martedì 14 gennaio 2020


ANCHE LA POESIA PUO' SALVARCI LA VITA

Può sembrare un paradosso pensare che Dante, oggi, possa salvarci la vita. Ma a ben pensarci non soltanto è vero, ma è un’affermazione che sottende un complesso ordine di ragionamenti che è molto opportuno affrontare. Lo fa, con sistematicità, Enrico Castellli Gattinara nel suo Come Dante può salvarti la vita – Conoscere fa sempre la differenza, Giunti editore. Parte, l’autore, dall’idea diffusa che la poesia non abbia poteri che vadano al di là dell’intrattenimento culturale: non cura le malattie, non spegne incendi, non ripara ponti. E in caso di pericolo di morte, nessuno sarebbe così pazzo da chiamare in soccorso un poeta. Insomma, apparentemente la poesia non serve a niente.
Castelli Gattinara comincia ricordando quello straordinario capitolo di Se questo è un uomo in cui Primo Levi racconta come, nell’orrore del campo di sterminio, di fronte alla richiesta di Pikolo, il suo compagno di prigionia francese, di insegnargli un po’ di italiano, a lui venga in mente di recitargli il canto di Ulisse. E di come lo sforzo di ricordare Dante, di spiegarlo al suo compagno, per un momento lo strappi dalle regole assurde del campo, dall’essere sempre sospesi a un filo, dal fatto che la vita del lager riduce l’uomo a un’istintualità primitiva, senza vera coscienza di sé, abbrutito fino al punto di non sapere più cosa si è. Ecco, nell’inferno di Auschwitz Dante, quel “fatti non foste a viver come bruti”, può strappare alla tentazione di lasciarsi sopraffare dalla violenza che distrugge innanzitutto la dignità umana. Può salvare.
 Castelli Gattinara continua la sua ricognizione andando a cerare gli esempi in cui la musica, la lettura di Pinocchio, l’arte, lo studio siano strumenti che possono sollevarci dalla disperazione, dall’isolamento, dallo smarrimento. Succede che chi organizza un’orchestra nella situazione degradata del Venezuela riesca a sottrarre  al richiamo della manovalanza malavitosa giovani che altrimenti non avrebbero nessun modo di sottrarsi al reclutamento criminale; chi coinvolge in un’animazione teatrale, partendo da Collodi, ragazzi africani già preda dei trafficanti di droga riesca a fargli trovare una via d’ uscita dalla marginalità; che la fotografia, la pittura, il cinema siano tanti agganci al mondo dell’espressione umana che, proprio perché immateriale, può salvare dalla violenta materialità di mondi che non lasciano libertà di pensiero e di speranza di costruzione di un futuro sereno.
Se praticare le arti è un modo di accedere alla conoscenza, se dà cognizioni e sapere, può salvare. E non salva solo chi vive situazioni di gravissimo disagio, i deportati e i reietti; salva chiunque rischi di essere, come chi è stato privato della dignità umana, senza capacità di scelta, di conoscenza, di autonomia del vivere le esperienza del mondo e di farne la base per un pensiero critico ed analitico. Riguarda tutti, e in particolare i giovani che studiano. Castelli Gattinara ha provato a chiedere ai suoi studenti adolescenti cosa fosse la cosa più importante per loro. “Su 100 studenti, motivati e interessati, intelligenti e partecipi, nessuno ha scritto una parola che avesse anche minimamente a che fare con la cultura”. Ed è importante la sottolineatura: non ragazzi apatici, svogliati e indolenti: studenti motivati e intelligenti. L’esperienza dell’autore dice che molti ragazzi amano la lettura e si appassionano alla scrittura. Ma quando ne parlano tra loro non accettano che questi siano valori significativi. Le cose importanti sono la famiglia, gli amici, l’amore. Non la poesia. E un libro, sì, può salvanti la vita: ma solo se ti trovi su un’isola deserta e hai tra le mani un manuale di sopravvivenza.
Castelli Gattinara, parlando di Primo Levi, ricorda che nel lager venissero chiamati “musulmani” (nessun riferimento all’Islam) i prigionieri che perdevano dignità e capacità di reagire, voglia di vivere e di lottare. I primi a cedere e ad essere destinati alla camera a gas. Credo che il suo libro voglia farci riflettere sul fatto che, anche se non viviamo in un lager e nessuno di noi rischia di essere ucciso per un abominevole progetto di  sterminio, si possa diventare “musulmani” anche oggi, in un mondo libero. Si possa perdere il coraggio di un pensiero autonomo, si possa cedere al conformismo di massa, si possa rinunciare al principio di solidarietà, alla difesa della dignità umana. Basta lasciarsi andare alla corrente. Non accettare la lezione della poesia, della letteratura, delle arti. L’assenza della cultura, nel progetto di vita dei giovani è un segnale preoccupante. Senza l’aspirazione alla conoscenza ci può esser solo il valore dell’istinto e del possesso. E purtroppo se ne vedono i segni.
 Insomma, credo che dobbiamo convincerci che anche oggi, nella battaglia per un mondo più giusto, Dante può salvarci la vita.

