martedì 12 agosto 2014

GIAN ARTURO FERRARI
E IL ROUSSOIANESIMO DIGITALE

“I fortissimi lettori non sono sempre pozzi di scienza, ma molto spesso anziane casalinghe che leggono uno dietro l’altro romanzi rosa tutti uguali”. Il sarcasmo di Gian Arturo Ferrari non è ingiustificato, perché ogni tanto è bene ricordare che il libro (e il lettore), anche se godono da sempre di un’aura di superiorità intellettuale, se non spirituale, non vanno sacralizzati. Né deve scandalizzare il taglio spregiudicato col quale Ferrari parla del mercato editoriale nel suo eponimo Libro (Bollati Boringhieri, 2014),  ricordandoci che il libro serve tanto Dio che Mammona, e che se il libro è diventato un business bisogna tener presente che si tratta di un processo iniziato quattro secoli fa.
La parte in cui Ferrari descrive – con precisione e senza falsi pudori - la situazione dell’editoria oggi, non interesserà tanto gli addetti ai lavori, che già ci vivono dentro, quanto chi quel mondo lo vede dal di fuori. Si stampano troppi libri, e pochi buoni, c’è un profluvio di non-libri, nel lungo periodo sopravvivono solo i migliori (mah, mica sempre vero), la preoccupazione principale degli editori è di trovare di che alimentare le proprie macchine, e in definitiva è stata solo l’editoria industriale, con bassi prezzi e contenuti semplificati, a garantire l’auspicio illuminista di una diffusione capillare della conoscenza. 
La parte più originale e benissimo documentata è la prima, quella che riguarda la storia del libro dalle origini ad oggi, con informazioni precise sulla nascita e lo sviluppo della scrittura, sul modo in cui si è sviluppata la forma del libro e sul modo in cui i cambiamenti della forma hanno modificato progressivamente la sostanza di quello che i libri contengono. Ed è il torchio a caratteri mobili, la nascita del libro a stampa, che produce i principali mutamenti. Ferrari giustamente sottolinea che solo allora, con l’apparire della data dell’edizione, ogni libro acquista una sua identità anagrafica precisa, e sviluppa una caratteristica che fino allora la scrittura non poteva avere, e cioè il pregio della novità. Perché, nel ‘500 come oggi, il pubblico compra ciò che è nuovo: buono o cattivo che sia, purché sia una novità. E la possibilità di stampare molte copie è l’altro strumento che completa l’essenza del libro a stampa. E’ lì che nasce una forma nuova di diffusione della conoscenza, non più elitaria e quasi esoterica, come accadeva per il codice copiato a mano, ma alla portata di (quasi) tutti.
Di lì all’e-book il passo non è breve, ma Ferrari ci arriva con idee non banali. Quella digitale, riflette, è il primo caso di una tecnologia che incorpora direttamente un’ideologia; “talmente forte da non nascondere la propria natura di supporto di giganteschi interessi monopolistici”. E l’e-book ha la caratteristica di non essere una tecnologia che lentamente soppianta la precedente (come il CD ha soppiantato il vinile), ma di convivere in un confronto diretto con la tecnologia precedente. Ora, l’ideologia digitale applicata al libro ha come caratteristica principale quella di “aprire le porte al regno del tutto”, in un’idea di totalità che suggerisce uno spazio di libertà assoluta. Al sentimento di limitazione che accompagna da sempre il libro stampato, che non può raggiungere tutti e che non tutti possono raggiungere, l’ideologia dell’e-book sostituisce una sfacciata pretesa di totalità, di libera espressione alla portata di tutti.
Non c’è mai stata, ricorda Ferrari, e mai ci sarà una biblioteca come quella di Borges, che contiene tutti i libri; e a cosa servirebbe, in definitiva, la totalità dei libri, cosa ce ne faremmo? Ed è vero che ogni libreria ha un assortimento diverso da tutte le altre.  Questo ne costituisce il limite, ma anche il fascino e il pregio, dico io. Nell’idea di totalità, invece, c’è un po’ tutta l’ideologia digitale, presentata come se fosse una magica porta che apre la strada verso il sapere universale. Con una brillante intuizione, Ferrari la definisce una sorta di roussoianesimo digitale, l’idealizzazione di uno spazio senza divieti né balzelli, libero e gratuito, senza controlli e interessi occulti, dove tutto si regola da solo e dove la genuina espressione della natura umana tende naturalmente al bene e al bello.
Mi sembra una suggestione perfetta. Un’illusione ingenua e pericolosa, anche se probabilmente inarrestabile, tipica di chi pensa che la rete, da sola, metta a disposizione tutta la conoscenza umana senza chiedere niente in cambio. Un’illusione anarchica e sentimentale come quella, opposta, del sentimentalismo liberale: che il libero mercato, incontrollato, non possa che produrre benessere e felicità.
Inutile fare previsioni sul futuro. Ferrari ricorda che la lettura è un’attività complessa e faticosa, e che i libri si vendono anche perché c’è un libraio esperto che ce li suggerisce, perché li incontriamo, fisicamente, in una libreria, perché hanno una fisicità, una copertina, e un dorso visibile anche quando, già letti, prendono posto negli scaffali della nostra biblioteca personale. Può l’e-book sostituirli? Più probabile che diventi un prodotto multimediale, un ibrido che poco ha a che fare col libro. “Non si vede, infatti, quale beneficio multimediale potrebbero mai ricevere i racconti di Alice Munro o di Philip Roth”. Appunto.

