e ce ne dogliamo. Ma soprattutto che il libro “non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura”, e che è “diventato marginale come mezzo di diffusione della cultura contemporanea”, che trova invece spazio su internet in formati più brevi, “che non sono più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea”. Sofri aggiunge che non è vero che i libri “restino” più a lungo, e che oggi “resta” più un post su un blog. Un monumento incorruttibile nello scorrere della storia. E  conclude che ci saranno sempre degli “appassionati ‘romantici’ dei libri”, ma che saranno sempre meno, come quelli del teatro: due “nicchie laterali della cultura contemporanea”.
Ora, nessuno mette in dubbio la crisi dell’editoria, anche se a mio avviso è più figlia della crisi economica generale che di una disaffezione per il libro. Né che i nuovi media stiano occupando uno spazio crescente del nostro tempo sia libero che di lavoro, né che abbiano grandi capacità di sintesi e di penetrazione nell’opinione pubblica. Una cosa che onestamente non riesco a condividere, invece, è che la cultura  si possa costruire senza libri: quella non è cultura, è abilità, capacità di organizzarsi, di avere informazioni. Ma la cultura nasce dalla comprensione profonda di fatti, concetti, progetti. Dalla metabolizzazione di ragionamenti complessi.
E non credo che tutti i libri siano solo lungaggini stiracchiate intorno a una sola idea. Lo saranno quelli scritti dagli universitari a meri fini concorsuali. Lo saranno probabilmente la maggioranza di quelli che vengono pubblicati, come è sempre accaduto. Ma che ogni tanto un libro – saggio o romanzo che sia – riesca a sondare spazi inesplorati, dandoci risposte a grandi questioni, o aggiungendo dubbi a quelli che abbiamo già, riesca a raccontare le vicende umane con intuizioni così profonde da farci ripensare a tutto quello che abbiamo fatto nella nostra vita, o a farci scoprire un tipo di persona o di comportamento che non eravamo riusciti ad inquadrare con i nostri mezzi, questo non lo può negare nessuno. Il libro, sì, può essere un monumento aere perennius.
Se poi è vero che, purtroppo, il numero dei lettori, in Italia, non solo non cresce, ma diminuisce perfino, questa è soltanto la dimostrazione non che siamo un paese all’avanguardia, ma che siamo un paese arretrato e condannato al declino culturale, politico ed economico. Eppure, a guardarle bene, le cifre della crisi riguardano soprattutto i lettori deboli, quelli che leggono un libro l’anno, magari di ricette, di diete o di freddure. Perché i lettori forti sono rimasti più o meno gli stessi.
Luca Sofri dice che è assodato che “la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga”, e cioè incapace di leggere testi di molte pagine. Ma non so se è vero. Perché i “lettori lunghi”, in Italia, sono sempre stati pochi. Il problema è che non sono cresciuti proporzionalmente alla scolarizzazione del paese. Può, l’uso della rete, sostituirsi a questa mancata crescita? Io penso proprio di no.
Sempre che ai conigli sia concesso confrontarsi con Wittgenstein, vorrei dire che mi spaventa l’idea – ahimé diffusa - che in futuro apprenderemo molto velocemente dalla rete quello per cui prima perdevamo tempo sui libri. Io penso invece che, rinunciando alla lettura (su carta o su e-reader non conta), saremo sempre meno capaci di pensieri complessi, di ragionamenti in profondità, di assimilare le lezioni del passato, di progettare il nostro futuro con cognizione di causa, di svolgere il nostro lavoro - tutti i lavori, dal più semplice al più complesso – con competenza. Soprattutto ho paura che chi viene affascinato dalla prospettiva della trasmissione informatica della conoscenza non si renda conto che la mancanza di profondità, di “lettura lunga”, impedisce la maturazione di cittadini consapevoli, e quindi di una democrazia degna di questo nome. Perché in un paese dove non si leggono libri, non si sa nemmeno perché e per chi si va a votare. E che in Italia la scarsa percentuale di lettori abbia già dato segnali preoccupanti in questa direzione, mi pare non ci sia bisogno di ripeterlo. E la frequentazione della rete difficilmente produrrà maggiore senso dello stato, solidarietà sociale, coscienza civica. Né capacità di sviluppo, intellettuale come economico, perché vanno di pari passo.

