sabato 23 novembre 2019


IL GIALLO, O DELLA CENTRIFUGAZIONE DELLA REALTA'

Capita di sentir dire, periodicamente, che di gialli ce n’è troppi, che non se ne può più, che sul giallo si è detto tutto e che non c’è nulla da aggiungere. Poi, puntualmente, si scopre che la letteratura gialla, come tutta la letteratura, ha sempre qualcosa di nuovo da dirci e noi non abbiamo che da impegnarci a scoprirla.
Adelphi sta meritoriamente ripubblicando tutto Sciascia, e Il metodo di Maigret è, appunto, una raccolta di saggi sul giallo che risulta illuminante. Sciascia, negli anni ’50, parte da un atteggiamento dubbioso, che nel tempo va modificandosi: forte consumatore di gialli Mondadori, all’inizio non ritiene che abbiano altro che la dignità di un prodotto di consumo. Pensa anzi che tendano a snaturarsi con un eccesso di violenza gratuita e una propensione a riempitivi erotici che ne definiscono una deriva deteriore. Sa però che i buoni giallisti hanno appreso la lezione di Stevenson e di Conrad, di Melville, Proust e Kafka. E insieme sa che Faulkner e Cain hanno preso molto dal giallo, e che Hemingway e Graham Green devono qualcosa a Hammett. L’idea che in realtà tutta la grande letteratura abbia spesso preso spunto da stimoli polizieschi porta Sciascia a pensare al furto della mandria di Ercole, nell’Eneide, o al metodo – poliziesco – della follia di Amleto nella sua indagine sull’assassinio del padre, e così via. A questo punto Sciascia arriva ad apprezzare anche quello che definiamo il giallo commerciale, e scopre che “assume la realtà quotidiana del delinquente che misteriosamente opera e della società che da esso si difende” e che la tecnica specifica del romanzo poliziesco è la “centrifugazione della realtà”. Magnifica intuizione, perché è vero che il giallo comprime in un romanzo quello che, nella nostra vita quotidiana è generalmente diluito in tempi lunghi. Così facendo, però, ci costringe e prendere contatto col male. E qui Sciascia arriva pensare che, in fondo, quella dimensione un po’ gratuita dell’eccesso di delittuosità della realtà del poliziesco sia qualcosa che, in altri tempi, “si manifestava con il sentimento del sacro”. Un’altra fantastica intuizione: pensare che la proliferazione del racconto giallo altro non sia che la sostituzione del racconto mitico, della tragedia greca, del confronto con il destino mortale che accompagna la coscienza dell’uomo dalle origini del pensiero simbolico ad oggi.
Non posso qui riassumere tutte le intuizioni di Sciascia, ma val la pena arrivare alla sua lettura di Simenon e del metodo di Maigret che, per Sciascia, è “un uomo che si affida alla conoscenza del cuore umano e alle istantanee intuizioni”, e che coglie “nell’esitazione di un gesto e nell’arredamento di una stanza più verità che nelle impronte digitali e nelle perizie balistiche”.
Un’osservazione che ci porta a un altro libro che di giallo parla, sia pure con altra prospettiva. E’ La versione di Fenoglio, di Gianrico Carofiglio che è, sì, una serie di casi gialli; ma anche una riflessione sui metodi di indagine e sugli strumenti analitici che hanno gli investigatori. Carofiglio li mette in bocca al suo maresciallo, e i casi che si susseguono, assieme alla vicenda del rapporto che il maresciallo instaura con un giovane, rendono particolarmente accattivante la lettura. Ma quel che voglio sottolineare qui è che anche il maresciallo Fenoglio, come Maigret, indaga più con la riflessione psicologica che con la tecnologia. “Le indagini ben fatte devono contenere sbavature: sono sinonimo di genuinità”, dice. Si deve procedere per aggiustamenti progressivi. Ed è un errore, trovato un sospetto, passare subito alle conclusioni. Anche perché, se ci si fissa su uno schema, questo può produrre una cecità selettiva: un’illusione logica. Le indagini non sono procedure lineari, perché tutti, in qualche modo mentono, anche quando credono di essere sinceri. E non esiste un trucco magico che consenta di smascherare le bugie. Quello più originale può essere quello di ripercorrere una testimonianza a ritroso, partendo dalla fine: difficile non contraddirsi, se si sta mentendo.
Ricalcando Poe, Fenoglio spiega che alle volte un’indagine coglie nel segno perché, invece di cercare indizi, ne scopre uno mancante. Fedele alla logica della ricerca scientifica, Fenoglio ritiene che per provare davvero una congettura si debba sforzarsi di demolirla; e che solo se resiste al tentativo di falsificarla è davvero utile a spiegare ciò che è accaduto.  E che l’importante non è avere certezze, ma dubbi. Non credo di esagerare se dico che riflettere sulle indagini è come riflettere sulla vita. Su come dovremmo confrontarci con il nostro vissuto, con i nostri fallimenti, con la nostra visione del mondo. Tutte prospettive che dovrebbero passare al vaglio di un tentativo di demolizione; alla ricerca di un pezzo di verosimiglianza.