Ma allora forse bisogna fare attenzione, forse bisogna immaginare una forma di difesa del vecchio e buon libro cartaceo; perché se questo è ciò che prevarrà, la nuova forma del libro – come è accaduto con Gutenberg – ne cambierà anche la sostanza, il contenuto, la forza. Forse aprirà la strada a nuovi lettori, che finora erano spaventati dall’impegno che la lettura tradizionale comporta. Forse sarà anche ulteriore una forma di democratizzazione della conoscenza. Ma anche di mutamento di paradigma. Una lettura fatta per immagini, sostenuta da rimandi a dettagli sulla vita dell’autore, magari con appositi video, qualche pettegolezzo, non sarà più il complesso esercizio di astrazione che il libro tradizionale ci impone, facendoci allenare un muscolo essenziale per produrre il pensiero. Ecco, forse, assieme ai vantaggi di una più ampia distribuzione del sapere, di una immediata, economica e capillare distribuzione del nuovo prodotto, rischiamo di restringere la capacità di lettura e un’élite di studiosi, affezionati al loro esercizio di interpretazione simbolica di quei piccoli, neri segni convenzionali che hanno composto fino ad oggi le parole, le frasi, i capitoli, i volumi nei quali si è addensata la conoscenza dell’uomo negli ultimi tre millenni. Perderemo qualcosa? Ho paura di sì. Senza quell’esercizio, addio lettura, addio sogni illuministici, e addio libro, almeno per come li abbiamo intesi fino ad oggi. 

