SVELAMENTI
Giornalaio di Linate; dietro il bancone ci sono due signore, non giovanissime. Arriva un cliente: "Cercavo un libro di Manfredi, mi pare si intitoli : Le meraviglie del passato". E le signore, pronte: "Siamo noi, le meraviglie del passato".
domenica 30 novembre 2014
mercoledì 29 ottobre 2014
NON SIAMO INNOCENTI.
IL DECLINO DEL PAESE
E’ RESPONSABILITA’ DI TUTTI
“La nostra organizzazione sociale ha bisogno di una
generazione di 'lavoratori della mente' (…) desiderosi di sfuggire a una piatta
impiegatizzazione (...) mettendo le proprie competenze a disposizione della
comunità”.
Sante parole.
Nel suo ultimo libro, Senza sapere – il costo dell'ignoranza in Italia,
Laterza, 2014, Giovanni Solimine si schermisce, dicendo che sarebbe
presuntuoso, per lui, indicare la via per uscire dalla situazione di drammatico
declino culturale del nostro paese. Ma in effetti il suo libro, assieme a una
puntuale analisi della crisi in atto, ricca di dati e utili riferimenti alla
letteratura esistente, è un compendio di cosa si dovrebbe e si potrebbe fare
per smuovere le acque stagnanti della palude in cui si è impantanata l'Italia.
Parte, Solimine, dal comparto in cui si è più speso,
per la sua produzione scientifica e il suo impegno civile, e cioè quello della
lettura e del sistema bibliotecario. Disegna un quadro drammatico, che va oltre
la modesta percentuale di lettori che ben conosciamo: se più di metà degli
italiani non legge nemmeno un libro l'anno, appena l'8% dichiara di avere
significativi interessi culturali. E mentre nell'ultimo ventennio la spesa
delle famiglie per la telefonia è aumentata del 360%, quella per i consumi
culturali è calata del 38%. Non vado oltre. Ma quello che conta è che, come
ricorda Solimine, l'accesso alla conoscenza è fonte di benessere, mentre noi,
dopo gli anni Settanta, siamo diventati più ricchi, ma meno colti e quindi
anche meno felici, meno capaci di vivere responsabilmente la modernità e meno
consapevoli.
E siamo diventati ignoranti. Abbiamo svilito scuola e
università, non abbiamo investito nelle biblioteche e nella formazione degli
adulti, non abbiamo riconosciuto il valore della conoscenza. Di chi la
responsabilità di questa deriva? Inutile prendersela con chi ci ha governato.
Non siamo innocenti, è colpa di tutti, anche se in particolare della classe
dirigente: dei politici, che hanno perseguito l'utile personale invece del bene
generale; del ceto imprenditoriale, portato solo agli interessi di bottega;
degli intellettuali, rinchiusi su se stessi e incapaci di proporsi come guida
per l’uscita dalla crisi; ma anche di una società civile cinica e distratta,
che quella classe dirigente ha tollerato e subito.
Non dobbiamo illuderci: Solimine ricorda che abbiamo
già assistito al declino di popoli con alle spalle tradizioni millenarie. Noi
stiamo, appunto, sprecandole. Potremmo salvarci se riconoscessimo che la
conoscenza è un bene comune ineludibile; se riducessimo le disuguaglianze, che
sono un freno alla crescita; se capissimo che la comunicazione culturale e
scientifica è un’infrastruttura essenziale; se potenziassimo le biblioteche
pubbliche e le mettessimo all’altezza della sfida della modernità; se lo stato
e i privati investissero nella ricerca; in definitiva, se decidessimo di
combattere l’ignoranza.
Importante la precisazione sui cosiddetti “beni
comuni”, termine che rischia di diventare “una delle più stucchevoli
parole-chiave del dibattito politico ed economico”, utilizzata spesso a
sproposito. Giustamente, si sottolinea, bene comune non è solo qualcosa di
proprietà collettiva o aperta al pubblico, ma soprattutto qualcosa di cui tutti
si è partecipi, che riporti a valori condivisi. Ed ecco perché in Italia
l’istruzione, la tutela dei beni culturali, la conoscenza in quanto tale e la
lettura non sono riconosciuti come beni comuni. Con il disastro che ne
consegue.
Nel suo percorso, Solimine non può fare a meno di
analizzare il rapporto che la conoscenza ha con lo sviluppo della tecnologia
della rete. Senza chiusure preconcette, è però importante l’indicazione che fa
nel ricordare che bisogna distinguere tra informazione e conoscenza. Che la
sovrabbondanza di informazioni non comporta comprensione, e che – citando Metitieri - “La gran parte degli utilizzatori dei motori
di ricerca (…) tende ad arrestarsi di fronte ai primi risultati, senza che ne
vengano valutate la pertinenza, la rilevanza e l’attendibilità, e quindi senza
che si possa produrre un’appropriazione critica e consapevole dei contenuti”.
Forse non ci sono qui le indicazioni per uscire dalla
crisi del paese; ma mentre c’è chi continua a pensare che ci vogliano subito nuove
leggi contro la corruzione e la criminalità, qui viene almeno ricordato, dati
alla mano, che “i paesi nei quali i livelli di istruzione e di partecipazione
alla vita culturale (…) sono più alti”, quelli “in cui le biblioteche marcano
una presenza più incisiva, sono anche i paesi in cui i livelli di competitività
sono più elevati, la corruzione e la criminalità pesano in misura minore, la
parità tra i sessi è pienamente acquisita”.