(da L'IMMAGINAZIONE)

PAROLE PESANTI E OPINIONI LEGGERE

“Le parole sono importanti”, protestava Nanni Moretti di fronte alla vaghezza espressiva di giovani della penultima generazione. Lo sono ancora.  E’ successo, poco tempo fa, che un capo politico, in una dichiarazione pubblica, si sia espresso così: “dirò ai miei deputati e ai miei senatori di fare…”. Quell’uomo non stava parlando dei suoi compagni di partito. Voleva affermare esattamente quello che ha detto, e cioè di esser il proprietario di uno schieramento parlamentare, che per lui evidentemente non era fatto di esseri pensanti ma di suoi famigli, suoi scherani. Un capo, che dà ordini a un esercito uso a obbedir tacendo.
Al di là del partito politico in oggetto, del fatto che affermazioni del genere non suscitano nessuna reazione, né di stupore né di indignazione, e questo già preoccupa, credo che quella espressione, per isolata che sia (ma non lo è), abbia un significato che va al di là della brutalità ormai consueta del gergo politico attuale. Mi pare tocchi un paio di problemi, culturali, che sono stati, sì, oggetto di dibattito, ma in modo, a me pare, confuso e un po’ superficiale.
Uno è quello sull’opportunità di definire o meno chi fa politica oggi fascista. Seri studiosi si sono impegnati a ricordarci che per fascismo si intende un modo di gestire la cosa pubblica, con la deriva sociale, economica e culturale che, a suo tempo, ne è conseguita. E naturalmente, vista l’obiettività di questa osservazione, dobbiamo ammettere che nessun movimento politico, oggi, potrebbe essere definito fascista. Però ci si è fatti beffe anche di uno scritto sul fascismo di Umberto Eco dove, come spesso faceva, parlava con lieve divertimento di cose serissime, e dove sosteneva esservi una matrice fascista che si può riscontrare nei comportamenti umani, che stava alla base dei valori del fascismo mussoliniano. Dunque, c’è anche qui un problema di uso del linguaggio. Se diamo del fascista a chi, essendo un conservatore un po’ arrogante , bellicoso e poco incline a riconoscere il valore del parlamentarismo democratico, esageriamo? Per non essere imprecisi dovremmo – come suggerisce qualcuno – parlare di postfascismo, o neofascismo? Oppure bisogna ricordare che è da quel tipo di valori che il fascismo ha avuto origine?
A me pare che, in questo caso, non ci si debba perdere nel nominalismo. E’ bene definire fascista chi aborrisce le istituzioni democratiche e tradisce una vocazione autoritaria. Se non lo si fa, si finisce per accettare che la sua cultura politica abbia un valore accettabile per tutti. Se no, rischiamo di dimenticarci che i parlamentari non sono proprietà di un capo, ma rappresentano, ognuno per sua responsabilità personale, i propri  elettori e quindi la nazione.
C’è un altro termine che, negli ultimi anni, è diventato oggetto continuo di polemica e di aggregazione ideologica: è il rifiuto nei confronti delle élites. Anche qui l’uso della parole è discutibile, ma soprattutto impreciso. Con chi se la prendono i movimenti e i loro capi che ricordano in continuazione che le élites hanno rovinato il paese? Molto difficile capirlo, tanto che sembra trattarsi fondamentalmente di puro strumento di propaganda: si inventa un nemico, ancorché inesistente, gli si dà un nome che suona plausibile e si va all’attacco. Penso che sia importante riflettere su questo, che è ancora una volta un problema culturale, perché tutti i movimenti autoritari hanno costruito la loro fortuna inventando nemici immaginari, dando loro la parvenza di un’entità segreta e pericolosa che lavora nell’ombra contro gli interessi di un popolo. Dai tempi dei Protocolli dei savi di Sion, il meccanismo è stato usato ripetutamente, e con efficacia. Tempo fa un leader politico continuava a chiamare i suo i elettori a combattere il pericolo comunista, mentre i comunisti erano spariti dalla scena politica italiana ed europea da un pezzo. Oggi il pericolo sono le élites. Ma quali? Le élites economiche, finanziarie, quelle politiche (cioè gli stessi che ne stigmatizzano l’esistenza ), le élites intellettuali (ormai senza potere), i giornalisti (mentre i lettori dei giornali stanno sparendo) o quelle degli apparati della comunicazione digitale? 
Penso che dietro questa fantasiosa costruzione propagandistica ci sia qualcosa di pericoloso, e cioè l’idea di mettere in guardia gli elettori nei confronti di chi, avendo competenze, può imporre loro qualcosa di spiacevole. Un economista che spiega che, se non si pagano le tasse, non si hanno più servizi; un medico che dice che, senza vaccini, c’è il pericolo di epidemie; un intellettuale che dice che, se la collettività non studia, non legge, non si informa non è consapevole.
Ecco, qui il vero problema culturale. Un’onda emotiva che dice che chi più sa più ti danneggia. Ecco perché le élites fanno paura. C’è il rischio che dicano la verità.

