sabato 9 maggio 2015

SVEVO INDAGA

Non so cosa darei per sapere come la prenderebbe, Svevo, a trovarsi protagonista dei ben due libri, e per di più di taglio poliziesco, usciti a breve distanza tra loro, negli ultimi mesi. Uno, LA MORTE DANZA IN SALITA – Ettore Schmitz e il caso Bottecchia, di Alessandro Mezzena Lona, edito da Simone Volpato, è un romanzo breve che ci fa trovare uno Svevo-Schmitz già anziano, fumatore pentito recidivo, malato immaginario quanto Zeno, in vacanza a Peonis, un paesino del Friuli, per fare moto, lavorare a un nuovo romanzo, respirare aria buona, dimagrire un po’ e – a Dio piacendo – smettere di fumare.
Non riuscirà in nemmeno uno dei suoi intenti, ma in compenso troverà la soluzione al mistero della morte, avvenuta sulle strade del luogo in situazioni non chiarite di un  ciclista, Ottavio Bottecchia, famoso trionfatore del tour (vicenda realmente accaduta). Servirà a poco, perché i probabili assassini, protetti dalle bande fasciste che cominciano a spadroneggiare nel paese, non saranno incriminati e anzi, forse, avranno un ruolo anche nella morte dello stesso Svevo, dovuta effettivamente a un misterioso incidente stradale avvenuto un anno dopo.
Ma le giornate di Svevo, che sta godendo i primi, tardivi successi letterari, sono inframezzate da molte birre, un piacevole ristorante del paesino carnico e le chiacchierate con don Dante, il parroco, e Casseri, il capitano dei carabinieri. Ed è il temperamento curioso di Svevo che fa emergere gli indizi, e apre lo scenario dei segreti del luogo: la falsa pista di un contadino che avrebbe lanciato un sasso contro il ciclista, le gelosie di un eroe della grande guerra che ha sposato una ragazza troppo bella, la presenza di bellimbusti del partito fascista che hanno amici potenti in città. E il cittadino Schmitz, con il suo carattere bonario e la sua innata propensione a occuparsi dei fatti che ha sotto gli occhi, è l’unico che riesce a suscitare la confidenza che svelerà il mistero.
Un po’ più defilato è il ruolo che ha Svevo nel romanzo di Deana Posru e Gianfranco Sherwood, L’AVVENTURA SEGRETA – Quando Italo Svevo chiese aiuto a Sherlock Holmes, MGS Press, perché i veri protagonisti, qui, sono il mitico detective inglese e il suo aiutante-biografo Watson. Svevo-Schmitz è a Londra su incarico della tirannica suocera, la proprietaria della famosa ditta di vernici marine Veneziani, che lo ha spedito a trattare l’apertura di una fabbrica in Inghilterra; qui si fa rubare per sbadataggine un prezioso codice cifrato necessario per comunicare in segreto con la casa madre. Per recuperarlo, si rivolge a Holmes. Ma il furto nasconde traffici e conflitti internazionali complicatissimi, e l’azione del racconto quindi si sposta a Trieste. Un giallo complesso, che si legge con gusto, e non ha niente da invidiare alla scrittura (peraltro non eccelsa) di Conan Doyle. 
Ma vedere Holmes e Watson all’opera nella Trieste della belle époque, centro di traffici, commerci spregiudicati, fermenti irredentistici e di ininterrotte trame spionistiche di tutte le  potenze europee è uno spettacolo. La città è descritta con grande efficacia, e Holmes naturalmente ci si ambienta benissimo, e trova subito il bandolo degli intrighi che ci sono dietro la faccenda della ditta Veneziani. Pedinamenti, corse col tram di Opcina, attentati, vari di navi, travestimenti, sequestri e fughe sono la materia prima che gli autori maneggiano con disinvoltura. Il racconto tiene e, come nel libro di Mezzena Lona, dietro l’invenzione c’è una ricerca rigorosa che dà plausibilità alla storia.
E Svevo? Certo, l’industriale-scrittore compare spesso, è disinvolto nel trovare un aiutante per i detective, conosce bene la città; ma il fascino del suo personaggio, in tutti i due libri, è che Svevo è rappresentato come la copia, l’alterego di Zeno Cosini. Troppo facile, si potrebbe dire. Ma il fatto è che le caratteristiche di Zeno sono in realtà connaturate alla maggior parte dei triestini. Scarsa propensione al lavoro, temperamento superficiale, languida tendenza a farsi trascinare da una bettola a un ristorante, a parlare volentieri di tutto e a sparlare di tutti. Ecco, Svevo ci ha regalato un personaggio emblematico, un archetipo ancora oggi attualissimo del comportamento dei suoi concittadini. Un personaggio che, da solo, senza bisogno di ripetere i contorni del protagonista della Coscienza, ci viene incontro come un vecchio amico, riempie le pagine e rende immediatamente percepibile l’atmosfera insieme decadente e vivacemente ventosa che Trieste ha ancora oggi.
Un’unica differenza: oggi i triestini sono tutti salutisti, passano le loro giornate a passeggiare, a fare sport, e a rosolarsi al sole sulla riviera di Barcola. Difficile, ai giorni nostri, sarebbe trovare un ipocondriaco di tale fattura, che non riesce a smettere di fumare. 