E’ lì, dunque, nella battaglia per la cultura, che si
decide se sapremo batterci contro il declino.
(Da “L’Immaginazione”, settembre-ottobre 2014)
martedì 14 ottobre 2014
GUIDO MARIA BRERA:
E SE LA NOSTRA ECONOMIA FOSSE NELLE MANI DEI DIAVOLI?
Ma voi avete una
vaga idea di cosa voglia dire guadagnare trenta milioni di dollari l’anno?
Ecco, è una dimensione che noi umani, piccolo borghesi, non riusciamo nemmeno a
figurarci. Eppure ci sono dei signori che lavorano nella grande finanza che
guadagnano così. Riusciamo invece a figurarci benissimo che ci siano dei
momenti in cui una dozzina di uomini potentissimi decidono, nel chiuso di un loro
lussuoso ufficio, che cosa ne sarà di un intero paese, della sua economia,
della sua valuta. Lo immaginiamo perché è sempre consolatorio pensare che i
nostri guai dipendano da un grande complotto, da poteri oscuri, da circoli
occulti, da società segrete. Subito dopo, di solito, ci convinciamo che non può
essere così, che la realtà è più semplice, e che se c’è la crisi, se l’economia
non tira, se il pil non cresce, in fondo, come pensa la Merkel, la colpa è solo
nostra.
Forse, invece,
sbagliamo. A leggere I diavoli (sottotitolo:
La finanza raccontata dalla sua scatola
nera), Rizzoli, 2014, di Guido Maria Brera, non solo veniamo a sapere come
vivono, quei signori da trenta milioni di dollari, ma anche che può succedere
che l’attacco a un paese, il nostro, e a una moneta, l’euro, sia pianificato e
portato avanti da un gruppo di speculatori talmente spregiudicati da non essere
nemmeno marginalmente interessati alla ricaduta umana e sociale di
un’operazione tanto brutale.
Con il ritmo di un
giallo avvincente, Brera racconta la storia di uno di quei diavoli, simili ai
“diavoletti di Maxwell” che, se esistessero, cambierebbero le leggi della
fisica; e che nella finanza esistono, perché sono quei sensibilissimi e
temerari giocatori di borsa che fanno i soldi con i soldi e decidono, loro, come
devono andare le cose. I prezzi, i mercati, sono governabili. “Il mercato sono
io”, dice un diavolo. Ed è capace di giocare, manipolando gli scambi, fino a
far salire e scendere i prezzi in funzione dei suoi investimenti.
La descrizione di come si vive alla guida di
un gruppo di operatori che passano la vita sui loro computer a comprare e a
vendere i milioni come fossero pizzette è, da sola, un romanzo a sé. Sono
uomini che devono vivere in anticipo: “Oggi non è mai oggi. Oggi è già domani”.
E “Il passato è un posto strano”, qualcosa che non si può nemmeno quotare in
borsa, e quindi, in fondo, inutile e senza senso.
Il protagonista,
Massimo, venticinque completi blu tutti uguali, ha sì una moglie, dei figli, una
passione per il mare e per la pesca, un albero di natale in casa. Ma è
innanzitutto un trader italiano che è diventato il leader di una merchant bank londinese, filiale di una
grande banca americana. La sua vita è soprattutto, quasi tutta, lì, nel grande
ufficio, il floor: “Nel floor c’è il
riflesso del mondo. Fuori dal floor c’è il mondo, ignaro del proprio riflesso”.
Ma succede che i
protagonisti di questo “grande gioco” decidano di far fuori il mercato
italiano, di far precipitare le quotazioni, di far lievitare lo spread. E che
Massimo, il nostro protagonista, si trovi in mezzo a una grande speculazione
che punta a ridurre l’Italia a uno pae marginale, dal quale poi, una volta
consumata fino in fondo la crisi, spremere lavoro umile a basso costo. E si
ribella. Lascia il suo pagatissimo posto a Londra, lascia la moglie, che non
può capirlo, lascia un intero mondo, basato su false verità economiche e
speculazioni spregiudicate che hanno conseguenze mostruose. Perché non se la
sente di portarne la responsabilità morale. Memorabile lo scontro tra il cinico
americano e il sensibile italiano: “La finanza doveva essere la cinghia di
trasmissione, invece è diventata il centro di tutto”. (Lo penso da un pezzo
anch’io, Ndr.) “Abbiamo venerato il
denaro come un feticcio. Abbiamo comprato giudici, politici, agenzie di rating
e sindacati. Abbiamo cambiato leggi e commissariato Paesi, ma non siamo riusciti
a creare ricchezza vera per tutti”. E già, qualcosa di cui in tanti avevamo avuto
il sospetto.
Non anticipiamo qui
un finale al cardiopalmo, ma possiamo dire che si intuisce che l’autore debba
aver avuto un’esperienza molto simile, e che alle volte l’etica possa far
capolino anche nei centri più cinici del potere economico. Quello che colpisce
è l’idea che, appunto, possa essere andata così anche per quel che riguarda la
crisi dei PIGS, della Grecia, della Spagna, e soprattutto dell’Italia. Che i
complotti (finanziari) possono esistere davvero e che dei signori, a Londra e a
New York, dietro i loro computer, senza avere niente a che fare con l’economia
reale, con chi lavora e produce, con le fabbriche e i commerci, con la ricerca
e gli scambi di culture e di conoscenze, possano far declinare l’economia di un
intero paese, impoverirne la classe media, succhiarne risparmi e risorse e
trascinarlo verso la marginalità.