 (Da l'Immaginazione)

giovedì 7 marzo 2019


BATTIATO, LA LETTERATURA 
E LA GRANDE SFIGA GIOVANILE

Curioso, però, che Battiato abbia lasciato segni tanto significativi in diverse generazioni di giovani. Ma se ne trovano tracce diffuse, e questo dovrebbe pur dire qualcosa, visto che si tratta di un cantante che è stato anche un poeta e – al seguito di Sgalambro - un po’ un pensatore, di taglio mistico-esoterico. Lo cita Enrico Brizzi, nel suo Tu che sei di me la miglior parte (Mondadori), quasi a dare un segno interpretativo a un racconto tutto in presa diretta, senza riflessioni né valutazioni morali. La storia è quella di un gruppo di amici, raccontata dall’infanzia a una gioventù senza maturazione, con i passaggi dai primi turbamenti del protagonista, molto ben inserito in una famiglia tanto disordinata quanto sincera, fino a una spirale di devianza e di conflitti, un po’ di sesso e qualche momento di violenza.
I piccoli cannibali crescono, e dai tempi di Jack Frusciante qualcosa è cambiato, ma la chiave del narrare di Brizzi rimane fondamentalmente la stessa. Se le vicende sono rese con una partecipazione affettuosa e ironica, la sostanza resta quella del diffuso filone della Grande Sfiga Giovanile. Un modello narrativo che va dall’autocoscienza dei gruppi di compagni di scuola fino al girovagare senza meta di chi, finita la scuola, si è ritrovato senza né sogni né desideri, in un mondo che permette di sopravvivere e persino di fare esperienze, ma non di vivere autenticamente. Succede anche ai protagonisti di quest’ultimo libro, che seguiamo con simpatia nella loro lenta discesa verso il nulla, pieni di baldanza giovanile e fragile ingenuità. I primi amori, la scoperta del sesso, la voglia di avere e di essere, lo sballo, soldi facili, qualche sosta in carcere, il distacco e la negazione di valori consunti.
Credo che Brizzi abbia descritto, ancora una volta, con precisione e partecipazione, i riti di passaggio della sua generazione. A me però sembra che resti ancorato a una visione quasi estatica di un vuoto di contenuti. Quasi che i suoi protagonisti non avessero nessuno strumento per interpretare la realtà, come invece ogni generazione non può evitare di produrre.