venerdì 11 luglio 2014

LIBRO,CULTURA E DEMOCRAZIA


Credo che i buoni libri non debbano fornirci definizioni e interpretazioni forti, ma casomai dubbi e interrogativi. Non mi hanno mai persuaso gli analisti che, con più o meno fortunate sintesi, descrivono la modernità in modo univoco; liquida, solida o gassosa, globalizzata o mucillaginosa, aurorale o escatologica, poco importa. Trovo stimolanti i libri che ci mettono di fronte ai paradossi del presente, ne descrivono le sfaccettature, e non pretendono di indicarci la retta via per capire a che punto siamo del complesso processo storico che ci riguarda. Un millimetro più in là, intervista sulla cultura, di Marino Sinibaldi, a cura di Giorgio Zanchini, Laterza 2014, fa parte dei libri del dubbio, e per questo ci è utile.
“La cultura è un’arma possibile contro la disperazione del nostro tempo”; “La cultura ci può insegnare a mettere tutto in discussione”; “Fare cultura per me vuol dire fare attenzione alle cose belle e intelligenti”; “Per me la cultura, come forma di conoscenza della propria realtà, è la condizione necessaria per autodeterminare la propria vita”; “Quella parte di vita che puoi cambiare […] dipende dalla tua forza, autorità, libertà. Per me la cultura è la condizione per esercitare queste possibilità”.
Ecco, basta questa serie di tentativi di definizione, che segnano il ritmo delle riflessioni del libro-intervista, per capire come Sinibaldi proceda per approssimazioni successive, suggerendo nuovi rami di estensione della ricerca di un concetto univoco. Perché la sostanza del nostro essere cultura è insieme sfuggente e pervasiva: il concetto antropologico di cultura sembra abbracciare tutte le attività umane, mentre una preoccupante propensione alla negazione dei valori della conoscenza sembra invece ridurne l’estensione a circoli elitari, sempre più isolati. E qui l’analisi di Sinibaldi, stimolato da Zanchini, non poteva non addentrarsi nel risvolto culturale che la mutazione tecnologica in atto può produrre.  
La rete, per Sinibaldi, è un’occasione epocale, non solo per le dimensioni smisurate dell’offerta informativa, ma anche per la spinta egualitaria che comporta. E’ vero che malgrado conosciamo più cose, lo facciamo con meno profondità; ma questo non può non comportare maggiore apertura e maggior tolleranza. E internet è una “macchina per la soddisfazione di tutti i desideri di conoscenza e di informazione possibili”. Produce relazioni, senso di  appartenenza. “Tende a configurarsi come il posto dove tutte le esperienze hanno luogo”. E “la molteplicità degli scambi non può che favorire la qualità culturale”. Permette e di scavalcare i parassiti della mediazione, e può persino liberare dalle egemonie culturali, da una società letteraria oligarchica e chiusa. E, anche se per il momento è solo un’ipotesi, la rete rende possibile l’abbattimento della distinzione tra consumatori e creatori di cultura e di informazione.