Questo è un romanzo. Ma mette fastidiose pulci negli
orecchi. E se quei complotti, quei gruppi di potere, quei circoli occulti
esistessero davvero, se qualcuno, complice la Germania, avesse deciso –
indipendentemente dal fatto che noi abbiamo fatto o no i “compiti a casa” – che
dobbiamo essere la parte debole dell’economia europea, e che si debba pagare,
tutti noi meridionali, un vassallaggio alle economie più potenti?
lunedì 8 settembre 2014
L’ATTUALITA’ DI BOBBIO:
DESTRA E SINISTRA, 20 ANNI DOPO
DESTRA E SINISTRA, 20 ANNI DOPO
Quello che colpisce ancora oggi, del
famosissimo libro di Norberto Bobbio, è la dimensione quasi puntigliosa dell’analisi
di quella che resta la principale
dicotomia politica della modernità; un’analisi svolta con una precisione che
sarei tentato di definire ossessiva, tanto è dettagliata ed esaustiva. E che
parte dall’esame delle argomentazioni di chi – allora come oggi - contesta la persistenza di significati profondi e divaricatori nei termini di
questa diade. L’editore Donzelli ha giustamente ristampato Destra e sinistra con un’ampia appendice; ma non è soltanto un riconoscimento
all’alta qualità del lavoro dello studioso perché, nella rilettura, emergono prepotentemente
i motivi della attualità del testo. Per individuarli, val la pena ripercorrere
le tappe dell’indagine, per cui andiamo
con ordine.
Bobbio inizia analizzando le
posizioni di chi contesta che, nelle democrazie avanzate, ci siano ancora vere
antitesi nei diversi progetti politici, sostenendo che ormai permangono
soltanto differenti soluzioni tecniche ai problemi interni a sistemi dati.
Sensato ma non decisivo, dice Bobbio. Ed è vero che possano esistere forti
punti di contatto anche tra schieramenti politici contrapposti, che gli
schieramenti trovino conforto in autori che sono stati considerati maestri
dallo schieramento opposto, che uno dei due fronti possa entrare in un’eclisse
che lo esclude dalla competizione, come è vero che esistono zone intermedie, centrismi, che sfumano le differenze, e
che possono oscurare le zone di contrapposizione. Vero, come è accaduto che la
sinistra abbia riconosciuto il valore di Nietzsche e la destra quello di
Gramsci. Ma non elimina la contrapposizione, come naturalmente non è che il
bianco e il nero non esistono solo perché esiste il grigio.
Non ci si può limitare a contrapporre
schieramenti moderati a quelli estremistici, dice Bobbio, perché può accadere che ce ne siano a destra come a sinistra. Né si può sostituire la diade destra-sinistra
con quella progressisti-conservatori, perché le due caratteristiche possono
essere declinate, con varie sfumature, per tutte e due gli schieramenti. E non vale
nemmeno il riferimento a un credo religioso, anche questo identificabile in
ogni schieramento.
Ci sono contrapposizioni che, invece
di basarsi su forti caratterizzazioni ideali, sono dovute all’uso di valori
strumentali (benessere/vs/austerità, o individualismo/vs/anti-individualismo),
ad atteggiamenti conoscitivi (romantico o realista, critico o sentimentale),
che però non coincidono con la diade destra-sinistra. Ci sono infatti romantici,
individualisti e austeri in ogni schieramento. Per Marco Revelli destra e
sinistra non sono concetti assoluti, cambiano nel tempo, e non si possono
fissare contenutisticamente. Un’attribuzione alla destra di forte radicamento
su suolo, natura e storia, difesa del passato e delle tradizioni, contrapposta
all’ideale della liberazione dell’uomo da poteri ingiusti e oppressivi
rappresenta, per Cofrancesco, una permanente divaricazione tra i due
schieramenti, che si può sintetizzare nella diade tradizione/vs/emancipazione. Distinzioni interessanti, ma non dirimenti. Per Laponce la diade classica rimanda a
“gerarchia” ed “eguaglianza”; e siamo già in una zona più promettente, anche se il
concetto di eguaglianza è relativo: può riguardare i soggetti, i beni, e i
concetti con cui sono ripartiti. E c’è chi sostiene che le diseguaglianze sono
naturali, mentre c’è chi ritiene che alcune abbiano origine sociale. Esemplari,
in questo senso, le posizioni di Rousseau e di Nietzsche: per l’uno gli uomini
nascono uguali e sono resi diversi dalla società, per l’altro nascono diversi e
sono resi artificialmente simili dalla società.
E bisogna distinguere, dice Bobbio, tra
“egualitario” ed “egualitarista”, poiché il primo si propone di ridurre le
disuguaglianze, mentre il secondo le nega e vuole, utopisticamente,
l’uguaglianza di tutti in tutto. Fatte queste distinzioni, però, ecco finalmente
farsi strada un terreno più solido su cui lavorare alla ricerca di una
definizione della diade iniziale. L’elemento che meglio caratterizza i
movimenti di sinistra è la tendenza
a una maggiore eguaglianza, e la propensione a sostenere le politiche che
mirano a limitare le diseguaglianze, mentre è caratteristico della destra difendere le politiche e le
tradizioni che garantiscono il permanere delle diseguaglianze.
Ecco che la distinzione fondamentale,
non storicamente determinata, non ondivaga, come qualcuno vorrebbe, si è
finalmente delineata con forza. La rigorosa ricerca analitica di Bobbio ci dà
un risultato difficilmente contestabile. La distinzione tra destra e sinistra
sta lì: nell’essere più o meno propensi
al superamento delle diseguaglianze.