                                                                               Da "L'immaginazione" 

venerdì 1 maggio 2015

IL GIORNALISMO CULTURALE E LA CULTURA DIVERGENTE

C'era una volta la Cultura con la C maiuscola. Erano tempi in cui solo una ristretta élite rappresentava la parte di un paese che si esprimeva in pubblico, che aveva gli strumenti necessari per parlare, scrivere, fare arte e musica e, in definitiva, per determinare le scelte di una nazione. Anche nelle democrazie moderne, a lungo, c'è stata un'oligarchia della conoscenza, una piccola percentuale della popolazione destinata a detenere gli strumenti di trasmissione del sapere come del potere.
Nella seconda metà del '900 si è fatta strada una nuova definizione di cultura, per così dire con la c minuscola. E' quella che, invece di riferirsi soltanto alle zone di produzione creativa intellettuale ed artistica, si riferisce più ampiamente all'insieme di valori, di usi, di comportamenti, di tradizioni e di espressione estetica che sono patrimonio comune di un intero popolo, e non delle sole élites. Ha avuto inizio così un cambiamento che, allargando a tutta la popolazione di un paese la base produttiva di fenomeni culturali, produce la nuova identità di una nazione.
Qualche anno fa Henry Jenkins, in Cultura convergente (Apogeo, 2007), descriveva il rapporto interattivo tra vecchi e nuovi media come un processo che porta i diversi mezzi di comunicazione a fondersi tra loro e mette in comunicazione i due livelli di cultura di cui abbiamo parlato. Un processo che avrebbe, secondo l’autore, liberato nuove energie culturali e intellettuali, in particolare per la democratizzazione della produzione di informazione e sapere che si è aperta con il diffondersi dell’uso della rete.  
Questo nuovo modo di intendere la cultura ha naturalmente inciso sul giornalismo culturale. E avrebbe dovuto incidere anche sul giornalismo in generale e sulla comunicazione di massa nel suo insieme. Il passaggio da una comunicazione di massa, fatta però con criteri di élite, a una comunicazione veramente aperta a tutto il corpo sociale, avrebbe dovuto provvedere ciascuno di un bagaglio conoscitivo tale da rendere tutti preparati al compito di essere cittadini partecipi e consapevoli.
Cos’è accaduto, invece? C’è stato, per usare un termine medico, una sorta di effetto paradosso. La democratizzazione si è dimostrata illusoria perché, invece di aprire il rimescolamento e la compenetrazione di due universi poco permeabili, i cambiamenti e i nuovi media hanno fatto sì che la cultura alta si sia, per certi versi, ulteriormente isolata e la cultura bassa abbia avuto un’involuzione deteriore. La alta continua ad avere un suo spazio, è poco incline ad aprirsi a un pubblico non specializzato e agisce in un universo chiuso. Mentre la bassa si è ulteriormente adeguata al livello più corrivo della comunicazione commerciale, rinunciando a puntare all’apertura ai più del pensiero della comunità intellettuale, ma occupando in compenso buona parte dell’area una volta occupata dalla alta.
Le culture sono divergenti, come lo sono i mezzi di comunicazione. Da un lato la cultura di élite, sui supplementi di quotidiani, e alcuni dei blog più interni alla società culturale; dall’altra i media popolari e la rete, con una massa di interventi senza filtro, dove tutto si confonde, dove non esiste la mediazione dell’esperto autorevole, dove non c’è separazione tra il professionista e il mitomane, dove il flusso di commenti generici del lettore occasionale si fonde con la recensione del critico militante. Un frullato dove tutto è altrettanto, democraticamente, significativo e quindi, necessariamente, irrilevante. Perché la mancanza della mediazione non produce una convergenza tra le culture e i mezzi, ma anzi ne accentua la divergenza.
Qui, secondo me, è il nodo; e da qui, a mio avviso, parte una modificazione che, paradossalmente, cercando di democratizzare l’informazione culturale, la sta uccidendo.