da "L'immaginazione", dicembre 2019

martedì 7 gennaio 2020


Come arrivai a conquistare la Capanna Nera

Il ricordo delle nevi di una volta, si sa, è sempre favoloso. E infatti, mentre calavamo verso Corvara, dalla macchina  che scendeva da passo Campolongo ricordo di aver visto, affascinato, due muraglie altissime, quasi si fosse miracolosamente aperto un varco in una enorme massa di neve, come per Mosé al passaggio del Mar Rosso. E certo, di neve ce n’era proprio tanta, negli inverni degli anni '50. Ma le giornate di quel primo anno sugli sci sono state radiose, il sole faceva sciogliere la neve sul tetto, e nella mansarda della scalcinata pensione in cui alloggiavamo un catino raccoglieva l’acqua che sgocciolava dal soffitto malandato.
Tempi difficili, c’erano pochi soldi, negli anni del dopoguerra; ma i miei genitori non avrebbero rinunciato allo sci per nulla al mondo. Così ci si doveva adattare: stanze umide, cibo scarso (brodini, fettine di carne trasparenti, qualche patata) e ai piedi sci e scarponi ereditati da amici più grandi. Gli scarponi, di vecchio cuoio, malgrado fossero stati debitamente unti di grasso di foca, si bagnavano dopo una sola ora d’uso. Gli sci, provvisti dei mitici attacchi Kandahar, con molla posteriore, erano dei legnacci marrone senza lamine che – poiché la plastica non era ancora stata inventata – avevano come soletta una mano di vernice rossa, alla quale la neve fresca si attaccava tenacemente. Dopo i primi tentativi, durante i quali sotto gli sci si erano formati degli zoccoli  che non permettevano di muovere un passo, ho capito che l’unica era di infilare velocemente gli attacchi e cominciare a muovere freneticamente gli sci avanti e indietro, in modo che lo zoccolo non si formasse.
 Addosso avevo dei pantaloni di lana niente affatto impermeabile; per difendermi dai rigori invernali indossavo una giacca a vento di semplice cotone impermeabilizzato, ma sfoderato. Sotto, una serie di maglioni che mi facevano quasi sembrare in carne, mentre allora ero (da non crederci) di una magrezza scheletrica. Alle mani, delle manopole di lana, e sopra delle manopole di cotone cerato (per così dire). L’insieme da un lato mi infagottava, rendendo faticoso ogni movimento, dall’altro era talmente inadatto al contatto con la neve, che dopo la prima caduta mi ritrovavo bagnato da capo a piedi e tale restavo fino al ritorno alla pensione.
Facevo parte di un gruppetto di bambini, tutti principianti e un po’ imbranati, affidati alla pazienza angelica di un maestro di nome Karl. Più che una scuoletta di sci, era un asilo infantile; e più che imparare lo sci da discesa, imparavamo ad usare gli sci come mezzo di trasporto.  Il primo giorno, se ricordo bene, lo abbiamo passato in una zona di perfetta pianura, imparando appunto a non permettere che si formasse lo zoccolo sotto gli instabili pezzi di legno e a non cadere per semplice mancanza di equilibrio. Poi è arrivato il campetto: bisognava salire a scaletta una decina di metri di dislivello e scendere, in pochi secondi, a spazzaneve. Solo dopo, con appositi paletti, abbiamo imparato lo spazzaneve a curve che, senza lamine, devo dire, risultava un esercizio piuttosto impervio. Ricordo di essere riuscito, a fine corso, ad accennare a un cristiania a sci quasi uniti: un trionfo.
Una volta acquisiti i principi fondamentali, è arrivato il grande giorno: siamo andati in gita verso Colfosco. Breve discesa con pendenza irrisoria, salita poco faticosa, sosta, discesa e risalita fino alla pensione. Oggi si direbbe sci di fondo. Per noi, un’avventura indimenticabile.
Familiarizzati con lo sci “da passeggio”, siamo stati iniziati allo skilift. Ce n’era uno solo, a Corvara, a quel tempo; del resto c’era anche una sola seggiovia, e gli adulti, quando si erano stufati di fare su e giù per il Col Alto, mettevano le pelli di foca e andavano al Chertz o verso il Gardena.  Ma era uno skilift primitivo. Non c’era un attacco a molla, e il traino avveniva con una T di legno attaccata a una catenella, che veniva agganciata direttamente al cavo di acciaio dell’impianto. La partenza avveniva con uno strappo violento, e prima di riuscire ad adattarmi devo essere caduto una decina di volte, dopo pochi metri. Ma anche dopo aver capito come reggere allo strappo iniziale, cominciava una sorta di tortura. C’erano punti in cui, per l’ondulazione del terreno, il cavo era tropo alto, per cui, essendo troppo piccolo per toccare terra, decollavo, appeso alla breve catenella. Mi trovavo sospeso da terra, in equilibrio instabile e cadevo rovinosamente nell’atterraggio. In altri punti il cavo scendeva raso terra, mi passava praticamente tra gli scarponi, il legno sgusciava da tutte le parti. Era quasi impossibile mantenere l’equilibrio, e nel tentativo di non perdere il traino tutto si risolveva in una caduta e in un patetico trascinamento raso terra finché non riuscivo a liberarmi della maledetta T di legno.
Devo dire che non ero nemmeno il più incapace, e che i miei compagni di corso di solito finivano i tentativi di risalita tra urla e lacrime che il paziente maestro Karl asciugava con un apposito fazzolettone confortandoci in tedesco, che per fortuna capivamo abbastanza bene, perché allora si usavano governanti austriache.
E’ stato solo all’ultimo giorno di quella prima, gloriosa settimana di addestramento, che siamo arrivati tutti, senza cadere, alla fine dello skilift. E da lì, con una risalita un po’ a scaletta e un po’ a spina di pesce, abbiamo finalmente raggiunto una meta ambitissima, il nostro primo rifugio: la Neger Huette, la Capanna Nera, luogo dalle mille delizie.
Oggi i bambini che fanno scuola di sci, alla fine della settimana bianca fanno una garetta e vengono premiati tutti senza distinzione, mentre i genitori filmano la competizione con i telefonini, tra annunci di altoparlanti che magnificano i tempi di discesa. Noi, più modestamente, ma con uguale se non superiore soddisfazione, l’ultimo giorno siamo trionfalmente arrivati alla Capanna Nera, e abbiamo avuto un premio ineguagliabile: una meravigliosa cioccolata calda con la panna. 