Nell’appendice della edizione del
ventennale troviamo due interventi di attualizzazione. Uno, di Daniel
Cohn-Bendit, un po’ confuso, in cui si contesta a Bobbio di aver parlato di
partiti (mentre Bobbio non li cita nemmeno), e si introduce un impreciso
concetto di “autonomia democratica”, di cui onestamente non ho capito bene il
senso: sarà un mio limite. L’altro intervento è di Matteo Renzi che, pur accettando l’idea che
l’eguaglianza debba restare la frontiera dei democratici, si propone di andare
oltre i risultati della ricerca di Bobbio.
Scrive Renzi che oggi i problemi
sociali si sono internazionalizzati, ed è vero; che il continuo cambiamento
della modernità non deve essere considerato un intralcio ma una benedizione, e
che la sinistra, invece, ne ha paura, e purtroppo è così, e si è visto con
l’inconsistenza delle ultime campagne elettorali; che se le cose sono cambiate
e oggi c’è più giustizia sociale è perché la sinistra ha vinto importanti
battaglie, e dovrebbe esserne orgogliosa e guardare in avanti, invece di
arroccarsi su battaglie di retroguardia, e ancora una volta non si può non
essere d’accordo; e dice che si deve anche tener conto di come ci si pone nei
confronti del tempo, e che esiste anche la contrapposizione tra passato e
avvenire, e tra movimento e stagnazione. E ha di nuovo ragione, ed è perché si
è impantanata in una cristallizzazione delle sue parole d’ordine che la
sinistra ha avuto un’eclisse di consensi.
Ma Renzi sostiene anche che oggi i
movimenti politici agiscono “in un magma che non si può ricondurre soltanto al
binomio destra/sinistra”, ma piuttosto alla contrapposizione
conservazione/innovazione. Aggiunge che il welfare ha cancellato le
diseguaglianze per quanto riguarda i bisogni primari, e che i blocchi sociali
di una volta non esistono più.
Qui credo che Renzi sbagli, perché è
vero che abbiamo fatto grandi conquiste in termini di giustizia sociale e di
pari opportunità. Ma siamo molto lontani da un mondo in cui tutti hanno la possibilità
di studiare, lavorare, e avere accesso alla salute, all’educazione,
all’informazione allo stesso modo. E vorrei aggiungere che l’innovazione non è
sempre un progresso verso l’eguaglianza, perché ci sono innovazioni che
producono nuove emarginazioni e nuove forme di povertà, che richiedono nuove
sensibilità e nuovi impegni, come dimostra la permanenza del divario
nell’accesso alle piattaforme digitali.
Insomma, tutto sta a dimostrare che non
è vero che non esistono più i blocchi sociali, che non è vero che il welfare ha
risolto tutti i problemi, e che non è vero che non c’è bisogno di importanti
interventi per aumentare (o reintrodurre) il contributo solidale di chi ha di più per chi ha di meno. A me sembra che resti indiscutibile, dunque, che la
caratteristica e il ruolo della sinistra siano ancora quelli di combattere per ridurre
le diseguaglianze, e quelli della destra siano la difesa dei privilegi e la conservazione
delle diseguaglianze che li perpetuano.
Bobbio ha ancora ragione.
Nell’ampio apparato critico del
volume del ventennale, viene riportato tra l’altro uno scritto critico di Perry
Anderson, che contestava a Bobbio una contraddizione: quella di aver detto prima
che il progresso verso l’eguaglianza è irresistibile,
ma poi solo possibile e non necessario. E in effetti nel libro
Bobbio si esprime così. Io credo però che, più che contraddirsi, abbia voluto
consapevolmente ricordarci che il progresso non è una linea retta, ma
piuttosto, come la storia ha spesso dimostrato, una sinusoide, con alti e bassi, anche
nelle conquiste sociali. E ritengo che sia una posizione corretta, perché il
fideismo progressista si può sempre scontrare con forme di reazionarismo che rischiano
di portarci indietro di secoli, e non ci si deve cullare nella fede di un
futuro radioso, perché le battaglie per l’eguaglianza non sono finite.
Ma c’è qualcosa di più, perché in quel passo, a mio avviso, c'è un ragionamento che dà al volume una formidabile efficacia: “Mai come nella nostra epoca –
dice Bobbio - sono state messe in discussione le tre forme principali di
diseguaglianza: la classe, la razza, il sesso. La graduale parificazione delle
donne agli uomini, prima nella piccola società famigliare, poi nella più grande
società civile e politica, è uno sei segni più certi dell’inarrestabile cammino
del genere umano verso l’eguaglianza”. Certo, come lo sono state il superamento
della schiavitù, dei privilegi di casta, del voto limitato per censo e per
genere, dell’istruzione obbligatoria, della pari dignità nel diritto di
famiglia, nel superamento dell’orrore degli ospedali psichiatrici, del diritto
all’assistenza sanitaria gratuita per tutti e via combattendo per la riduzione
delle diseguaglianze.