La traccia di Battiato che usa Francesco Piccolo, invece, sta proprio nel titolo del suo L’animale che mi porto dentro (Einaudi), ma il modello narrativo è tutt’altra cosa. Qualcuno parlerà di autofiction, ma a me pare più evidentemente un’autobiografia. Piccolo non prende mai distanza dal suo racconto, parla sempre e solo di sé, senza né falsi né veri pudori, e senza che la trasfigurazione letteraria trasformi l’esperienza personale in narrazione romanzesca.
 Anche qui abbiamo un racconto di formazione, dall’infanzia ai primi turbamenti sentimentali e alle prime esperienze erotiche, fino a un’autoanalisi, che si vuole spietata, del proprio essere incapace di uscire da un’educazione violenta e dall’abitudine a vivere gli impulsi e i condizionamenti del “branco”. Tutto il libro è una descrizione dell’impossibilità di superare lo stereotipo del comportamento virile, del cinismo e della animalità nella visione del sesso e del senso di appartenenza a un mondo fatto di bullismo, prevaricazione, menzogna e brutalità.
Non si può non leggere con partecipazione la descrizione di una crescita segnata dalla vita della provincia meridionale, da un padre violento, da aggressività incontrollata nello sport, da acne adolescenziale, da ansia di integrazione alle bande giovanili, fino all’esibizione delle conquiste femminili e ai rapporti sessuali come prova di forza.
Piccolo intervalla la descrizione della propria impulsività con le esperienze estetiche: Malizia di Samperi, il Sandokan di Salgari, il Padrino, il fumetto di Lando, Amore senza fine di Zeffirelli, Houllebecq e la canzone napoletana. Sono intermezzi che descrivono il Piccolo-protagonista come uomo capace di proiettare il proprio io nei canoni della narrazione popolare e nel consumo della cultura di massa. Se si supera l’imbarazzo per il fatto che la parola c….o ricorre con una frequenza quasi superiore a quella delle congiunzioni, se ne trae un ritratto forse sincero, ma corrucciato e inquietante di come anche l’intellettuale più esercitato all’uso di strumenti di analisi psicologica possa avere difficoltà a controllare impulsi primordiali. Ed è curioso come, proprio nella descrizione di questo machismo incontrollato, lo scrittore-protagonista guardi a se stesso con un sentimentalismo quasi altrettanto ingenuo e compiaciuto.
La sensazione è che neppure Francesco Piccolo sia sfuggito al canone della Grande Sfiga Giovanile, ma l’abbia fatto redigendo un’autobiografia di voluta spudoratezza e – nel suo caso - di esibito autocannibalismo. E lascia il dubbio che le autobiografie dovrebbero essere consegnate a un tempo futuro, in cui esperienze e veemenze siano state elaborate e metabolizzate fino in fondo.

                                                                        Da "L'immaginazione", marzo 2019


domenica 2 dicembre 2018



MA I CRITICI GUARDANO MAI AL PASSATO?