da "In Alto", Soc. Alpina Friulana

sabato 23 novembre 2019


IL GIALLO, O DELLA CENTRIFUGAZIONE DELLA REALTA'

Capita di sentir dire, periodicamente, che di gialli ce n’è troppi, che non se ne può più, che sul giallo si è detto tutto e che non c’è nulla da aggiungere. Poi, puntualmente, si scopre che la letteratura gialla, come tutta la letteratura, ha sempre qualcosa di nuovo da dirci e noi non abbiamo che da impegnarci a scoprirla.
Adelphi sta meritoriamente ripubblicando tutto Sciascia, e Il metodo di Maigret è, appunto, una raccolta di saggi sul giallo che risulta illuminante. Sciascia, negli anni ’50, parte da un atteggiamento dubbioso, che nel tempo va modificandosi: forte consumatore di gialli Mondadori, all’inizio non ritiene che abbiano altro che la dignità di un prodotto di consumo. Pensa anzi che tendano a snaturarsi con un eccesso di violenza gratuita e una propensione a riempitivi erotici che ne definiscono una deriva deteriore. Sa però che i buoni giallisti hanno appreso la lezione di Stevenson e di Conrad, di Melville, Proust e Kafka. E insieme sa che Faulkner e Cain hanno preso molto dal giallo, e che Hemingway e Graham Green devono qualcosa a Hammett. L’idea che in realtà tutta la grande letteratura abbia spesso preso spunto da stimoli polizieschi porta Sciascia a pensare al furto della mandria di Ercole, nell’Eneide, o al metodo – poliziesco – della follia di Amleto nella sua indagine sull’assassinio del padre, e così via. A questo punto Sciascia arriva ad apprezzare anche quello che definiamo il giallo commerciale, e scopre che “assume la realtà quotidiana del delinquente che misteriosamente opera e della società che da esso si difende” e che la tecnica specifica del romanzo poliziesco è la “centrifugazione della realtà”. Magnifica intuizione, perché è vero che il giallo comprime in un romanzo quello che, nella nostra vita quotidiana è generalmente diluito in tempi lunghi. Così facendo, però, ci costringe e prendere contatto col male. E qui Sciascia arriva pensare che, in fondo, quella dimensione un po’ gratuita dell’eccesso di delittuosità della realtà del poliziesco sia qualcosa che, in altri tempi, “si manifestava con il sentimento del sacro”. Un’altra fantastica intuizione: pensare che la proliferazione del racconto giallo altro non sia che la sostituzione del racconto mitico, della tragedia greca, del confronto con il destino mortale che accompagna la coscienza dell’uomo dalle origini del pensiero simbolico ad oggi.
Non posso qui riassumere tutte le intuizioni di Sciascia, ma val la pena arrivare alla sua lettura di Simenon e del metodo di Maigret che, per Sciascia, è “un uomo che si affida alla conoscenza del cuore umano e alle istantanee intuizioni”, e che coglie “nell’esitazione di un gesto e nell’arredamento di una stanza più verità che nelle impronte digitali e nelle perizie balistiche”.
Un’osservazione che ci porta a un altro libro che di giallo parla, sia pure con altra prospettiva. E’ La versione di Fenoglio, di Gianrico Carofiglio che è, sì, una serie di casi gialli; ma anche una riflessione sui metodi di indagine e sugli strumenti analitici che hanno gli investigatori. Carofiglio li mette in bocca al suo maresciallo, e i casi che si susseguono, assieme alla vicenda del rapporto che il maresciallo instaura con un giovane, rendono particolarmente accattivante la lettura. Ma quel che voglio sottolineare qui è che anche il maresciallo Fenoglio, come Maigret, indaga più con la riflessione psicologica che con la tecnologia. “Le indagini ben fatte devono contenere sbavature: sono sinonimo di genuinità”, dice. Si deve procedere per aggiustamenti progressivi. Ed è un errore, trovato un sospetto, passare subito alle conclusioni. Anche perché, se ci si fissa su uno schema, questo può produrre una cecità selettiva: un’illusione logica. Le indagini non sono procedure lineari, perché tutti, in qualche modo mentono, anche quando credono di essere sinceri. E non esiste un trucco magico che consenta di smascherare le bugie. Quello più originale può essere quello di ripercorrere una testimonianza a ritroso, partendo dalla fine: difficile non contraddirsi, se si sta mentendo.
Ricalcando Poe, Fenoglio spiega che alle volte un’indagine coglie nel segno perché, invece di cercare indizi, ne scopre uno mancante. Fedele alla logica della ricerca scientifica, Fenoglio ritiene che per provare davvero una congettura si debba sforzarsi di demolirla; e che solo se resiste al tentativo di falsificarla è davvero utile a spiegare ciò che è accaduto.  E che l’importante non è avere certezze, ma dubbi. Non credo di esagerare se dico che riflettere sulle indagini è come riflettere sulla vita. Su come dovremmo confrontarci con il nostro vissuto, con i nostri fallimenti, con la nostra visione del mondo. Tutte prospettive che dovrebbero passare al vaglio di un tentativo di demolizione; alla ricerca di un pezzo di verosimiglianza.