Per concludere, tornando alla situazione attuale, penso che il giornalismo culturale sia una specializzazione in via di estinzione. Naturalmente rimangono isole felici, specie nei grandi quotidiani e nei loro supplementi (La lettura, Il domenicale del Sole, Tuttilibri, Alias ecc.), dove è ancora vitale e combattivo, con firme autorevoli e giornalisti impegnati, che apprezziamo e invidiamo; ma nei giornali minori, e soprattutto nel giornalismo radiotelevisivo, sempre più spesso le redazioni culturali vengono accorpate con le redazioni della società o dello spettacolo, riducendo e spesso eliminando lo spazio dedicato ad argomenti specificamente culturali, producendo redazioni meno specializzate e competenze più ampie ma più superficiali. La notizia curiosa, la spigolatura, il particolare divertente, il pettegolezzo culturale, la vita privata dei protagonisti della società letteraria sono quello che tende a determinare le scelte di chi confeziona i notiziari.
E’ un modello che privilegia la costruzione del personaggio, una sorta di star system della cultura, dove attorno ai divi dell’intellighenzia, quelli che appaiono in tv, si devono costruire delle storie, una narrazione. Al posto dell’analisi, della critica, dell’esposizione di contenuti, lo storytelling.
Né, a me pare, può essere la rete a sostituire quello che il giornalismo culturale ha significato fino a qualche anno fa. Da un lato perché in rete troviamo le pagine web dei giornali, fatte con lo stesso criterio della carta stampata, sia pure con più ritmo e con l’inserimento di filmati; e dall’altro perché in rete si trovano siti culturali – cito, per tutti, Minima & moralia  – che hanno contenuti e struttura assimilabili a quelli delle riviste su carta, e blog, anche curiosi, dove prevale l’intervento spontaneo di chi non troverebbe spazio altrove. Salvo rare eccezioni, la rete è effettivamente il luogo della massima libertà, dove fluisce quasi senza controlli e senza censure l’opinione di chiunque abbia voglia di esprimersi. Proprio per questo, però, non può essere il luogo dove si esercita il giornalismo culturale, dove chi ha autorevolezza e può diffondere aggiornamento e cultura svolge il suo ruolo, formativo e informativo.
Vi prevale quella che Lella Mazzoli ha definito una “comunicazione discorsiva”, un fluire di onesto chiacchiericcio, in un frullato di prodotti dell’ingegno in cui è difficile distinguere il grano dal loglio. Dove You tube non apre tanto la possibilità di avere notizie di prima mano quanto piuttosto il diffondersi di deliziosi filmati di gattini; dove Anobii non conforta il lettore con rigorosi ragionamenti sulla qualità dei libri in circolazione, ma ci informa sulle letture di singoli esibizionisti che vogliono farci conoscere le loro abitudini letterarie. Dove invece di avere ragionate recensioni abbiamo risentimenti di studenti frustrati che si sentono finalmente autorizzati a stroncare le letture dei classici raccomandate dai professori.
Eppure, io credo che il giornalismo culturale avrebbe ancora una funzione: quella di mettere più cultura in tutto il processo informativo, di fornire un servizio. Servizio è dare informazioni le più oneste possibile sugli avvenimenti, sui prodotti, sui dibattiti culturali; spiegare bene cosa c’è in una mostra, limiti e qualità, elementi di pregio e dettagli scadenti. Servizio è una recensione scritta da un critico che dica ai lettori cosa veramente pensa dei libri che legge; che metta in guardia il lettore che non ha la sua competenza dai successi ingiustificati e dagli scrittori sopravvalutati. Servizio è dare notizia del dibattito che si sviluppa nel paese sui temi più importanti, seri o lievi che siano, con onestà, senza cedere al sensazionalismo e alle interpretazioni forzate per produrre curiosità pruriginose. Servizio è mettere a disposizione del maggior numero di persone il maggior numero di informazioni che possano sviluppare l’interesse critico e la riflessione analitica della collettività.
Qualcuno dirà che, in un paese in cui gli scandali si susseguono incessantemente, l’amministrazione dello stato è in mano a conventicole di corrotti e il parlamento è popolato di indagati, non ha senso porsi il problema di come funziona l’informazione culturale. Personalmente, però, penso che i due campi non siano disgiunti, ma strettamente legati. E che se la nostra classe dirigente è impresentabile, è anche perché il giornalismo culturale è in crisi, e quindi la cultura media degli elettori resta modesta. Un paese dove non ci si preoccupa che le informazioni culturali circolino, raggiungano il maggior numero possibile di persone, escano dal circuito elitario della società delle lettere e dell’accademia, è un paese dove la democrazia stenta ad affermarsi. E’ quello che accade in Italia, e si vede.