Ma ricordiamo che anche solo pochi
decenni fa poteva ancora sembrare normale che il dissenso venisse punito col carcere, che si dichiarassero guerre per insensate ambizioni territoriali, che non esistesse mobilità sociale, che le donne non
votassero e fossero escluse da importanti carriere pubbliche, che si
discriminasse e perseguitasse chi era di una religione diversa da quella della
maggioranza. Ecco perché oggi la sinistra, lo schieramento che vuole rimuovere
le diseguaglianze, ha ancora tante mura da abbattere, tanti obiettivi da
conquistare, anche perché per alcuni non abbiamo ancora la capacità analitica
necessaria, non li vediamo nemmeno. Le diseguaglianze non sono finite, nel
tempo si svilupperanno nuove e più alte sensibilità, e dobbiamo immaginare che,
se non aguzzeremo la vista, se non combatteremo per eliminarle, i nostri figli
potranno dire, come noi possiamo dire delle generazioni che ci hanno preceduto:
“perché non vi siete battuti, perché avete permesso che si compissero spaventose
brutalità, perché avete accettato che si perpetuassero terribili ingiustizie?”.
sabato 16 agosto 2014
AIUTO, ARRIVA LA
REPUBBLICA PLATONICA
Sono in ritardo,
terribilmente in ritardo. Non mi ero accorto che, mentre tutti si baloccavano
nel maldestro tentativo di riformare il parlamento, c’era chi aveva trovato la
chiave per far funzionare, finalmente, le istituzioni, realizzando la
Repubblica platonica e il governo dei filosofi.
Forse avrei dovuto stare più attento, perché qualche segnale c’era già
stato. Ma la dimostrazione che i tempi erano maturi per arrivare alla kallipolis, dove l’aurea classe dei
filosofi potrebbe governarci con naturale saggezza e razionalità, mi è venuta
dall’articolo pubblicato dalla senatrice a vita Elena Cattaneo su Repubblica,
il 7 agosto scorso, dal titolo “Senato, occasione persa. Si poteva volare più
alto”. Il nodo sta nell’ultima parte dell’articolo, nel quale la studiosa – per
la cui competenza scientifica ho la massima stima – lamenta la “distanza” con
la quale è stata accolta la proposta di “rafforzare nel nuovo Senato le
competenze culturali, accademiche o di eccellenze internazionalmente
riconosciute”. E’ chiaro che la
senatrice non ritiene sufficienti le dieci personalità che – secondo il
progetto governativo - nominerà il Presidente della Repubblica, che saranno pur
sempre un decimo dell’assemblea. Devo immaginare che abbia immaginato che
potessero essere il 20, il 30 per cento, o addirittura di più. Vediamo come ci
si sarebbe potuti arrivare e cosa ne sarebbe derivato.
Innanzitutto, come si fa ad
individuare le “personalità abituate a disegnare le frontiere del mondo”, come
auspicato nell’articolo? Se dovesse essere il Presidente della Repubblica, a
farlo, ne verrebbe fuori una sorta di “Parlamento del Presidente”, e non oso
immaginare la pioggia di critiche e contestazioni che produrrebbe. Le
“personalità” dovrebbero essere allora elette direttamente dai cittadini, o
dagli amministratori che nomineranno il senato “politico”? E perché mai i
cittadini e gli amministratori dovrebbero sapere chi sa disegnare le frontiere
del mondo, e perché questi dovrebbero essere meglio dei politici che saranno
nominati? O dovremmo avere una lista bloccata di “disegnatori di frontiere”,
garantita da qualche entità scientifica? Peggio mi sento. Ve lo immaginate un
ramo del Parlamento nominato dai rettori, dai docenti universitari, dai
ricercatori? Gli stessi che da anni non riescono a varare un solo concorso che
non sia contestato per clientelismo, che hanno trasformato le maggiori
università in emblemi del nepotismo, che sono responsabili di una selezione
alla rovescia, che ha portato in cattedra amici e parenti, mentre i cervelli
migliori dovevano emigrare? Per non parlare di quelli che portano a far lezione
Gheddafi o Schettino. E certo che ci sono docenti degnissimi, di grandi
capacità e di grande dirittura morale, Ma c’è il modo di selezionare solo i
migliori, gli onesti, i veri “disegnatori di frontiere”? Io non lo vedo. E non
vedo quindi nessuna possibilità di realizzare la Repubblica platonica. Si
chiama utopia, quel nobile progetto,
perché è irrealizzabile. E credo che sia bene che utopia rimanga.
Personalmente non ho nessun
particolare entusiasmo per la riforma costituzionale così com’è disegnata;
avrei preferito, per esempio, l’eliminazione completa del senato. Ma nessuno si
illude che la politica faccia quel che piace a lui (e se lo fa, dimostra di
essere assai immaturo). Credo invece che valga la pena dare un’occhiata alle
altre obiezioni che la senatrice oppone alla riforma, visto che sono condivise
da molti commentatori e anche da alcuni eminenti studiosi. Dice Elena Cattaneo
che: 1) Si è dato scarso ascolto a chi
aveva altre idee. Sarà vero, ma a me è parso che le altre idee, ampiamente
discusse, fossero fondamentalmente opposte a quelle di chi ha disegnato il
nuovo senato. Farle convivere era semplicemente impossibile, per cui, come
succede in democrazia, si è andati a votare e ha vinto la maggioranza. 2) Il voto è stato condizionato da pressioni
esterne ed è andato a buon fine per la disciplina di partito. E che novità
sarebbe? A meno che in parlamento sieda una maggioranza coesa e autoritaria, la
decisioni importanti devono essere prese tenendo conto dell’opinione del
maggior numero di votanti, come anche del maggior numero di cittadini. E i
rappresentanti dei partiti, di solito, si mettono d’accordo per votare insieme;
salvo contestatori che, infatti, ci sono stati. Così funziona un parlamento, ed
è giusto che i parlamenti siano condizionati dall’opinione pubblica. 3) Il progetto è pasticciato perché manca la
riduzione dei numero dei deputati e mancano garanzie di bilanciamento. Sul
numero dei deputati non posso che essere d’accordo, ma temo che il parlamento
non fosse ancora pronto a un simile sacrificio: sappiamo tutti che chi vi siede
spera di essere rieletto, alle prossime elezioni, e difficilmente si
troverebbero i numeri per far passare una riforma che prevede che il numero dei
parlamentari (retribuiti) scenda ulteriormente. Sugli strumenti di
bilanciamento dei poteri, sono stati molti a chiedere che se ne varassero, ma
nessuno ha spiegato di quali si tratterebbe, se non di un redivivo senato
elettivo. L’obiezione nasce dal fatto che in questo modo il paese sarebbe
vittima dello strapotere di un solo partito, e che questo ci porterebbe a una
forma di democrazia autoritaria. Ma dove erano, mi chiedo, le forme di
bilanciamento dei poteri del passato, quanto passavano le leggi ad personam, lo svuotamento delle casse
dello stato per favorire i benestanti a danno dei ceti meno abbienti, e si
varavano improvvidi alleggerimenti fiscali che ci hanno portato sull’orlo del
baratro e si sono dovuti subito correggere? E, in definitiva, le leggi non
possono essere corrette, che ci siano una o più camere, cambiata la
maggioranza?