(da L'IMMAGINAZIONE)

PAROLE PESANTI E OPINIONI LEGGERE

“Le parole sono importanti”, protestava Nanni Moretti di fronte alla vaghezza espressiva di giovani della penultima generazione. Lo sono ancora.  E’ successo, poco tempo fa, che un capo politico, in una dichiarazione pubblica, si sia espresso così: “dirò ai miei deputati e ai miei senatori di fare…”. Quell’uomo non stava parlando dei suoi compagni di partito. Voleva affermare esattamente quello che ha detto, e cioè di esser il proprietario di uno schieramento parlamentare, che per lui evidentemente non era fatto di esseri pensanti ma di suoi famigli, suoi scherani. Un capo, che dà ordini a un esercito uso a obbedir tacendo.
Al di là del partito politico in oggetto, del fatto che affermazioni del genere non suscitano nessuna reazione, né di stupore né di indignazione, e questo già preoccupa, credo che quella espressione, per isolata che sia (ma non lo è), abbia un significato che va al di là della brutalità ormai consueta del gergo politico attuale. Mi pare tocchi un paio di problemi, culturali, che sono stati, sì, oggetto di dibattito, ma in modo, a me pare, confuso e un po’ superficiale.
Uno è quello sull’opportunità di definire o meno chi fa politica oggi fascista. Seri studiosi si sono impegnati a ricordarci che per fascismo si intende un modo di gestire la cosa pubblica, con la deriva sociale, economica e culturale che, a suo tempo, ne è conseguita. E naturalmente, vista l’obiettività di questa osservazione, dobbiamo ammettere che nessun movimento politico, oggi, potrebbe essere definito fascista. Però ci si è fatti beffe anche di uno scritto sul fascismo di Umberto Eco dove, come spesso faceva, parlava con lieve divertimento di cose serissime, e dove sosteneva esservi una matrice fascista che si può riscontrare nei comportamenti umani, che stava alla base dei valori del fascismo mussoliniano. Dunque, c’è anche qui un problema di uso del linguaggio. Se diamo del fascista a chi, essendo un conservatore un po’ arrogante , bellicoso e poco incline a riconoscere il valore del parlamentarismo democratico, esageriamo? Per non essere imprecisi dovremmo – come suggerisce qualcuno – parlare di postfascismo, o neofascismo? Oppure bisogna ricordare che è da quel tipo di valori che il fascismo ha avuto origine?
A me pare che, in questo caso, non ci si debba perdere nel nominalismo. E’ bene definire fascista chi aborrisce le istituzioni democratiche e tradisce una vocazione autoritaria. Se non lo si fa, si finisce per accettare che la sua cultura politica abbia un valore accettabile per tutti. Se no, rischiamo di dimenticarci che i parlamentari non sono proprietà di un capo, ma rappresentano, ognuno per sua responsabilità personale, i propri  elettori e quindi la nazione.
C’è un altro termine che, negli ultimi anni, è diventato oggetto continuo di polemica e di aggregazione ideologica: è il rifiuto nei confronti delle élites. Anche qui l’uso della parole è discutibile, ma soprattutto impreciso. Con chi se la prendono i movimenti e i loro capi che ricordano in continuazione che le élites hanno rovinato il paese? Molto difficile capirlo, tanto che sembra trattarsi fondamentalmente di puro strumento di propaganda: si inventa un nemico, ancorché inesistente, gli si dà un nome che suona plausibile e si va all’attacco. Penso che sia importante riflettere su questo, che è ancora una volta un problema culturale, perché tutti i movimenti autoritari hanno costruito la loro fortuna inventando nemici immaginari, dando loro la parvenza di un’entità segreta e pericolosa che lavora nell’ombra contro gli interessi di un popolo. Dai tempi dei Protocolli dei savi di Sion, il meccanismo è stato usato ripetutamente, e con efficacia. Tempo fa un leader politico continuava a chiamare i suo i elettori a combattere il pericolo comunista, mentre i comunisti erano spariti dalla scena politica italiana ed europea da un pezzo. Oggi il pericolo sono le élites. Ma quali? Le élites economiche, finanziarie, quelle politiche (cioè gli stessi che ne stigmatizzano l’esistenza ), le élites intellettuali (ormai senza potere), i giornalisti (mentre i lettori dei giornali stanno sparendo) o quelle degli apparati della comunicazione digitale? 
Penso che dietro questa fantasiosa costruzione propagandistica ci sia qualcosa di pericoloso, e cioè l’idea di mettere in guardia gli elettori nei confronti di chi, avendo competenze, può imporre loro qualcosa di spiacevole. Un economista che spiega che, se non si pagano le tasse, non si hanno più servizi; un medico che dice che, senza vaccini, c’è il pericolo di epidemie; un intellettuale che dice che, se la collettività non studia, non legge, non si informa non è consapevole.
Ecco, qui il vero problema culturale. Un’onda emotiva che dice che chi più sa più ti danneggia. Ecco perché le élites fanno paura. C’è il rischio che dicano la verità.