Sintesi della relazione introduttiva al
Festival del giornalismo culturale di Urbino,

23 aprile 2015

mercoledì 18 marzo 2015

IL FUTURO DELLA SINISTRA
E LE ASSIMMETRIE DEL CAMBIAMENTO


“Pensare di poter difendere i diritti conquistati senza ricomporre e ampliare in modo chiaro e deciso l’area delle figure che si pretende di rappresentare è un’utopia con il fiato corto”. Credo questa frase contenga un po’ il succo dell’ultimo libro di Franco Cassano, Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento, Laterza 2014. Perché è la conclusione di una breve ma densa e convincente indagine sulla condizione attuale della politica degli schieramenti progressisti; innanzitutto in Italia, ma non solo.
Cassano ripercorre le fasi dello sviluppo delle politiche progressiste nella seconda metà del secolo scorso. Ricorda come in quel periodo il progetto della sinistra  ha avuto il suo culmine e ha esercitato un’estesa egemonia politica e culturale in Italia; ma anche di come, dalla fine degli anni ’80, dalla caduta del Muro, sia entrato in crisi. Di come i conflitti di classe, pur presenti, si siano manifestati negli ultimi anni in modi e con aggregazioni del tutto diverse dal passato, incrociando altri problemi. Centrale, nella sua analisi, risulta il processo di finanziarizzazione, che ha reso l’economia “autoreferenziale e fittizia: l’azzardo più spericolato si è sostituito al rischio d’impresa”, in una nuova prospettiva, “piena di asimmetrie, conflitti e di insidie”. E nel processo di perdita di egemonia della sinistra gli agenti del cambiamento, che erano collettivi, sono diventati individuali. In questa prospettiva, per Cassano, il radicalismo di chi difende le conquiste del passato per i soli ceti che ancora (ma per quanto?) ne godono, come l’utopia di estendere universalmente i diritti della cittadinanza, abbattendo le frontiere nazionali, non possono che accentuare il declino dei partiti e dei movimenti di sinistra che, fino ad oggi, si sono riconosciuti in un solo blocco sociale. “Il nazionalismo ‘popolare’ alla Marine Le Pen è l’effetto perverso del giacobinismo”. Intanto, il capitale ha cumulato privilegi e rendite, ha fatto alleanze, ha isolato e diviso il vecchio avversario e ha fatto esplodere nuovi conflitti, acutizzando la contraddizione tra chi delle vecchie conquiste gode e chi ne è escluso. Dentro e fuori i confini delle singole nazioni.
Quali le prospettive? Per Cassano, “è necessario che la sinistra mantenga un’autonomia culturale (…) ma dev’essere cosa profondamente diversa dalla semplice difesa del passato: si è coerenti se si dice sempre la verità, anche e soprattutto quando questa è cambiata”. Se il quadro può sembrare apocalittico, a me pare invece sia una lucida analisi di quella che è  una strategia insieme possibile e indispensabile per ridare senso a un progetto che si riconosca ancora nella ricerca di maggiore giustizia sociale e uguali opportunità.
Riconosciute le conquiste che l’egemonia della sinistra ha comportato in Italia - dalle migliori condizioni di lavoro al diritto all’istruzione, dal diritto alla salute a una più equa distribuzione del reddito, dalla tutela delle diversità al nuovo diritto di famiglia  - bisogna pur accettare che, se negli ultimi anni il tradizionale elettorato della sinistra ha votato per Berlusconi o per la Lega, questo non è dovuto alla perfidia dell’elettorato, ma proprio al fatto che la sinistra non aveva più “il vento della storia” nelle sue vele. Che tutelare assieme il diritto alla casa degli italiani e degli emigrati non poteva non produrre conflitti, che la crescita esponenziale di lavori precari e mal retribuiti non poteva non mettere in crisi i criteri di rappresentanza sindacali, che la tutela dell’ambiente si sarebbe scontrata con l’auspicio dei cittadini di costruire la propria casa dove più lo desideravano, che la possibilità di delocalizzare il lavoro in paesi dove i salari erano più bassi avrebbe fatto tramontare qualsiasi internazionalismo sociale, e  via dicendo. Come dice Cassano, se non si ammette che le cose sono cambiate, il declino è inevitabile. Insieme, se non si immagina una platea più ampia di interessi che si coagulano intorno a un progetto politico compatibile, si rimane una minoranza pura ma impotente. E se si continua a pensare che il rispetto per le legittime aspirazioni personali di ognuno sia bieco individualismo, non si capisce nemmeno a cosa siano servite, le conquiste fatte finora. Non dovevano, appunto, liberare ognuno di noi, farci più autonomi? Certo, la solidarietà è necessaria. Ma la libertà dell’individuo era un obiettivo, non qualcosa da demonizzare.
Credo che una profonda revisione dei valori e delle strategie della sinistra sia in corso, e sia un processo sano e utile. E che non accettare che le prospettive sono cambiate, anche perché, a suo tempo, tante battaglie sono state vinte, sia un rischio terribile, che può portare solo all’isolamento e alla sconfitta.