Ci sono altre obiezioni che mi
lasciano perplesso, sulla riforma costituzionale e sull’italicum. Perché l’elezione indiretta dovrebbe portare in senato
dei farabutti, mentre quella diretta no? Forse che, quando votiamo per i comuni
e le regioni siamo corrotti, mentre quando votiamo alle politiche siamo spiriti
illuminati? Se così fosse, oltre alle provincie si dovrebbero eliminare anche
tutte le altre forme di amministrazione locale. Ma c’è anche l’obiezione che
così mancherebbe pluralismo e ci si affiderebbe a un unico partito, con rischi
dittatoriali. A me sembra che questo ci porterebbe, piuttosto, verso un
bipartitismo meno imperfetto di quello provato finora; forse che in Germania,
Regno Unito, Francia, USA non vigono da decenni bipartitismi quasi perfetti? O
forse che lì c’è meno democrazia? E ancora, si rimpiangono le preferenze, che
però sono state eliminate con un referendum perché erano la peggiori forme di
clientelismo e di corruzione, o ce ne siamo dimenticati? Ma sarebbe meglio
l’uninominale a doppio turno, alla francese, dice qualcuno; e io – per quel che
vale - sarei d’accordo. Ma ci sono i numeri, in parlamento, per farlo passare?
Mi pare proprio di no.
In definitiva, ho la sensazione che
le obiezioni alle riforme in atto siano in sostanza obiezioni alle riforme tout court, e che nascondano una
nostalgia, comprensibile ma inopportuna, per tempi passati. Passati non solo
perché non ci sono più i partiti di massa, ma soprattutto perché non ci sono
più grandi ideologie contrapposte. Un vuoto che, negli ultimi anni, ha lasciato
spazio a un immobilismo colpevole e a un clientelismo devastante. Il nuovo non
sarà meraviglioso, ma bisogna almeno prima provarlo; poi ci sarà il tempo (con
altre maggioranze, e con tempi ridotti) di cambiare.
Abbia pazienza, senatrice Cattaneo,
la politica è l’arte del meno peggio. Chi vuole il meglio, il più delle volte,
produce disastri. Ma lei è una novizia dei lavori parlamentari. Ho paura che,
dietro le sue argomentazioni, si siano schierate vecchie volpi che pensano solo
a se stesse. O, forse, anche chi ha nostalgia di un parlamento in cui a ogni
passaggio, da una camera all’altra, si aggiungeva un codicillo che premiava una
lobby, un paragrafo che garantiva una
corporazione, una spesa in più per tutti che andava a premiare solo alcuni
privilegiati. Oppure, addirittura, chi rimpiange le nobili gesta dei
Turigliatti, la conquista a suon di donazioni dei deputati (confessi), il
repentino voltafaccia degli Scilipoti.
E’ questo è il parlamento che si
rimpiange? Questo il ricco fluire di pluralismo? Meglio dimenticarlo: è quello
che ha portato al declino politico, economico, morale e culturale del paese. Bisogna
cambiare pagina.
martedì 12 agosto 2014
GIAN ARTURO
FERRARI
E IL
ROUSSOIANESIMO DIGITALE
“I fortissimi
lettori non sono sempre pozzi di scienza, ma molto spesso anziane casalinghe
che leggono uno dietro l’altro romanzi rosa tutti uguali”. Il sarcasmo di Gian
Arturo Ferrari non è ingiustificato, perché ogni tanto è bene ricordare che il
libro (e il lettore), anche se godono da sempre di un’aura di superiorità
intellettuale, se non spirituale, non vanno sacralizzati. Né deve scandalizzare
il taglio spregiudicato col quale Ferrari parla del mercato editoriale nel suo
eponimo Libro (Bollati Boringhieri,
2014), ricordandoci che il libro serve
tanto Dio che Mammona, e che se il libro è diventato un business bisogna tener
presente che si tratta di un processo iniziato quattro secoli fa.
La parte in cui
Ferrari descrive – con precisione e senza falsi pudori - la situazione
dell’editoria oggi, non interesserà tanto gli addetti ai lavori, che già ci
vivono dentro, quanto chi quel mondo lo vede dal di fuori. Si stampano troppi
libri, e pochi buoni, c’è un profluvio di non-libri, nel lungo periodo
sopravvivono solo i migliori (mah, mica sempre vero), la preoccupazione
principale degli editori è di trovare di che alimentare le proprie macchine, e
in definitiva è stata solo l’editoria industriale, con bassi prezzi e contenuti
semplificati, a garantire l’auspicio illuminista di una diffusione capillare
della conoscenza.