Ma sarà poi vero che i romanzi italiani, oggi, sono tanto peggio di quelli di cinquant’anni fa? Non è la prima volta che Berardinelli si interroga sulla qualità della produzione letteraria di oggi, e si risponde che forse ha ragione Giorgo Ficara nel sostenere che si è perso il contatto con la grande tradizione italiana (l’Avvenire, 9 novembre). Poiché anche a me, qualche volta, vien fatto di pensare che tra i romanzi letti negli ultimi anni non ce n’è uno che meriti di essere ricordato, devo farmi un esame di coscienza. Non sarà che, come tutti gli anziani, riesco soltanto a rimpiangere tempi che mi sembravano migliori perché ero più giovane io?
Mi pare che, a ben pensare, la qualità media della produzione letteraria di oggi non sia poi tanto peggio di quella di una volta: probabilmente di grandi romanzi, di quelli che diventeranno dei classici, se ne scrivono una decina per secolo. E i libri che hanno avuto ampia risonanza negli anni ’60  spesso, se riletti, oggi, risultano molto sopravvalutati. L’esercizio della critica è concentrato sul presente, e raramente effettua ricognizioni nel passato. Facile ironizzare sulla modesta qualità di alcuni dei libri più venduti e più premiati oggi. Credo invece varrebbe la pensa verificare cosa ci dicono, oggi, i premi letterari del passato, i best seller di una volta.
A scorrere i premiati dello Strega ci sono anche tanti titoli importanti: bisogna dire che alcuni sono diventati dei veri classici, come L’isola di Arturo , o Il gattopardo, e che ancora oggi si leggono i libri di Natalia Ginzburg e di Lalla Romano; ma chi si ricorda di La memoria, di Angioletti, Strega del ’49? E chi legge più L’occhio del gatto, di Bevilacqua, (’68), o Allegri, gioventù,di Cancogni (‘70)? E La spiaggia d’oro, di Brignetti, (’71), ha lasciato qualche traccia?
Non va tanto meglio nemmeno per il Campiello. Se di Silone si legge ancora Fontamara, chi ha più sentito parlare di L’avventura di una povero cristiano (Campiello ’68), o di Alessandra di Stefano Terra (’74)?
Non possiamo non riconoscere che il Nobel è andato, a lungo, a personaggi che meritavano effettivamente di essere, per così dire, santificati. Ma se i premiati degli ultimi anni non sono tutti di grande statura, non credo che autori come Mistral (Nobel del 1904) o Eucken (1908), Gjellerup (’17), Benavente (22) o Rolland (‘32) li legga più nessuno. Hanno avuto il loro momento di gloria, un temporaneo successo commerciale, ma oggi credo sarebbero indigesti anche ai cultori della materia. Sembrati imperdibili ai contemporanei, oggi sono spariti, ingoiati dal giudizio del tempo.
Ecco, forse una revisione critica potrebbe rimettere in discussione autori che vengono ancora oggi considerati importanti, ma che sarebbe difficile rileggere. Chi  rilegge Ferito a morte, non può non avere qualche dubbio: la sensazione è che sia stato importante perché innovativo, nel ’61; ma oggi a me pare si smarrisca in un colorismo invecchiato e poco attraente. Mi sembra da rivedere anche il giudizio su Bianciardi, che pure molti continuano a considerare importante. Ho provato a rileggere recentemente La vita agra, e non me la sentirei di raccomandarlo a un giovane di oggi: mi è parso lontano, sopravvalutato.
Forse ha ragione Patrizia Valduga, sull’ultimo numero di questa rivista,che non ne può più dei giallisti. Ma non è facile immaginare se altri libri più “seri” reggeranno l’urto del tempo. Invece Emilio De Marchi scriveva gialli che si studiano ancora. E gli anni non passano per Sciascia, che pure ha usato la forma gialla per alcuni dei più importanti romanzi del ‘900, che ci raccontano ancora oggi la società italiana con un’acutezza incomparabile. Si dirà che la sua lingua è splendida, che aveva capacità di sintesi insuperate. Ma resta che il giallo ha dato e sta dando alcuni scrittori interessanti: il tempo dirà se la loro qualità sopravvivrà al momento in cui il marketing li ha elevati a beniamini di pubblico e critica.
Se c’è una riflessione che questa disordinata ricognizione mi sembra suggerire, è che la critica dovrebbe essere più cauta nello scoprire romanzi indimenticabili: le recensioni spesso tradiscono amicizie e contiguità poco limpide. E soprattutto non può esserci un “più importante scrittore del momento” ogni mese. Sarebbe bello, ma è semplicemente falso, e temo possa indurre giudizi conformistici nei lettori. Nello stesso tempo i giudizi stratificati nel tempo si possono rivedere. Non credo ci si debba vergognare di scoprire che qualche autore molto riverito è in realtà sopravvalutato. Anche perché poi non possiamo lamentarci se gli studenti ai quali vengono consigliati “classici” invecchiati precocemente non si appassionano alla lettura. Rischiare di allontanare una generazione che ha fin troppi stimoli diversi dai libri non è un peccato veniale.
                                                       (DA "l'IMMAGINAZIONE, DICEMBRE 2018)