I problemi però sono altrettanto significativi dei vantaggi. Il rischio è che prevalga in rete il modello per cui si ottengono “risposte veloci, gratuite e mediocri”. Che la mancanza di materialità e di autorevolezza “imponga un sapere senza sostanza, e senza responsabilità”, che “rischia di diffondere una specie di virale irrilevanza delle cose, delle scelte e degli atti di ognuno di noi”. E la maggiore libertà di scelta può significare che ogni gruppo “si concentrerà su quello che preferisce, e sperimenti meno”; che resti confinato nelle sue passioni, nelle sue convinzioni,  e non si metta mai in discussione. “Nella rete sei connesso con tutti, ma prossimo a nessuno”. Gli algoritmi della rete premiano la maggioranza, la quantità prima della qualità. Se può valere per un ristorante, non può essere accettabile per i prodotti culturali: “Non si possono giudicare i libri come le stanze d’albergo”. In definitiva la rete, finora, vive un paradosso perché, malgrado viva di connessioni, “genera un sapere sconnesso”, favorendo forme polverizzate di conoscenza “come se l’attenzione al dettaglio facesse perdere di vista quella dimensione più generale che chiamiamo cultura”.

Zanchini coglie il punto quando chiede a Sinibaldi se crede che sia possibile vivere senza mediatori, e che il progresso della cultura sia quello di emanciparci dalle élites. Sinibaldi dice di sì, anche se poco prima ha ricordato che, senza mediazione, avremmo alle spalle “una distesa irriconoscibile di rovine”; e che c’è bisogno di ricerca, di esercizio, di maturazione. E questa è forse l’osservazione più preziosa. Ogni nuovo medium, ricorda, nasce come una nuova tecnologia, che trasmette saperi e formati già esistenti. Solo a completa maturazione produce un suo modello specifico. Così è accaduto per la stampa a caratteri mobili, così per il cinema, così per la tv. Accadrà anche per la rete. Ma non sappiamo ancora cosa sarà.  

(da "L'Immaginazione", luglio 2014)

venerdì 4 luglio 2014

SONO CONNESSO MA NON CONNETTO

La critica letteraria serve ancora a qualcosa? E le recensioni degli utenti, in rete, la possono sostituire? La questione non è sprovvista di una sua sensatezza, se sono in molti ad affermare che le terze pagine dei giornali hanno perso autorevolezza e che, al contrario, la sincerità e la mancanza di vincoli che caratterizzano i liberi interventi in rete aprono la strada a una nuova e più limpida analisi dei testi, lontana dalle ipocrisie e dalle piccole e grandi mafie della società letteraria.
Non c’è bisogno di verifiche particolari per dire che una buona parte delle pagine culturali dei quotidiani sono dedicate all’inesausta produzione di “marchette” letterarie: noi giornalisti culturali recensiamo entusiasticamente i libri dei direttori, dei caporedattori e dei colleghi della nostra testata, e anche di quelle concorrenti. Non si sa mai, la volta dopo potremmo trarne merce di scambio.
Ma in rete, nella limpida, democratica rete, fuori da ogni condizionamento, da ogni do ut des, da ogni servaggio professionale? Una riflessione mi è stata sollecitata da una recente ricognizione. Ho fatto, per un lavoro che mi era stato chiesto, una ricerca su Cuore di tenebra, di Conrad. Sfogliati alcuni testi classici di critica, ho cominciato a frugare tra blog e commenti in rete, per farmi un’idea di cosa ne pensava il grande pubblico. Ho trovato qualche sincero commento positivo; ma anche prose di questo genere:

(su IBS.it) Andrea (voto: 2/5); Conrad ha mancato della capacità di irretire il lettore e quindi la lettura delle pagine scorre lenta e noiosa cosa che, pur trattando di temi complessi, non si riscontra ad esempio in Orwell (che scrive anche lui romanzi). Poi se gli elogi sono fatti in massa perché viene ritenuto da sempre un capolavoro della letteratura e le persone non vogliono fare la figura degli “intellettuali timidi” perché criticano un “capolavoro” è un po’ come darsi dell’imbecille agli occhi degli altri.
(ancora IBS) Nicola Mosti (voto: 3/5): Per cominciare, intenderei demolire la tiritera in base alla quale ai lettori non è consentito esprimere critiche a un testo di narrativa se non lo si contestualizza, se non si sposta il piano di lettura, se non si trasfigurano i contenuti e altre amenità (…) Premessa necessaria per sgomberare il campo dai preconcetti che ammorbano la mente dei critici di professione, secondo i quali i mostri sacri della letteratura non posso mai essere messi in discussione dai semplici lettori. Quegli stessi personaggi che, dallo scranno del loro dottissimo studio, distruggono inappellabilmente scrittori contemporanei (…).
 (su Qlibri) Martillo8: Lo stile è quello che si addice all’800, basato su termini di linguaggio elevato e quasi aulico, scritti in un inglese antico e ormai in disuso.
(Sempre Qlibri) Artemisia: Il mio “disappunto” si rivolge principalmente alla “scorrevolezza” dell’opera che nonostante la tematica “umanistica” non riesce, a mio parere, a interessare il lettore e a “travolgerlo” come invece vi riesce il film “Apocalypse now”.
(su Letterati.it) Giuseppe Salsano: Il mare e gli oceani sono, come in Melville, il simbolo di ogni sfida, ma la mole smisurata della loro forza e delle loro dimensioni sono inconcepibili, quindi sublimi, ad ogni ragione umana…

Be’, sarebbe troppo facile fare dell’ironia su un linguaggio povero o inappropriato, su paragoni fuori luogo con autori distanti nel tempo e nelle tematiche, sull’uso spropositato delle virgolettatura e così via.  Quello che colpisce è l’astio nei confronti della critica ufficiale, colpevole di dare giudizi (ma cos’altro dovrebbe fare) e di non apprezzare gli scrittori contemporanei (qui sospetto una stroncatura non digerita), ma soprattutto di negare il diritto di dire la loro ai lettori qualunque. Naturalmente è in parte vero: lo sto facendo anch’io, in questo momento. Ma è anche vero che tendo a non considerare autorevole una recensione scritta in un italiano zoppicante, e gravida di risentimento verso la cultura ufficiale. Che si merita il massimo disprezzo, sarà vero, ma per ridimensionare la quale è necessaria un’autorevolezza che questi scritti non hanno.
Se una conclusione posso trarre, da questa come da altre ricognizioni fatte in rete, debbo dire che i giudizi dei lettori sono spesso superficiali, frutto di letture mal digerite e di piccoli risentimenti personali. Qualcuno dirà che non è un problema, che opinioni del genere sono sempre esistite. Ma una volta non si trovavano in rete, e non avevano altro ruolo che quello di una chiacchiera da bar. Oggi i pareri su Conrad che ho riportato hanno, per certi versi, la stessa dignità  di una introduzione di un grande anglista o della recensione di uno specialista di letteratura marinara. Ecco, questo secondo me è un problema. Perché se tutti i pareri hanno diritto allo stesso rispetto, alla fine nessun parere avrà diritto a rispetto alcuno. Se lo studioso vale come il lettore comune, non ci sarà più nessuno che rappresenterà un momento di mediazione tra chi ha competenza e chi non ne ha. Se non ci sono più gerarchie della conoscenza, non ci sono nemmeno gerarchie dei ruoli.
Immagino che qualcuno penserà che questa è la democrazia, che quello che accade per le recensioni dovrebbe accadere per tutto e che in questo modo saremmo tutti più uguali e più felici. Non sono d’accordo. Neanche un po’. Saremmo tutti più ignoranti, più arroganti e più confusi. La democrazia è anche rispetto per le competenze. Senza quel rispetto, è logico che i genitori vadano a minacciare il professore che dà cattivi voti al ragazzo che non studia, che i cittadini disonesti protestino il giudice che li condanna e gli evasori fiscali chi vuol far pagare loro le tasse. L’uguaglianza è necessaria in partenza, per dare a tutti le stesse opportunità. Dopo, chi più sa deve avere più responsabilità, ne deve portare il peso, risponderne e esserne degno. Questo sì. E chi non ha l’autorevolezza necessaria per svolgere il ruolo che ha conquistato, ne paghi le conseguenze. Ma non tutti possono fare tutto. E la rete, che per la sua capacità di dare infinite informazioni a tutti, è uno strumento di grande democrazia, non lo è se ci riduce tutti allo stesso ruolo.
Ricordiamo il percorso della rivoluzione della Fattoria degli animali. Non siamo, e non vogliamo diventare tutti uguali. Anche perché, dietro l’angolo, c’è sempre un maiale che sostiene di essere più uguale degli altri.