 (Da l'Immaginazione)

giovedì 7 marzo 2019


BATTIATO, LA LETTERATURA 
E LA GRANDE SFIGA GIOVANILE

Curioso, però, che Battiato abbia lasciato segni tanto significativi in diverse generazioni di giovani. Ma se ne trovano tracce diffuse, e questo dovrebbe pur dire qualcosa, visto che si tratta di un cantante che è stato anche un poeta e – al seguito di Sgalambro - un po’ un pensatore, di taglio mistico-esoterico. Lo cita Enrico Brizzi, nel suo Tu che sei di me la miglior parte (Mondadori), quasi a dare un segno interpretativo a un racconto tutto in presa diretta, senza riflessioni né valutazioni morali. La storia è quella di un gruppo di amici, raccontata dall’infanzia a una gioventù senza maturazione, con i passaggi dai primi turbamenti del protagonista, molto ben inserito in una famiglia tanto disordinata quanto sincera, fino a una spirale di devianza e di conflitti, un po’ di sesso e qualche momento di violenza.
I piccoli cannibali crescono, e dai tempi di Jack Frusciante qualcosa è cambiato, ma la chiave del narrare di Brizzi rimane fondamentalmente la stessa. Se le vicende sono rese con una partecipazione affettuosa e ironica, la sostanza resta quella del diffuso filone della Grande Sfiga Giovanile. Un modello narrativo che va dall’autocoscienza dei gruppi di compagni di scuola fino al girovagare senza meta di chi, finita la scuola, si è ritrovato senza né sogni né desideri, in un mondo che permette di sopravvivere e persino di fare esperienze, ma non di vivere autenticamente. Succede anche ai protagonisti di quest’ultimo libro, che seguiamo con simpatia nella loro lenta discesa verso il nulla, pieni di baldanza giovanile e fragile ingenuità. I primi amori, la scoperta del sesso, la voglia di avere e di essere, lo sballo, soldi facili, qualche sosta in carcere, il distacco e la negazione di valori consunti.
Credo che Brizzi abbia descritto, ancora una volta, con precisione e partecipazione, i riti di passaggio della sua generazione. A me però sembra che resti ancorato a una visione quasi estatica di un vuoto di contenuti. Quasi che i suoi protagonisti non avessero nessuno strumento per interpretare la realtà, come invece ogni generazione non può evitare di produrre.