sabato 20 ottobre 2018


LA RETE E’ NATA PER EVITARE IL RIPETERSI DELLE
TRAGEDIE DEL ‘900 E NON ME N’ERO ACCORTO

Che il Web sia la più importante rivoluzione del nostro tempo è indiscutibile. Quali siano le ricadute che ha prodotto sulla nostra vita non è facile né descriverlo né capirlo fino infondo. E’ quindi utile il lavoro che Alessandro Baricco ha fatto con il suo The Game, uscito da Einaudi: descrive la lenta invasione del digitale, dipinge un dettagliato quadro dell’esistente e cerca di ragionare sugli effetti prodotti fin qui.
Passando dal primo gioco elettronico (i ”marzianini”) al Commodore 64 per arrivare alle macchine più moderne, Baricco individua alcuni temi significativi: la rivoluzione digitale ha significato innanzitutto il tramonto delle mediazioni, ha creato una sorta di oltremondo, un universo parallelo nel quale viviamo una vita diversa da quella che avevamo senza connessioni. La colonizzazione digitale ha esaltato la superficialità contro la profondità, la velocità contro la lentezza, il semplice contro il complesso, la post-esperienza (quella fatta nell’ambiente digitale) contro l’esperienza tradizionale.
A patto di non sentirsi respinti da un periodare prolisso e ammiccante (Voilà, una bella fava di niente, credo che andrò ad aprirmi una birra, sono egoriferito: e allora?, che palle, non fate quella faccia, fidatevi ecc.)  e dall’uso disinvolto di terminologia inglese, come se non avessimo termini italiani altrettanto utili, a cominciare dal titolo (tool, skill, device, storytelling ecc.), il libro è una ricognizione utile e competente.
Meritano una riflessione alcune intuizioni, per così dire, teoriche. Baricco parla della rivoluzione digitale con un entusiasmo che non lascia spazio a dubbi: è la dimensione nella quale ci sono, potenzialmente, più libertà, informazione, autonomia individuale  e conoscenza di quanta l’uomo non abbia mai avuto. E’ verissimo. Per Baricco questo ha prodotto la consapevolezza che “il parere di milioni di incompetenti è più affidabile di quello di un esperto”, con la conseguenza che “si è fatta largo la convinzione  che si possa fare a meno delle mediazioni, degli esperti, dei sacerdoti”. Ne è nato “un pianeta a trazione diretta, dove l’intenzione e l’intelligenza collettive diventano azione senza dover passare da autorità intermedie”. E questo ha visto nascere un’umanità aumentata. Interessante, anche se la nascita di intelligenze collettive presuppone una capacità di analisi e di riflessione che la rete – e in particolare la superficialità che Baricco giustamente ne considera un portato fondamentale - difficilmente sollecita. Certo invece che, al termine di questo processo, accade quel che lo stesso Baricco osserva: “L’uomo esperimenta una vita in cui è riuscito a fare a meno dei sacerdoti. (…) La trova bella. Ne trae  una rinvigorita concezione di sé”. Questo è un punto nevralgico, che però è difficile far passare per intelligenza collettiva e umanità aumentata. E’ il fenomeno per cui, eliminati i “sacerdoti”, con rinvigorita coscienza del sé, si può decidere che i vaccini non servono a niente, che le scie chimiche sono pericolose e che l’uomo non è mai andato sulla luna. Tutte idee in circolazione, non c’era bisogno della rete perché esistessero. E’ la loro diffusione che lascia sgomenti. Più che intelligenza, una tendenza al delirio collettivo, questo sì aumentato, con progressione geometrica, dalla rete.
Nell’ultima parte Baricco individua alcuni problemi: “Il Game si rivela esser un habitat difficile, faticoso e selettivo”, nota, e per questo la rete ha prodotto nuove élite, potenti come quelle di prima. Spesso amplifica zone di irrazionalismo perché la pancia prevale sul cervello. E “Non tutti sono uguali davanti al Game” perché la rete non ha ancora prodotto anticorpi che frenino lo strapotere dei grandi monopoli (Google, FB, You Tube ecc.) e di chi li sa sfruttare.
Analizzando il ruolo avuto dal connubio tra il Movimento 5 stelle e la digitalizzazione ammette che, nell’anomalia dell’alleanza con la Lega, è prevalso, oltre all’odio per le élite, l’inclinazione per un egoismo di massa. Pensando al fatto che la globalizzazione sembrava aver superato barriere e confini: “Può un processo di liberazione disorientare talmente gli umani da spingerli a tornare, volontariamente, nelle gabbie?”, si chiede. Eh già, può, certo che può.
Suggerisce, infine, che la rete abbia bisogno di iniezioni di umanesimo, per continuare a sentirsi umani (e non perdersi nella post-esperienza); e temo sia verissimo, ma chi gliele può fare, queste dolorose iniezioni?  
C’è un tema ricorrente, dall’inizio alla fine del libro, che personalmente mi lascia perplesso. Baricco sostiene che i “padri fondatori” del web erano gente che “stava evadendo da un secolo che era stato tra i più orribili della storia”, che l’orrore di Auschwitz deriva dai valori delle élite e che “c’era una casa in fiamme da abbandonare di corsa”; che volevano uscire da un passato rovinoso e che “si può comprendere il Game solo se si tiene conto del principale scopo per cui è nato: rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del ‘900”.
Io qui proprio non lo seguo. Qual è la casa in fiamme? La Comunità europea, nata 70 anni fa proprio perché non si ripetessero gli orrori della storia? E le élite responsabili chi erano, i fascisti e i nazisti? Non li definirei élite, ma capipopolo che facevano leva sui peggiori istinti popolari. Oppure erano le élite intellettuali che li hanno combattuti, dal carcere e dal confino?  E chi sono i “padri fondatori” del Game? Jobs, Zuckerberg, che della guerra mondiale e dei suoi orrori non hanno sentito che echi lontani? A me pare che il fatto che la rete abbia reso inutili le intermediazioni e “messo fuori gioco i sacerdoti“ non sia il presupposto del lavoro dei “padri”, ma la conseguenza. E, soprattutto, siamo certi che i “padri” avessero un progetto ideale? Lo stesso Baricco riconosce che erano imprenditori che volevano innanzitutto fare i soldi.
Ho la sensazione che questa idea che la rete, meravigliosa occasione mancata di democrazia della conoscenza, sia nata per evitare gli orrori del ‘900, serva a darle una vernice nobile, immaginando che sia figlia di grandi ideali invece che di semplice utilizzazione di tecnologie usate a fini speculativi. E che si debba dare credito a quella che Baricco chiama la “seconda resistenza”, la riflessione di chi individua nella rete uno strumento che, invece di allargare la conoscenza, l’ha progressivamente limitata a élite ancora più chiuse, ma senza potere. E che quello di cui dovrebbe liberarci la tecnologia digitale è invece proprio quello che sta producendo: un ritorno al nazionalismo, alla chiusura dei confini, ai muri, all’odio per il diverso, al fanatismo collettivo e a forme di intolleranza per chi non la pensa come la maggioranza. Quello che, in una parola, era la sostanza ideale dei fascismi.
Questo a me pare sia il terribile pericolo che la rivoluzione digitale rischia di produrre. Questo l’elemento principale attorno al quale credo si debba riflettere e ci si debba confrontare. Esserne consci sarebbe un elemento di reale presa di coscienza delle contraddizioni del presente; e dovrebbe  essere alla base di una profonda – non superficiale! - revisione di quello che ci si è illusi essere uno strumento di libertà e sta diventando uno strumento di ottusità collettiva.                                           