Dall’”Immaginazione”, dicembre 2014   

domenica 30 novembre 2014


                                           ANVEDI! LA ROMA BUGIARDA DI FILIPPO LA PORTA

Forse è vero che la sostanza di Roma, come città, sta tutta nel tragitto concettuale che separa due modi di interloquire che i suoi abitanti usano per commentare ogni fenomeno che entri a far parte della loro esperienza: “Anvedi!” e “Chettefrega?”. Il primo, una manifestazione di pacato stupore per la varietà degli aspetti del mondo, e l’altro, un po’ pateticamente menefreghista, tipico del distacco un po’ cinico di una popolazione che “non crede in alcuna dialettica storica poiché in vita sua ne ha viste troppe”.
Sono tra le prime note che incontriamo nella perlustrazione dei luoghi della capitale che fa Filippo La Porta nel suo Roma è una bugia, uscito nella fortunata collana “Contromano” di Laterza. Indagine particolarmente complessa, non solo perché la nostra capitale è un palinsesto di evi storici, di stili architettonici e di tracce di cultura che si sono sovrapposte e conglomerate negli ultimi 2.500 anni, creando un groviglio sublime quanto inestricabile; ma anche perché se Roma c’è ancora, i romani, invece, da tempo, non esistono più.
Assottigliatisi a una piccola fetta della città imperiale, i veri romani ormai sono probabilmente quasi tutti concentrati in rioni periferici. Dunque l’identità romana è artificiosa, non ha radici. I due milioni e passa di romani di oggi sono di recente immigrazione: arrivati, nei secoli, con le ondate di urbanizzazione, e soprattutto con quelle successive al trasferimento della capitale dopo l’Unità. Giustamente La Porta ricorda che probabilmente l’unico nucleo autenticamente romano, la memoria storica della città, stabile nella capitale non solo d’Italia, ma del cattolicesimo, dal secondo secolo prima di Cristo, è – paradossalmente - quello della comunità ebraica. Al ghetto, non a caso, “si trova la cucina verace di Roma”. Cibi “torbidi e insolenti” – La Porta cita Manganelli – fritti e frattaglie, pesanti e poveri, ma di vera tradizione. E si trova anche “il fondo insondabile del temperamento romano, composto di giocosa tolleranza e dolce sbracatezza”.     
Ma La Porta, invece, è un romano vero. Per questo il suo libro, e non poteva essere altrimenti, è insieme un addentrarsi nei singoli rioni e nei loro monumenti, e una autobiografia a sprazzi, fatta dell’incrociarsi dei tragitti della vita dell’autore con i luoghi significativi della città. A cominciare dall’Aventino, una sorta di enclave borghese, tranquilla al limite del surreale, a due passi dal rumoroso Testaccio e dalla monumentale Caracalla. Tutti posti che sono stati, volta a volta, scenari di famosi film, abitazioni di scrittori e poeti, oggetto di descrizione di intellettuali in transito. Un rione di ambasciate, chiese, di gente che viaggia, quasi l’emblema di una città che contiene un enigma: perché è il teatro “di un’apocalisse sempre rinviata”, di qualcosa che sembra sempre sul punto di finire, di dissolversi.
E ancora lo spazio di piazza del Popolo, metafisico, quasi deserto, tanto da far quasi rimpiangere il tempo in cui era un immenso parcheggio; o di Trastevere, zona un tempo popolaresca e rissosa, oggi concentrato di turisti in cerca si esotismo capitolino. Il Pantheon e gli obelischi, via Merulana, i Parioli, nella loro “scintillante automitologia”; il liceo frequentato da La Porta, e i cimiteri, a partire da quello acattolico (“degli inglesi”, per i romani), con le ceneri di Gramsci. Fino alle periferie, fino a quella specie di cinta muraria di automobili che è il GRA.
Raccogliendo i fili delle testimonianze di scrittori italiani e stranieri, La Porta viene costruendo la trama della sostanza di una città inafferrabile. Perché è vero che Roma “assolve ogni peccato”, per tornare a Manganelli, e “possiede un’infinita, saggia tolleranza”. Ma è anche vero che la sua pigrizia fisiologica sembra coprire un vuoto, un bisogno di prendere tempo di fronte a una fondamentale mancanza di vere prospettive. Perché Roma è anche una sorta di grande laboratorio nazionale dove, quasi nell’indifferenza, ciò che cambia viene sperimentato per diventare fenomeno diffuso. A partire dal momento in cui a Roma (e in particolare alla Rai, aggiungo io) si è consumata una frattura tra la cultura dell’industria e quella dell’accademia, che ha prodotto il declino di cui oggi portiamo le conseguenze. O si sono lanciati i progetti di grandi opere architettoniche, in definitiva di poca sostanza, che hanno drenato i finanziamenti che sarebbero bastati per un’infinità di opere piccole, che avrebbero potuto essere necessarie e salvifiche.
C’è, nella vita romana, come una sensazione di struggimento, di dissoluzione, confortata dall’imprecisione degli appuntamenti, dalla approssimazione degli impegni presi. Lì, dice de Quevedo, “il fuggitivo permane e dura”. Ecco perché, per La Porta, Roma è una bugia. Perché finge, inganna – se e gli altri. Dietro le sue scenografie barocche, dietro i suoi tramonti “che promettono una felicità illusoria”, rinviando, procrastinando, cerca di evitare che la sua eternità diventi caduca.