La traccia di Battiato che usa Francesco Piccolo, invece, sta proprio nel titolo del suo L’animale che mi porto dentro (Einaudi), ma il modello narrativo è tutt’altra cosa. Qualcuno parlerà di autofiction, ma a me pare più evidentemente un’autobiografia. Piccolo non prende mai distanza dal suo racconto, parla sempre e solo di sé, senza né falsi né veri pudori, e senza che la trasfigurazione letteraria trasformi l’esperienza personale in narrazione romanzesca.
 Anche qui abbiamo un racconto di formazione, dall’infanzia ai primi turbamenti sentimentali e alle prime esperienze erotiche, fino a un’autoanalisi, che si vuole spietata, del proprio essere incapace di uscire da un’educazione violenta e dall’abitudine a vivere gli impulsi e i condizionamenti del “branco”. Tutto il libro è una descrizione dell’impossibilità di superare lo stereotipo del comportamento virile, del cinismo e della animalità nella visione del sesso e del senso di appartenenza a un mondo fatto di bullismo, prevaricazione, menzogna e brutalità.
Non si può non leggere con partecipazione la descrizione di una crescita segnata dalla vita della provincia meridionale, da un padre violento, da aggressività incontrollata nello sport, da acne adolescenziale, da ansia di integrazione alle bande giovanili, fino all’esibizione delle conquiste femminili e ai rapporti sessuali come prova di forza.
Piccolo intervalla la descrizione della propria impulsività con le esperienze estetiche: Malizia di Samperi, il Sandokan di Salgari, il Padrino, il fumetto di Lando, Amore senza fine di Zeffirelli, Houllebecq e la canzone napoletana. Sono intermezzi che descrivono il Piccolo-protagonista come uomo capace di proiettare il proprio io nei canoni della narrazione popolare e nel consumo della cultura di massa. Se si supera l’imbarazzo per il fatto che la parola c….o ricorre con una frequenza quasi superiore a quella delle congiunzioni, se ne trae un ritratto forse sincero, ma corrucciato e inquietante di come anche l’intellettuale più esercitato all’uso di strumenti di analisi psicologica possa avere difficoltà a controllare impulsi primordiali. Ed è curioso come, proprio nella descrizione di questo machismo incontrollato, lo scrittore-protagonista guardi a se stesso con un sentimentalismo quasi altrettanto ingenuo e compiaciuto.
La sensazione è che neppure Francesco Piccolo sia sfuggito al canone della Grande Sfiga Giovanile, ma l’abbia fatto redigendo un’autobiografia di voluta spudoratezza e – nel suo caso - di esibito autocannibalismo. E lascia il dubbio che le autobiografie dovrebbero essere consegnate a un tempo futuro, in cui esperienze e veemenze siano state elaborate e metabolizzate fino in fondo.

                                                                        Da "L'immaginazione", marzo 2019


domenica 2 dicembre 2018



MA I CRITICI GUARDANO MAI AL PASSATO?

Ma sarà poi vero che i romanzi italiani, oggi, sono tanto peggio di quelli di cinquant’anni fa? Non è la prima volta che Berardinelli si interroga sulla qualità della produzione letteraria di oggi, e si risponde che forse ha ragione Giorgo Ficara nel sostenere che si è perso il contatto con la grande tradizione italiana (l’Avvenire, 9 novembre). Poiché anche a me, qualche volta, vien fatto di pensare che tra i romanzi letti negli ultimi anni non ce n’è uno che meriti di essere ricordato, devo farmi un esame di coscienza. Non sarà che, come tutti gli anziani, riesco soltanto a rimpiangere tempi che mi sembravano migliori perché ero più giovane io?
Mi pare che, a ben pensare, la qualità media della produzione letteraria di oggi non sia poi tanto peggio di quella di una volta: probabilmente di grandi romanzi, di quelli che diventeranno dei classici, se ne scrivono una decina per secolo. E i libri che hanno avuto ampia risonanza negli anni ’60  spesso, se riletti, oggi, risultano molto sopravvalutati. L’esercizio della critica è concentrato sul presente, e raramente effettua ricognizioni nel passato. Facile ironizzare sulla modesta qualità di alcuni dei libri più venduti e più premiati oggi. Credo invece varrebbe la pensa verificare cosa ci dicono, oggi, i premi letterari del passato, i best seller di una volta.