mercoledì 28 maggio 2014

LA NARRAZIONE, AD OGNI COSTO
Ci sono scritti letterari che suggeriscono raffinate analisi sociologiche e saggi che coinvolgono come romanzi. Anzi, forse è il caso di dire che la fusione tra i due generi, oggi sempre più frequente, è la forma di scrittura più feconda. Perché quello che prevale, indipendentemente dal genere dominante, è il racconto, la narrazione, il trascinante progredire di una storia. Ecco qualche esempio recente.
La forma è quella del racconto lungo, ma la sostanza è teatrale: un unico atto, in più quadri. Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o, di Massimo Carlotto, ha un ritmo serrato, è pieno di ironia, e ha una brillante conclusione a chiave.
Il protagonista è un ladro dilettante, il classico esodato che si ricicla come topo di appartamenti e si imbatte in una bella donna di origine tedesca, ex croupier che, frodata dei suoi risparmi da una speculazione sui derivati finiti carta straccia, la vuol fare finita. Sullo sfondo, la moglie del ladro, la classica piccolo borghese rompiscatole che lo tormenta con telefonate inconcludenti anche quando è “sul lavoro”.
Il senso del racconto è tutto nei dialoghi tra queste vittime di due tipici incidenti del nostro tempo. Lui banale, debole, insicuro, professionalmente (come ladro) del tutto impreparato, ma vitale; lei, teutonica ma capace di sentimentalismo, elegante e smaliziata, determinata a non morire povera.
Anche fuori dagli equivoci, dagli incidenti di percorso, dal lento svelarsi della sostanza dei protagonisti c’è, nel testo, un’allegoria del presente: può succedere che la bella signora tedesca (la Germania), già ricca, finisca nelle mani di un malandato nullafacente riminese (l’Italia), e ne chieda la collaborazione per risolvere i problemi che l’avidità finanziaria può produrre. Non è facile che finisca così, fuori metafora, ma chissà, dopo i risultati delle europee, non si sa mai.
Un po’ in equilibrio tra letteratura e saggismo antropologico Mondo piccolo, di Valerio Millefoglie , Laterza, induce una riflessione che ci lascia piacevolmente incuriositi. Il sottotitolo, Spedizione nei luoghi in cui appena entri sei già fuori, illumina sul processo analitico-narrativo. Entriamo nel ristorante, nella casa, nella discoteca, nel bar, nella prigione, nell’albergo, nel cinema, nello zoo più piccoli che si possano immaginare. Le descrizioni sono anodine, non ci sono commenti, niente soddisfatti bamboleggiamenti su quanto il piccolo possa essere grazioso, delizioso, intimo. Solo il dettaglio di come luoghi abitualmente grandi possono conoscere versioni lillipuziane senza perdere le loro caratteristiche originali. E di come ci si arriva.
E’ una volta conclusa la lettura che ci rendiamo conto che abbiamo davanti un trattato sulle dimensioni. Perché ci si chiede sempre qual è la grandezza di un luogo, di un oggetto, di un fabbricato, e non la piccolezza? Eppure la piccolezza, oltre ad essere sinonimo di grazia (C’est mignon, n’est-pas?), è una sfida a ripetere in piccolo quello che nasce per essere grande. E, come nei modellini, quello che ci lascia stupiti è la possibilità di mantenere la scala, la precisione del dettaglio. Solo che il modellino è finto, mentre qui le cose sono vere, ci si entra dentro. Ed ecco che la versione miniaturizzata ci permette di verificare meglio il senso, la qualità funzionale, il valore ultimo dell’originale. Niente di peggio che essere impressionati dalle grandi dimensioni e perdere di vista la funzionalità, la efficienza, la dimensione umana delle cose. Perché errori stilistici e bellurie insensate, cadute di gusto e mostruosità nella dimensione macro si perdono, si perdonano, si obliterano, E’ nella dimensione micro che dimostrano, senza infingimenti prospettici, la loro vera sostanza.
E’ un saggio, non è un romanzo, L’onesto porco (sottotiolo: Storia di una diffamazione), di Roberto Finzi, Bompiani, ma si legge come un’opera di brillante intrattenimento. Perché del povero porco c’è veramente tanto da dire, specie dopo macellato, perché “Puossi rassomigliare a’virtuosi, quali vivi sono mal trattati, ma morti desiderati et honorati” (Vincenzo Tanara, 1644). Di quanto siano deliziosi salsicce, salami, prosciutti, mortadelle, braciole, zamponi, cotechini e salama da sugo. Ma anche di come, da vivo, sia meno sporco di quanto si pensi e, anche se usato come metafora del male e del diabolico, sia in fondo animale intelligente e mansueto.
Finzi trova le citazioni dei grandi che ne hanno scritto, da Aristofane a Bonvesin della Riva,  da Folgòre da San Gemignano al Boccaccio. Ripercorre le proibizioni alimentari, che risultano peraltro infondate, e l’uso ingiurioso del nome, anche questo spesso incongruo. Troia, per esempio, termine oggi terribilmente infamante, pare derivi da una ricetta per la maiala ripiena, come lo era il cavallo degli achei, pietanza per niente traditrice e assai prelibata.