    (Da "L'immaginazione", n. 283) 
                                                                                                                       SVELAMENTI

Giornalaio di Linate; dietro il bancone ci sono due signore, non giovanissime. Arriva un cliente: "Cercavo un libro di Manfredi, mi pare si intitoli : Le meraviglie del passato". E le signore, pronte: "Siamo noi, le meraviglie del passato".

mercoledì 29 ottobre 2014

NON SIAMO INNOCENTI.
IL DECLINO DEL PAESE
E’ RESPONSABILITA’ DI TUTTI


“La nostra organizzazione sociale ha bisogno di una generazione di 'lavoratori della mente' (…) desiderosi di sfuggire a una piatta impiegatizzazione (...) mettendo le proprie competenze a disposizione della comunità”.
  Sante parole. Nel suo ultimo libro, Senza sapere – il costo dell'ignoranza in Italia, Laterza, 2014, Giovanni Solimine si schermisce, dicendo che sarebbe presuntuoso, per lui, indicare la via per uscire dalla situazione di drammatico declino culturale del nostro paese. Ma in effetti il suo libro, assieme a una puntuale analisi della crisi in atto, ricca di dati e utili riferimenti alla letteratura esistente, è un compendio di cosa si dovrebbe e si potrebbe fare per smuovere le acque stagnanti della palude in cui si è impantanata l'Italia.
Parte, Solimine, dal comparto in cui si è più speso, per la sua produzione scientifica e il suo impegno civile, e cioè quello della lettura e del sistema bibliotecario. Disegna un quadro drammatico, che va oltre la modesta percentuale di lettori che ben conosciamo: se più di metà degli italiani non legge nemmeno un libro l'anno, appena l'8% dichiara di avere significativi interessi culturali. E mentre nell'ultimo ventennio la spesa delle famiglie per la telefonia è aumentata del 360%, quella per i consumi culturali è calata del 38%. Non vado oltre. Ma quello che conta è che, come ricorda Solimine, l'accesso alla conoscenza è fonte di benessere, mentre noi, dopo gli anni Settanta, siamo diventati più ricchi, ma meno colti e quindi anche meno felici, meno capaci di vivere responsabilmente la modernità e meno consapevoli.
E siamo diventati ignoranti. Abbiamo svilito scuola e università, non abbiamo investito nelle biblioteche e nella formazione degli adulti, non abbiamo riconosciuto il valore della conoscenza. Di chi la responsabilità di questa deriva? Inutile prendersela con chi ci ha governato. Non siamo innocenti, è colpa di tutti, anche se in particolare della classe dirigente: dei politici, che hanno perseguito l'utile personale invece del bene generale; del ceto imprenditoriale, portato solo agli interessi di bottega; degli intellettuali, rinchiusi su se stessi e incapaci di proporsi come guida per l’uscita dalla crisi; ma anche di una società civile cinica e distratta, che quella classe dirigente ha tollerato e subito.