A scorrere i premiati dello Strega ci sono anche tanti titoli importanti: bisogna dire che alcuni sono diventati dei veri classici, come L’isola di Arturo , o Il gattopardo, e che ancora oggi si leggono i libri di Natalia Ginzburg e di Lalla Romano; ma chi si ricorda di La memoria, di Angioletti, Strega del ’49? E chi legge più L’occhio del gatto, di Bevilacqua, (’68), o Allegri, gioventù,di Cancogni (‘70)? E La spiaggia d’oro, di Brignetti, (’71), ha lasciato qualche traccia?
Non va tanto meglio nemmeno per il Campiello. Se di Silone si legge ancora Fontamara, chi ha più sentito parlare di L’avventura di una povero cristiano (Campiello ’68), o di Alessandra di Stefano Terra (’74)?
Non possiamo non riconoscere che il Nobel è andato, a lungo, a personaggi che meritavano effettivamente di essere, per così dire, santificati. Ma se i premiati degli ultimi anni non sono tutti di grande statura, non credo che autori come Mistral (Nobel del 1904) o Eucken (1908), Gjellerup (’17), Benavente (22) o Rolland (‘32) li legga più nessuno. Hanno avuto il loro momento di gloria, un temporaneo successo commerciale, ma oggi credo sarebbero indigesti anche ai cultori della materia. Sembrati imperdibili ai contemporanei, oggi sono spariti, ingoiati dal giudizio del tempo.
Ecco, forse una revisione critica potrebbe rimettere in discussione autori che vengono ancora oggi considerati importanti, ma che sarebbe difficile rileggere. Chi  rilegge Ferito a morte, non può non avere qualche dubbio: la sensazione è che sia stato importante perché innovativo, nel ’61; ma oggi a me pare si smarrisca in un colorismo invecchiato e poco attraente. Mi sembra da rivedere anche il giudizio su Bianciardi, che pure molti continuano a considerare importante. Ho provato a rileggere recentemente La vita agra, e non me la sentirei di raccomandarlo a un giovane di oggi: mi è parso lontano, sopravvalutato.
Forse ha ragione Patrizia Valduga, sull’ultimo numero di questa rivista,che non ne può più dei giallisti. Ma non è facile immaginare se altri libri più “seri” reggeranno l’urto del tempo. Invece Emilio De Marchi scriveva gialli che si studiano ancora. E gli anni non passano per Sciascia, che pure ha usato la forma gialla per alcuni dei più importanti romanzi del ‘900, che ci raccontano ancora oggi la società italiana con un’acutezza incomparabile. Si dirà che la sua lingua è splendida, che aveva capacità di sintesi insuperate. Ma resta che il giallo ha dato e sta dando alcuni scrittori interessanti: il tempo dirà se la loro qualità sopravvivrà al momento in cui il marketing li ha elevati a beniamini di pubblico e critica.
Se c’è una riflessione che questa disordinata ricognizione mi sembra suggerire, è che la critica dovrebbe essere più cauta nello scoprire romanzi indimenticabili: le recensioni spesso tradiscono amicizie e contiguità poco limpide. E soprattutto non può esserci un “più importante scrittore del momento” ogni mese. Sarebbe bello, ma è semplicemente falso, e temo possa indurre giudizi conformistici nei lettori. Nello stesso tempo i giudizi stratificati nel tempo si possono rivedere. Non credo ci si debba vergognare di scoprire che qualche autore molto riverito è in realtà sopravvalutato. Anche perché poi non possiamo lamentarci se gli studenti ai quali vengono consigliati “classici” invecchiati precocemente non si appassionano alla lettura. Rischiare di allontanare una generazione che ha fin troppi stimoli diversi dai libri non è un peccato veniale.
                                                       (DA "l'IMMAGINAZIONE, DICEMBRE 2018)