La parte più
originale e benissimo documentata è la prima, quella che riguarda la storia del
libro dalle origini ad oggi, con informazioni precise sulla nascita e lo
sviluppo della scrittura, sul modo in cui si è sviluppata la forma del libro e
sul modo in cui i cambiamenti della forma hanno modificato progressivamente la
sostanza di quello che i libri contengono. Ed è il torchio a caratteri mobili,
la nascita del libro a stampa, che produce i principali mutamenti. Ferrari
giustamente sottolinea che solo allora, con l’apparire della data
dell’edizione, ogni libro acquista una sua identità anagrafica precisa, e sviluppa
una caratteristica che fino allora la scrittura non poteva avere, e cioè il
pregio della novità. Perché, nel ‘500 come oggi, il pubblico compra ciò che è
nuovo: buono o cattivo che sia, purché sia una novità. E la possibilità di
stampare molte copie è l’altro strumento che completa l’essenza del libro a
stampa. E’ lì che nasce una forma nuova di diffusione della conoscenza, non più
elitaria e quasi esoterica, come accadeva per il codice copiato a mano, ma alla
portata di (quasi) tutti.
Di lì all’e-book
il passo non è breve, ma Ferrari ci arriva con idee non banali. Quella
digitale, riflette, è il primo caso di una tecnologia che incorpora
direttamente un’ideologia; “talmente forte da non nascondere la propria natura
di supporto di giganteschi interessi monopolistici”. E l’e-book ha la
caratteristica di non essere una tecnologia che lentamente soppianta la
precedente (come il CD ha soppiantato il vinile), ma di convivere in un
confronto diretto con la tecnologia precedente. Ora, l’ideologia digitale applicata
al libro ha come caratteristica principale quella di “aprire le porte al regno
del tutto”, in un’idea di totalità che suggerisce uno spazio di libertà
assoluta. Al sentimento di limitazione che accompagna da sempre il libro
stampato, che non può raggiungere tutti e che non tutti possono raggiungere,
l’ideologia dell’e-book sostituisce una sfacciata pretesa di totalità, di
libera espressione alla portata di tutti.
Non c’è mai
stata, ricorda Ferrari, e mai ci sarà una biblioteca come quella di Borges, che
contiene tutti i libri; e a cosa servirebbe, in definitiva, la totalità dei
libri, cosa ce ne faremmo? Ed è vero che ogni libreria ha un assortimento
diverso da tutte le altre. Questo ne
costituisce il limite, ma anche il fascino e il pregio, dico io. Nell’idea di
totalità, invece, c’è un po’ tutta l’ideologia digitale, presentata come se
fosse una magica porta che apre la strada verso il sapere universale. Con una
brillante intuizione, Ferrari la definisce una sorta di roussoianesimo digitale, l’idealizzazione di uno spazio senza
divieti né balzelli, libero e gratuito, senza controlli e interessi occulti,
dove tutto si regola da solo e dove la genuina espressione della natura umana
tende naturalmente al bene e al bello.
Mi sembra una
suggestione perfetta. Un’illusione ingenua e pericolosa, anche se probabilmente
inarrestabile, tipica di chi pensa che la rete, da sola, metta a disposizione
tutta la conoscenza umana senza chiedere niente in cambio. Un’illusione
anarchica e sentimentale come quella, opposta, del sentimentalismo liberale:
che il libero mercato, incontrollato, non possa che produrre benessere e
felicità.
Inutile fare
previsioni sul futuro. Ferrari ricorda che la lettura è un’attività complessa e
faticosa, e che i libri si vendono anche perché c’è un libraio esperto che ce
li suggerisce, perché li incontriamo, fisicamente, in una libreria, perché
hanno una fisicità, una copertina, e un dorso visibile anche quando, già letti,
prendono posto negli scaffali della nostra biblioteca personale. Può l’e-book
sostituirli? Più probabile che diventi un prodotto multimediale, un ibrido che
poco ha a che fare col libro. “Non si vede, infatti, quale beneficio
multimediale potrebbero mai ricevere i racconti di Alice Munro o di Philip
Roth”. Appunto.
Ma allora forse
bisogna fare attenzione, forse bisogna immaginare una forma di difesa del vecchio
e buon libro cartaceo; perché se questo è ciò che prevarrà, la nuova forma del
libro – come è accaduto con Gutenberg – ne cambierà anche la sostanza, il contenuto,
la forza. Forse aprirà la strada a nuovi lettori, che finora erano spaventati
dall’impegno che la lettura tradizionale comporta. Forse sarà anche ulteriore
una forma di democratizzazione della conoscenza. Ma anche di mutamento di
paradigma. Una lettura fatta per immagini, sostenuta da rimandi a dettagli
sulla vita dell’autore, magari con appositi video, qualche pettegolezzo, non
sarà più il complesso esercizio di astrazione che il libro tradizionale ci
impone, facendoci allenare un muscolo essenziale per produrre il pensiero. Ecco,
forse, assieme ai vantaggi di una più ampia distribuzione del sapere, di una
immediata, economica e capillare distribuzione del nuovo prodotto, rischiamo di
restringere la capacità di lettura e un’élite di studiosi, affezionati al loro
esercizio di interpretazione simbolica di quei piccoli, neri segni
convenzionali che hanno composto fino ad oggi le parole, le frasi, i capitoli,
i volumi nei quali si è addensata la conoscenza dell’uomo negli ultimi tre
millenni. Perderemo qualcosa? Ho paura di sì. Senza quell’esercizio, addio
lettura, addio sogni illuministici, e addio libro, almeno per come li abbiamo
intesi fino ad oggi.