Non dobbiamo illuderci: Solimine ricorda che abbiamo già assistito al declino di popoli con alle spalle tradizioni millenarie. Noi stiamo, appunto, sprecandole. Potremmo salvarci se riconoscessimo che la conoscenza è un bene comune ineludibile; se riducessimo le disuguaglianze, che sono un freno alla crescita; se capissimo che la comunicazione culturale e scientifica è un’infrastruttura essenziale; se potenziassimo le biblioteche pubbliche e le mettessimo all’altezza della sfida della modernità; se lo stato e i privati investissero nella ricerca; in definitiva, se decidessimo di combattere l’ignoranza.
Importante la precisazione sui cosiddetti “beni comuni”, termine che rischia di diventare “una delle più stucchevoli parole-chiave del dibattito politico ed economico”, utilizzata spesso a sproposito. Giustamente, si sottolinea, bene comune non è solo qualcosa di proprietà collettiva o aperta al pubblico, ma soprattutto qualcosa di cui tutti si è partecipi, che riporti a valori condivisi. Ed ecco perché in Italia l’istruzione, la tutela dei beni culturali, la conoscenza in quanto tale e la lettura non sono riconosciuti come beni comuni. Con il disastro che ne consegue.
Nel suo percorso, Solimine non può fare a meno di analizzare il rapporto che la conoscenza ha con lo sviluppo della tecnologia della rete. Senza chiusure preconcette, è però importante l’indicazione che fa nel ricordare che bisogna distinguere tra informazione e conoscenza. Che la sovrabbondanza di informazioni non comporta comprensione, e  che – citando Metitieri -  “La gran parte degli utilizzatori dei motori di ricerca (…) tende ad arrestarsi di fronte ai primi risultati, senza che ne vengano valutate la pertinenza, la rilevanza e l’attendibilità, e quindi senza che si possa produrre un’appropriazione critica e consapevole dei contenuti”.
Forse non ci sono qui le indicazioni per uscire dalla crisi del paese; ma mentre c’è chi continua a pensare che ci vogliano subito nuove leggi contro la corruzione e la criminalità, qui viene almeno ricordato, dati alla mano, che “i paesi nei quali i livelli di istruzione e di partecipazione alla vita culturale (…) sono più alti”, quelli “in cui le biblioteche marcano una presenza più incisiva, sono anche i paesi in cui i livelli di competitività sono più elevati, la corruzione e la criminalità pesano in misura minore, la parità tra i sessi è pienamente acquisita”. 
E’ lì, dunque, nella battaglia per la cultura, che si decide se sapremo batterci contro il declino.


(Da “L’Immaginazione”, settembre-ottobre 2014)

martedì 14 ottobre 2014

GUIDO MARIA BRERA:
E SE LA NOSTRA ECONOMIA FOSSE NELLE MANI DEI DIAVOLI?