La panoramica delle citazioni dotte non può non concludersi con il dialogo immaginato da Plutarco tra Ulisse e Grillo (uno dei greci tramutati da Circe in maialoni, ominosa visione). A Ulisse, che gli chiede se non vuole tornare uomo, il Grillo-maiale risponde con parole alate e definitiva saggezza: “Preferisco essere un maiale contento della mia sporcizia piuttosto che un uomo debole, vanaglorioso, leggero, maligno, ipocrita e ingiusto”. Forse  è vero. Meglio un giorno da maiale…
                                         Da "L'immaginazione", aprile 2014

sabato 15 marzo 2014

Street poetry

Visto in via Zamenhof, Milano

La rete e il minestrone quotidiano

“Chi ha appreso dei misteri della vita tra galline e conigli ha una visione assai leggera delle carnali nefandezze”. Be’, chi non ama il fecondo argomentare alla radio di Gianluca Nicoletti, così intriso di riferimenti alle “carnali nefandezze”, dovrà almeno riconoscere la genuinità della sua vocazione e la sincerità della ricognizione che fa su di sé e sulle sue radici nel Libro infame: una sorta di autobiografia illustrata, pubblicata da Tunué. Libro che, sia ben chiaro, di infame non ha niente.  E anche il dubbio, pure legittimo, che l’operazione autobiografica sia il segno di una presunzione e di un egocentrismo ossessivo, viene meno di fronte al forte taglio ironico che permea tutto il volume, illustrazioni di Roberto Ronchi comprese.
Perché dietro lo schema autobiografico c’è un lavoro, durato anni, di rivisitazione scanzonata del costume, e di svelamento delle ipocrisie che permeano il nostro quotidiano. Tutto, come fa sempre Nicoletti, giocato sul filo sottile che unisce la tradizione di un’Italia contadina, provinciale, bigotta e insieme sensuale, alla contemporaneità segnata dalla rivoluzione della tecnologia digitale. A chi lo accusa di essere spesso “sopra le righe”, Nicoletti risponde che “L’allusione porno gastronomica è per me l’unica via di fuga dal proibizionismo dei sensi”, aggiungendo che “L’allusione prandiale alle fantasmatiche sollecitazioni sconce suggerite dal cibo sin dalla mia fanciullezza faceva parte del costume locale”; e “non è colpa mia: così sono cresciuto”; “vengo dalla provincia più intrisa di pudibondo libertinaggio che ci sia in Italia”.
E’ pensando al fatto che la deriva tecnologica dell’archiviazione digitale di fatti, esperienze, emozioni di una vita potrebbe essere la strada per costruire una memoria che dia conforto per quello che si perde, e permetta rievocazioni nostalgiche, che Nicoletti ripercorre, a salti, alcuni segni della formazione di un figlio del dopoguerra e del boom. Si va dalle polverine per fare l’acqua frizzante alla mucca Carolina, dalla carne in scatola ai terrificanti manifesti coi mutilatini che avevano toccato i residuati di guerra, ai banchi di scuola con il calamaio per l’inchiostro alla prima comunione con i pantaloni corti. Non mancano le prime esperienze erotiche, suggerite dalle pubblicità di biancheria intima sul catalogo Postalmarket, per passare dalle immagini del “frate favarone” alle ragazze di Drive in e Colpo grosso, dai soldatini di piombo agli anni di piombo, da Lanciostory alla mamma che, più o meno consapevolmente, boicotta l’ingresso in casa delle amichette del figlio.
Ma c’è una cosa che lega la semantica del nascente consumismo degli anni ’50 – ’60 alla vertigine con la quale Nicoletti, dal ’90 in poi, si lancia nel mondo del web passando interi anni intriso di chat lines, di second life, di facebook. E’ l’idolatria del sintetico – l’idrolitina, la carne Simmenthal, il surrogato di cioccolata – che segna gli anni della ricostruzione e del boom, il progressivo allontanarsi dalla natura, l’inarrestabile avanzata di prodotti (e mentalità) industriali, di cibi e oggetti segnati dalla tecnologia a scapito di quelli, semplici e banali, di veloce decadenza e marcescenza, che forniva l’orto di casa, o il negozio di alimentari all’angolo. Ecco, in questo passaggio c’è la formazione di Gianluca Nicoletti, e c’è la trasformazione del nostro paese degli ultimi sessant’anni. “Penso che divenimmo i pionieri degli amori digitali proprio perché avevamo coltivata fin dalla fanciullezza quella fantastica confidenza con tutto ciò che riproduceva sinteticamente il banale e caduco prodotto della natura”.
Il passo successivo sono le protesi emotive dei Golem che riproducono in forma digitale il nostro agire umano, lo smarrirsi in un universo che mette in comunicazione con un numero potenzialmente infinito di persone, l’illusione che le memorie elettroniche ci rendano meno inermi di fronte alla fugacità delle cose della vita. Una dimensione in cui il monitor diventa un reliquiario di noi stessi, e noi siamo una sorta di imbalsamatori delle nostre anime, che ordiniamo nel museo digitale delle nostre allucinazioni. Se questo ci renderà meno fragili e se le tracce che avremo lasciato sopravvivranno meglio all’erosione del tempo, non ci è dato sapere. Per ora, dice Nicoletti, viviamo in un tempo mitico che si è fuso con la vita di ogni giorno. “Ho avuto il privilegio di poter seguire un passaggio nella catena evolutiva pari a quello che ha determinato il pollice opponibile”. Ma anche lui, che pure ha la sensazione di essere stato testimone e insieme protagonista di una delle rivoluzioni più significative della storia dell’uomo, conclude: “Come tanti miei contemporanei, ho diluito il mio tempo mitico nell’imbecille minestrone del quotidiano”. Niente di grave. L’importante è saperci ironizzare sopra.

domenica 2 marzo 2014

Aere perennius

Sono in ritardo, terribilmente in ritardo.
Mentre io mi attardavo a promuovere la lettura
c’era chi aveva capito che i libri non servono più.