Lasciamo ai nuovi media tutto il merito di darci informazioni infinite in tempi brevissimi; di metterci in contatto con il mondo senza barriere; e facciamo in modo che tutti vi abbiano accesso, perché sono strumenti indispensabili. Ma credo che non dovremmo perdere occasione per sostenere la lettura, fare in modo che la famiglia, la scuola, la radio e la televisione e, perché no, i nuovi media lancino una grande campagna per stimolare la lettura e familiarizzare gli italiani col libro. Anche con i grossi libroni con un’idea sola: meglio averne letto uno in più che uno in meno. Non è tempo perduto. E’ tempo guadagnato nella costruzione di menti critiche e  aperte. Perché è dimostrato che nei paesi in cui il numero di lettori di libri è più alto, il prodotto interno lordo cresce di più. Pensare che leggendo twitter gli italiani acquisiscano gli strumenti per competere a livello mondiale con i paesi più avanzati è un’illusione pericolosa. Senza pensiero, senza ragionamento, senza “lettura lunga” si resta superficiali, ignoranti, e poveri. E magari, pur illudendosi che un blog sia eterno, si finisce per usare una lingua sciatta, povera e disordinata, che trasmette idee approssimative e confuse.www.wittgenstein.it

venerdì 21 febbraio 2014

Street poetry

Visto in vico Tofa, Napoli

                                                                           Foto di Anna Assumma

Il silenzio è d'oro

Un annetto fa, Trenitalia ci ha informato di aver trasformato una carrozza delle Frecce Rosse in una “zona silenzio”. Tutto contento, alla prima occasione ho subito prenotato un posto silenzioso; certo, la zona silenzio c’era solo in prima, ma mi sono accontentato. Quel primo viaggio è stato una delizia: la porta del vagone riportava in caratteri visibili la scritta “zona silenzio”, e ad ogni finestrino un adesivo ricordava: “Si prega di evitare conversazioni ad alta voce, telefonate, suonerie e musica”, e ringraziamenti per aver rispettato l’invito. Che era, in effetti, rispettato. Una meraviglia. Niente energumeni che urlano ordini alla segretaria, broker che ordinano acquisti e vendite, confidenze sentimentali fatte a voce altissima nell’indifferenza generale, niente suonerie rock a tutto volume.
Naturalmente è durato poco. Già al secondo viaggio hanno cominciato a sentirsi i primi telefonatori urlanti, al terzo c’era chi sentiva concerti a tutto volume sul computer, chi guardava un film senza le cuffie, bambini che giocavano con assordanti beep sul gameboy, magnati russi che ululavano improperi incomprensibili. Inutile protestare. Mi è stato spiegato che, quando erano finiti i posti nelle carrozze normali, si piazzavano lì anche i clienti rumorosi, e non si poteva imporre a chi non aveva chiesto quella collocazione di fare silenzio. Il controllore faceva timide raccomandazioni, e io venivo guardato con odio dai presenti che rumoreggiavano felici.
Nessuno stupore che, recentemente, Trenitalia abbia eliminato la carrozza-silenzio; la zona silenzio si è ridotta a un pezzetto di vagone, sedici posti in tutto, quasi sempre pieni. E’ vero, lì domina un silenzio perfetto. Ed era assurdo pensare di poterlo imporre alla maggioranza dei viaggiatori che, non portandosi dietro non dico un  libro, ma nemmeno le parole crociate, può solo conversare e telefonare rumorosamente.

Ma però: perché la zona silenzio, per striminzita che sia, ci deve essere solo in prima? Forse perché, come si sa, il silenzio è d’oro, e non tutti se lo possono permettere.

giovedì 20 febbraio 2014

La rete è la prosecuzione della tv con altri mezzi


Sono in ritardo, terribilmente in ritardo. Non avevo capito che la rete, lungi dall'uccidere un vecchio medium come la televisione, è invece quello che lo può salvare.