sabato 20 ottobre 2018


LA RETE E’ NATA PER EVITARE IL RIPETERSI DELLE
TRAGEDIE DEL ‘900 E NON ME N’ERO ACCORTO

Che il Web sia la più importante rivoluzione del nostro tempo è indiscutibile. Quali siano le ricadute che ha prodotto sulla nostra vita non è facile né descriverlo né capirlo fino infondo. E’ quindi utile il lavoro che Alessandro Baricco ha fatto con il suo The Game, uscito da Einaudi: descrive la lenta invasione del digitale, dipinge un dettagliato quadro dell’esistente e cerca di ragionare sugli effetti prodotti fin qui.
Passando dal primo gioco elettronico (i ”marzianini”) al Commodore 64 per arrivare alle macchine più moderne, Baricco individua alcuni temi significativi: la rivoluzione digitale ha significato innanzitutto il tramonto delle mediazioni, ha creato una sorta di oltremondo, un universo parallelo nel quale viviamo una vita diversa da quella che avevamo senza connessioni. La colonizzazione digitale ha esaltato la superficialità contro la profondità, la velocità contro la lentezza, il semplice contro il complesso, la post-esperienza (quella fatta nell’ambiente digitale) contro l’esperienza tradizionale.
A patto di non sentirsi respinti da un periodare prolisso e ammiccante (Voilà, una bella fava di niente, credo che andrò ad aprirmi una birra, sono egoriferito: e allora?, che palle, non fate quella faccia, fidatevi ecc.)  e dall’uso disinvolto di terminologia inglese, come se non avessimo termini italiani altrettanto utili, a cominciare dal titolo (tool, skill, device, storytelling ecc.), il libro è una ricognizione utile e competente.
Meritano una riflessione alcune intuizioni, per così dire, teoriche. Baricco parla della rivoluzione digitale con un entusiasmo che non lascia spazio a dubbi: è la dimensione nella quale ci sono, potenzialmente, più libertà, informazione, autonomia individuale  e conoscenza di quanta l’uomo non abbia mai avuto. E’ verissimo. Per Baricco questo ha prodotto la consapevolezza che “il parere di milioni di incompetenti è più affidabile di quello di un esperto”, con la conseguenza che “si è fatta largo la convinzione  che si possa fare a meno delle mediazioni, degli esperti, dei sacerdoti”. Ne è nato “un pianeta a trazione diretta, dove l’intenzione e l’intelligenza collettive diventano azione senza dover passare da autorità intermedie”. E questo ha visto nascere un’umanità aumentata. Interessante, anche se la nascita di intelligenze collettive presuppone una capacità di analisi e di riflessione che la rete – e in particolare la superficialità che Baricco giustamente ne considera un portato fondamentale - difficilmente sollecita. Certo invece che, al termine di questo processo, accade quel che lo stesso Baricco osserva: “L’uomo esperimenta una vita in cui è riuscito a fare a meno dei sacerdoti. (…) La trova bella. Ne trae  una rinvigorita concezione di sé”. Questo è un punto nevralgico, che però è difficile far passare per intelligenza collettiva e umanità aumentata. E’ il fenomeno per cui, eliminati i “sacerdoti”, con rinvigorita coscienza del sé, si può decidere che i vaccini non servono a niente, che le scie chimiche sono pericolose e che l’uomo non è mai andato sulla luna. Tutte idee in circolazione, non c’era bisogno della rete perché esistessero. E’ la loro diffusione che lascia sgomenti. Più che intelligenza, una tendenza al delirio collettivo, questo sì aumentato, con progressione geometrica, dalla rete.
Nell’ultima parte Baricco individua alcuni problemi: “Il Game si rivela esser un habitat difficile, faticoso e selettivo”, nota, e per questo la rete ha prodotto nuove élite, potenti come quelle di prima. Spesso amplifica zone di irrazionalismo perché la pancia prevale sul cervello. E “Non tutti sono uguali davanti al Game” perché la rete non ha ancora prodotto anticorpi che frenino lo strapotere dei grandi monopoli (Google, FB, You Tube ecc.) e di chi li sa sfruttare.
Analizzando il ruolo avuto dal connubio tra il Movimento 5 stelle e la digitalizzazione ammette che, nell’anomalia dell’alleanza con la Lega, è prevalso, oltre all’odio per le élite, l’inclinazione per un egoismo di massa. Pensando al fatto che la globalizzazione sembrava aver superato barriere e confini: “Può un processo di liberazione disorientare talmente gli umani da spingerli a tornare, volontariamente, nelle gabbie?”, si chiede. Eh già, può, certo che può.
Suggerisce, infine, che la rete abbia bisogno di iniezioni di umanesimo, per continuare a sentirsi umani (e non perdersi nella post-esperienza); e temo sia verissimo, ma chi gliele può fare, queste dolorose iniezioni?  
C’è un tema ricorrente, dall’inizio alla fine del libro, che personalmente mi lascia perplesso. Baricco sostiene che i “padri fondatori” del web erano gente che “stava evadendo da un secolo che era stato tra i più orribili della storia”, che l’orrore di Auschwitz deriva dai valori delle élite e che “c’era una casa in fiamme da abbandonare di corsa”; che volevano uscire da un passato rovinoso e che “si può comprendere il Game solo se si tiene conto del principale scopo per cui è nato: rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del ‘900”.
Io qui proprio non lo seguo. Qual è la casa in fiamme? La Comunità europea, nata 70 anni fa proprio perché non si ripetessero gli orrori della storia? E le élite responsabili chi erano, i fascisti e i nazisti? Non li definirei élite, ma capipopolo che facevano leva sui peggiori istinti popolari. Oppure erano le élite intellettuali che li hanno combattuti, dal carcere e dal confino?  E chi sono i “padri fondatori” del Game? Jobs, Zuckerberg, che della guerra mondiale e dei suoi orrori non hanno sentito che echi lontani? A me pare che il fatto che la rete abbia reso inutili le intermediazioni e “messo fuori gioco i sacerdoti“ non sia il presupposto del lavoro dei “padri”, ma la conseguenza. E, soprattutto, siamo certi che i “padri” avessero un progetto ideale? Lo stesso Baricco riconosce che erano imprenditori che volevano innanzitutto fare i soldi.
Ho la sensazione che questa idea che la rete, meravigliosa occasione mancata di democrazia della conoscenza, sia nata per evitare gli orrori del ‘900, serva a darle una vernice nobile, immaginando che sia figlia di grandi ideali invece che di semplice utilizzazione di tecnologie usate a fini speculativi. E che si debba dare credito a quella che Baricco chiama la “seconda resistenza”, la riflessione di chi individua nella rete uno strumento che, invece di allargare la conoscenza, l’ha progressivamente limitata a élite ancora più chiuse, ma senza potere. E che quello di cui dovrebbe liberarci la tecnologia digitale è invece proprio quello che sta producendo: un ritorno al nazionalismo, alla chiusura dei confini, ai muri, all’odio per il diverso, al fanatismo collettivo e a forme di intolleranza per chi non la pensa come la maggioranza. Quello che, in una parola, era la sostanza ideale dei fascismi.
Questo a me pare sia il terribile pericolo che la rivoluzione digitale rischia di produrre. Questo l’elemento principale attorno al quale credo si debba riflettere e ci si debba confrontare. Esserne consci sarebbe un elemento di reale presa di coscienza delle contraddizioni del presente; e dovrebbe  essere alla base di una profonda – non superficiale! - revisione di quello che ci si è illusi essere uno strumento di libertà e sta diventando uno strumento di ottusità collettiva.