Forse i conigli non dovrebbero avere la presunzione di interloquire con Wittgenstein. Ma  lì (tale il titolo del blog di Luca Sofri) fin dall’8 gennaio campeggia un post che decreta, testuale: ”La fine dei libri”. Sono certo in ritardo, sono d’accordo su alcune osservazioni, ma su altre vorrei sommessamente dissentire.
Dice Luca Sofri che la rete ci ha disabituato alla “lettura lunga” e che il tempo che una volta era usato per leggere libri ora è preso da altri strumenti: videogiochi, social networks, video online ecc. Forse in parte è vero, e ce ne dogliamo. Ma soprattutto che il libro “non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura”, e che è “diventato marginale come mezzo di diffusione della cultura contemporanea”, che trova invece spazio su internet in formati più brevi, “che non sono più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea”. Sofri aggiunge che non è vero che i libri “restino” più a lungo, e che oggi “resta” più un post su un blog. Un monumento incorruttibile nello scorrere della storia. E  conclude che ci saranno sempre degli “appassionati ‘romantici’ dei libri”, ma che saranno sempre meno, come quelli del teatro: due “nicchie laterali della cultura contemporanea”.
Ora, nessuno mette in dubbio la crisi dell’editoria, anche se a mio avviso è più figlia della crisi economica generale che di una disaffezione per il libro. Né che i nuovi media stiano occupando uno spazio crescente del nostro tempo sia libero che di lavoro, né che abbiano grandi capacità di sintesi e di penetrazione nell’opinione pubblica. Una cosa che onestamente non riesco a condividere, invece, è che la cultura  si possa costruire senza libri: quella non è cultura, è abilità, capacità di organizzarsi, di avere informazioni. Ma la cultura nasce dalla comprensione profonda di fatti, concetti, progetti. Dalla metabolizzazione di ragionamenti complessi.
E non credo che tutti i libri siano solo lungaggini stiracchiate intorno a una sola idea. Lo saranno quelli scritti dagli universitari a meri fini concorsuali. Lo saranno probabilmente la maggioranza di quelli che vengono pubblicati, come è sempre accaduto. Ma che ogni tanto un libro – saggio o romanzo che sia – riesca a sondare spazi inesplorati, dandoci risposte a grandi questioni, o aggiungendo dubbi a quelli che abbiamo già, riesca a raccontare le vicende umane con intuizioni così profonde da farci ripensare a tutto quello che abbiamo fatto nella nostra vita, o a farci scoprire un tipo di persona o di comportamento che non eravamo riusciti ad inquadrare con i nostri mezzi, questo non lo può negare nessuno. Il libro, sì, può essere un monumento aere perennius.
Se poi è vero che, purtroppo, il numero dei lettori, in Italia, non solo non cresce, ma diminuisce perfino, questa è soltanto la dimostrazione non che siamo un paese all’avanguardia, ma che siamo un paese arretrato e condannato al declino culturale, politico ed economico. Eppure, a guardarle bene, le cifre della crisi riguardano soprattutto i lettori deboli, quelli che leggono un libro l’anno, magari di ricette, di diete o di freddure. Perché i lettori forti sono rimasti più o meno gli stessi.
Luca Sofri dice che è assodato che “la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga”, e cioè incapace di leggere testi di molte pagine. Ma non so se è vero. Perché i “lettori lunghi”, in Italia, sono sempre stati pochi. Il problema è che non sono cresciuti proporzionalmente alla scolarizzazione del paese. Può, l’uso della rete, sostituirsi a questa mancata crescita? Io penso proprio di no.
Sempre che ai conigli sia concesso confrontarsi con Wittgenstein, vorrei dire che mi spaventa l’idea – ahimé diffusa - che in futuro apprenderemo molto velocemente dalla rete quello per cui prima perdevamo tempo sui libri. Io penso invece che, rinunciando alla lettura (su carta o su e-reader non conta), saremo sempre meno capaci di pensieri complessi, di ragionamenti in profondità, di assimilare le lezioni del passato, di progettare il nostro futuro con cognizione di causa, di svolgere il nostro lavoro - tutti i lavori, dal più semplice al più complesso – con competenza. Soprattutto ho paura che chi viene affascinato dalla prospettiva della trasmissione informatica della conoscenza non si renda conto che la mancanza di profondità, di “lettura lunga”, impedisce la maturazione di cittadini consapevoli, e quindi di una democrazia degna di questo nome. Perché in un paese dove non si leggono libri, non si sa nemmeno perché e per chi si va a votare. E che in Italia la scarsa percentuale di lettori abbia già dato segnali preoccupanti in questa direzione, mi pare non ci sia bisogno di ripeterlo. E la frequentazione della rete difficilmente produrrà maggiore senso dello stato, solidarietà sociale, coscienza civica. Né capacità di sviluppo, intellettuale come economico, perché vanno di pari passo.

Lasciamo ai nuovi media tutto il merito di darci informazioni infinite in tempi brevissimi; di metterci in contatto con il mondo senza barriere; e facciamo in modo che tutti vi abbiano accesso, perché sono strumenti indispensabili. Ma credo che non dovremmo perdere occasione per sostenere la lettura, fare in modo che la famiglia, la scuola, la radio e la televisione e, perché no, i nuovi media lancino una grande campagna per stimolare la lettura e familiarizzare gli italiani col libro. Anche con i grossi libroni con un’idea sola: meglio averne letto uno in più che uno in meno. Non è tempo perduto. E’ tempo guadagnato nella costruzione di menti critiche e  aperte. Perché è dimostrato che nei paesi in cui il numero di lettori di libri è più alto, il prodotto interno lordo cresce di più. Pensare che leggendo twitter gli italiani acquisiscano gli strumenti per competere a livello mondiale con i paesi più avanzati è un’illusione pericolosa. Senza pensiero, senza ragionamento, senza “lettura lunga” si resta superficiali, ignoranti, e poveri. E magari, pur illudendosi che un blog sia eterno, si finisce per usare una lingua sciatta, povera e disordinata, che trasmette idee approssimative e confuse.www.wittgenstein.it