Ma voi avete una vaga idea di cosa voglia dire guadagnare trenta milioni di dollari l’anno? Ecco, è una dimensione che noi umani, piccolo borghesi, non riusciamo nemmeno a figurarci. Eppure ci sono dei signori che lavorano nella grande finanza che guadagnano così. Riusciamo invece a figurarci benissimo che ci siano dei momenti in cui una dozzina di uomini potentissimi decidono, nel chiuso di un loro lussuoso ufficio, che cosa ne sarà di un intero paese, della sua economia, della sua valuta. Lo immaginiamo perché è sempre consolatorio pensare che i nostri guai dipendano da un grande complotto, da poteri oscuri, da circoli occulti, da società segrete. Subito dopo, di solito, ci convinciamo che non può essere così, che la realtà è più semplice, e che se c’è la crisi, se l’economia non tira, se il pil non cresce, in fondo, come pensa la Merkel, la colpa è solo nostra.
Forse, invece, sbagliamo. A leggere I diavoli (sottotitolo: La finanza raccontata dalla sua scatola nera), Rizzoli, 2014, di Guido Maria Brera, non solo veniamo a sapere come vivono, quei signori da trenta milioni di dollari, ma anche che può succedere che l’attacco a un paese, il nostro, e a una moneta, l’euro, sia pianificato e portato avanti da un gruppo di speculatori talmente spregiudicati da non essere nemmeno marginalmente interessati alla ricaduta umana e sociale di un’operazione tanto brutale.  
Con il ritmo di un giallo avvincente, Brera racconta la storia di uno di quei diavoli, simili ai “diavoletti di Maxwell” che, se esistessero, cambierebbero le leggi della fisica; e che nella finanza esistono, perché sono quei sensibilissimi e temerari giocatori di borsa che fanno i soldi con i soldi e decidono, loro, come devono andare le cose. I prezzi, i mercati, sono governabili. “Il mercato sono io”, dice un diavolo. Ed è capace di giocare, manipolando gli scambi, fino a far salire e scendere i prezzi in funzione dei suoi investimenti.
 La descrizione di come si vive alla guida di un gruppo di operatori che passano la vita sui loro computer a comprare e a vendere i milioni come fossero pizzette è, da sola, un romanzo a sé. Sono uomini che devono vivere in anticipo: “Oggi non è mai oggi. Oggi è già domani”. E “Il passato è un posto strano”, qualcosa che non si può nemmeno quotare in borsa, e quindi, in fondo, inutile e senza senso.
Il protagonista, Massimo, venticinque completi blu tutti uguali, ha sì una moglie, dei figli, una passione per il mare e per la pesca, un albero di natale in casa. Ma è innanzitutto un trader italiano che è diventato il leader di una merchant bank londinese, filiale di una grande banca americana. La sua vita è soprattutto, quasi tutta, lì, nel grande ufficio, il floor: “Nel floor c’è il riflesso del mondo. Fuori dal floor c’è il mondo, ignaro del proprio riflesso”.
Ma succede che i protagonisti di questo “grande gioco” decidano di far fuori il mercato italiano, di far precipitare le quotazioni, di far lievitare lo spread. E che Massimo, il nostro protagonista, si trovi in mezzo a una grande speculazione che punta a ridurre l’Italia a uno pae marginale, dal quale poi, una volta consumata fino in fondo la crisi, spremere lavoro umile a basso costo. E si ribella. Lascia il suo pagatissimo posto a Londra, lascia la moglie, che non può capirlo, lascia un intero mondo, basato su false verità economiche e speculazioni spregiudicate che hanno conseguenze mostruose. Perché non se la sente di portarne la responsabilità morale. Memorabile lo scontro tra il cinico americano e il sensibile italiano: “La finanza doveva essere la cinghia di trasmissione, invece è diventata il centro di tutto”. (Lo penso da un pezzo anch’io, Ndr.) “Abbiamo venerato il denaro come un feticcio. Abbiamo comprato giudici, politici, agenzie di rating e sindacati. Abbiamo cambiato leggi e commissariato Paesi, ma non siamo riusciti a creare ricchezza vera per tutti”. E già, qualcosa di cui in tanti avevamo avuto il sospetto.
Non anticipiamo qui un finale al cardiopalmo, ma possiamo dire che si intuisce che l’autore debba aver avuto un’esperienza molto simile, e che alle volte l’etica possa far capolino anche nei centri più cinici del potere economico. Quello che colpisce è l’idea che, appunto, possa essere andata così anche per quel che riguarda la crisi dei PIGS, della Grecia, della Spagna, e soprattutto dell’Italia. Che i complotti (finanziari) possono esistere davvero e che dei signori, a Londra e a New York, dietro i loro computer, senza avere niente a che fare con l’economia reale, con chi lavora e produce, con le fabbriche e i commerci, con la ricerca e gli scambi di culture e di conoscenze, possano far declinare l’economia di un intero paese, impoverirne la classe media, succhiarne risparmi e risorse e trascinarlo verso la marginalità.
Questo è  un romanzo. Ma mette fastidiose pulci negli orecchi. E se quei complotti, quei gruppi di potere, quei circoli occulti esistessero davvero, se qualcuno, complice la Germania, avesse deciso – indipendentemente dal fatto che noi abbiamo fatto o no i “compiti a casa” – che dobbiamo essere la parte debole dell’economia europea, e che si debba pagare, tutti noi meridionali, un vassallaggio alle economie più potenti?