Cosa sta succedendo nell'universo della comunicazione digitale è difficile dire. Ma è soprattutto difficile fare previsioni.  A chi immaginava che il web, i social networks avrebbero progressivamente divorato lo spazio che occupa la televisione nel nostro tempo libero, risponde un saggio di Lella Mazzoli, Cross-News, L’informazione dai talk show ai social media, Codice edizioni, che analizza i mutamenti in atto nella comunicazione di massa. Si tratta di un libro complesso, che contiene un saggio analitico, una serie di interviste ad alcuni dei più noti conduttori di programmi di informazione televisiva e un’indagine su come si informano gli italiani. Un insieme che, anche se non pretende di prevedere come si evolverà il sistema, ci permette almeno di mettere a fuoco quello che sta modificandosi nell'intrico tra vecchi e nuovi media. 
Centrale, nella riflessione di Lella Mazzoli, è l’idea che i social networks possano essere lo strumento col quale la televisione può superare l'attuale crisi di crescita. Se, infatti, la tv generalista perde ascolti e autorevolezza, è vero anche che chi segue i programmi, oggi, ha una possibilità di commentare quanto va in onda e persino di interagire con conduttori e redattori attraverso facebook e twitter. Invece di uccidere la tv, insomma, la rete rischia di rivitalizzarla, dandole una seconda vita, diventando un “secondo schermo” e permettendole di superare la frattura generazionale che ha visto progressivamente i più giovani abbandonare i mezzi tradizionali. E’ la social tv, qualcosa che va al di là dei progetti di conduttori e dirigenti, e apre un nuovo canale di interazione a un mezzo che finora aveva una funzione monodirezionale e adesso sperimenta una vera forma di interattività. E che deve fare i conti con un bisogno crescente di partecipazione e di interazione.
Anche se la rete presenta spesso una partecipazione venata di narcisismo, inconsapevolezza, rapporti fittizi e di identità virtuali, è pure vero che sta aprendo un processo di ibridazione dei processi comunicativi che può avere conseguenze importanti: forse sta attraversando una fase di maturazione che permetterà lo sviluppo di un modello meno passivo nell’assunzione di informazioni. Lo confermano alcuni dati dell’Osservatorio News Italia raccolti nel volume, che indicano un cambiamento significativo: gli italiani che si procurano informazioni con la tv, negli ultimi tre anni, calano dal 91 all’88%, quelli che lo fanno con radio e quotidiani a stampa crollano a meno della metà, mentre quelli che usano internet passano dal 51 al 62%. Una crescita veloce e irruenta, che in pochi anni sta cambiando il panorama delle fonti di formazione dell’opinione pubblica del paese.
Cambierà, tutto questo, anche la consapevolezza collettiva, quella degli addetti ai lavori, e le scelte politiche dei “nativi digitali”? Difficile dirlo, anche perché i luoghi comuni e le leggende metropolitane sono molto diffusi nella rete e sembrano informare anche una parte del nuovo ceto politico. Ma certo sta nascendo un nuovo modo di guardare la tv, di informarsi e di partecipare. Non può non avere degli effetti. Cambia, certamente, il modo di essere degli ospiti delle trasmissioni informative che, nelle pause, “controllano compulsivamente gli smartphone per capire come il web sta reagendo a quello che dicono” e “per mettersi in sintonia con il mood della rete”. Una sorta di sondaggio in diretta sulle posizioni che è meglio prendere. Meglio non fare commenti sul fatto che, invece di diffondere le loro idee, i leader politici si affannino a rincorrere quelle del modesto campione di italiani che ne commenta le uscite in rete. 
E i conduttori, sono consapevoli del cambiamento che li riguarda? Qualcuno sì, altri neanche un po’. A leggere le interviste fatte da Lella Mazzoli pare che quello che interessa di più sia la tempestività delle informazioni, la possibilità di avere accesso, anche in diretta, alle testimonianze dirette e a strumenti alternativi alle agenzie. Ma ci sono anche giovani e bravi conduttori che non sembrano convinti che il cambiamento in atto abbia un qualche rilievo. Non è facile capire, del resto, se questo sviluppo rigeneratore avvenga per processi spontanei, non governati dalle aziende di comunicazione, e se l'alta dirigenza di Rai e Mediaset abbia colto la novità e stia investendo sull'incrocio tra i media; a giudicare dai loro siti in rete non si direbbe. Intanto gli ascolti calano, l’autorevolezza si assottiglia, il pubblico invecchia e la pubblicità scema. Ma forse, per ora, sarà la rete a salvare la tv.