venerdì 11 luglio 2014
LIBRO,CULTURA E DEMOCRAZIA
Credo che i buoni libri non
debbano fornirci definizioni e interpretazioni forti, ma casomai dubbi e
interrogativi. Non mi hanno mai persuaso gli analisti che, con più o meno
fortunate sintesi, descrivono la modernità in modo univoco; liquida, solida o gassosa,
globalizzata o mucillaginosa, aurorale o escatologica, poco importa. Trovo
stimolanti i libri che ci mettono di fronte ai paradossi del presente, ne
descrivono le sfaccettature, e non pretendono di indicarci la retta via per
capire a che punto siamo del complesso processo storico che ci riguarda. Un millimetro più in là, intervista sulla cultura, di Marino
Sinibaldi, a cura di Giorgio Zanchini, Laterza 2014, fa parte dei libri del
dubbio, e per questo ci è utile.
“La cultura è un’arma possibile
contro la disperazione del nostro tempo”; “La cultura ci può insegnare a
mettere tutto in discussione”; “Fare cultura per me vuol dire fare attenzione
alle cose belle e intelligenti”; “Per me la cultura, come forma di conoscenza
della propria realtà, è la condizione necessaria per autodeterminare la propria
vita”; “Quella parte di vita che puoi cambiare […] dipende dalla tua forza,
autorità, libertà. Per me la cultura è la condizione per esercitare queste
possibilità”.
Ecco, basta questa serie di
tentativi di definizione, che segnano il ritmo delle riflessioni del
libro-intervista, per capire come Sinibaldi proceda per approssimazioni
successive, suggerendo nuovi rami di estensione della ricerca di un concetto
univoco. Perché la sostanza del nostro essere cultura è insieme sfuggente e
pervasiva: il concetto antropologico di cultura sembra abbracciare tutte le
attività umane, mentre una preoccupante propensione alla negazione dei valori
della conoscenza sembra invece ridurne l’estensione a circoli elitari, sempre più
isolati. E qui l’analisi di Sinibaldi, stimolato da Zanchini, non poteva non
addentrarsi nel risvolto culturale che la mutazione tecnologica in atto può
produrre.
La rete, per Sinibaldi, è
un’occasione epocale, non solo per le dimensioni smisurate dell’offerta
informativa, ma anche per la spinta egualitaria che comporta. E’ vero che
malgrado conosciamo più cose, lo facciamo con meno profondità; ma questo non
può non comportare maggiore apertura e maggior tolleranza. E internet è una
“macchina per la soddisfazione di tutti i desideri di conoscenza e di
informazione possibili”. Produce relazioni, senso di appartenenza. “Tende a configurarsi come il
posto dove tutte le esperienze hanno luogo”. E “la molteplicità degli scambi
non può che favorire la qualità culturale”. Permette e di scavalcare i
parassiti della mediazione, e può persino liberare dalle egemonie culturali, da
una società letteraria oligarchica e chiusa. E, anche se per il momento è solo
un’ipotesi, la rete rende possibile l’abbattimento della distinzione tra
consumatori e creatori di cultura e di informazione.
I problemi però sono altrettanto
significativi dei vantaggi. Il rischio è che prevalga in rete il modello per
cui si ottengono “risposte veloci, gratuite e mediocri”. Che la mancanza di
materialità e di autorevolezza “imponga un sapere senza sostanza, e senza
responsabilità”, che “rischia di diffondere una specie di virale irrilevanza
delle cose, delle scelte e degli atti di ognuno di noi”. E la maggiore libertà
di scelta può significare che ogni gruppo “si concentrerà su quello che
preferisce, e sperimenti meno”; che resti confinato nelle sue passioni, nelle
sue convinzioni, e non si metta mai in
discussione. “Nella rete sei connesso con tutti, ma prossimo a nessuno”. Gli
algoritmi della rete premiano la maggioranza, la quantità prima della qualità.
Se può valere per un ristorante, non può essere accettabile per i prodotti
culturali: “Non si possono giudicare i libri come le stanze d’albergo”. In
definitiva la rete, finora, vive un paradosso perché, malgrado viva di
connessioni, “genera un sapere sconnesso”, favorendo forme polverizzate di
conoscenza “come se l’attenzione al dettaglio facesse perdere di vista quella
dimensione più generale che chiamiamo cultura”.
Zanchini coglie il punto quando
chiede a Sinibaldi se crede che sia possibile vivere senza mediatori, e che il
progresso della cultura sia quello di emanciparci dalle élites. Sinibaldi dice
di sì, anche se poco prima ha ricordato che, senza mediazione, avremmo alle
spalle “una distesa irriconoscibile di rovine”; e che c’è bisogno di ricerca,
di esercizio, di maturazione. E questa è forse l’osservazione più preziosa.
Ogni nuovo medium, ricorda, nasce come una nuova tecnologia, che trasmette
saperi e formati già esistenti. Solo a completa maturazione produce un suo
modello specifico. Così è accaduto per la stampa a caratteri mobili, così per
il cinema, così per la tv. Accadrà anche per la rete. Ma non sappiamo ancora
cosa sarà.
(da "L'Immaginazione", luglio 2014)
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