martedì 17 luglio 2018


ISOLE E FORMICAI
La letteratura è nata su un’isola. Da Itaca parte Ulisse per Troia, e a Itaca ritorna, alla conclusione del nostos, fuggendo da Ogigia, l’ultima isola che lo ha avuto prigioniero. L’Iliade, e soprattutto l’Odissea, sono popolate di isole. Di isole si nutre la narrazione antica, di isole è popolato il dramma classico come il romanzo, di isole ancora oggi parla con costanza la letteratura. Se la dimensione insulare è così connaturata a ogni forma di narrazione, quasi necessaria per raccontare vicende, è perché il modello di terra circondata dal mare, chiusa in una società con caratteristiche di autonomia, scelte o imposte poco importa, rappresenta una sorta di luogo geometrico delle interazioni umane, delle contraddizioni della vita associata, degli archetipi del comportamento degli individui.
Solo su un’isola può accadere che si concentrino caratteristiche altrimenti uniche: come quelle dei ciclopi, violenti e stolidi, come i Lestrigoni. Su un’isola può vivere Eolo, con il suo otre contenente tutti i venti . Ma soprattutto solo in una comunità chiusa si può rappresentare nella sua ipotetica realizzazione un’utopia. La prima la troviamo appunto nell’Odissea: l’isola dei Feaci racchiude una società pacifica, che rinnega la violenza e aspira alla kalos k’agathìa,  alla bellezza e alla bontà. E sono isole quelle che, nel tempo, ospiteranno comunità utopistiche come l’Utopia di Tommaso Moro, la Città del sole di Campanella. la Nuova Atlantide di Bacone. Lì, in una’enclave non contaminata da società bellicose e intolleranti, può nascere e prosperare l’utopia, costruendo non solo un modello organizzativo perfetto, ma anche l’uomo nuovo che lo vive e ne rappresenta il prodotto ultimo. Un po’ come l’ideale bolscevico del socialismo in un solo paese, le isole delle utopie letterarie confermano, con la loro stessa insularità, di essere un modello irrealizzabile se non in un luogo separato dai conflitti del mondo.
In fondo, ancora oggi è solo su un’isola che possiamo trovare una società legata a valori comunitari, fortemente coesa e orgogliosa della propria autonomia sociale e intellettuale, pronta a difenderla con l’orgoglio di conosce la propria originalità. Lì, tra paesaggi che  non escludono mai l’immensità marina, vita e sogno si confondono, ed è come se il suono incessante del mare che si frange sulle sponde insulari producesse un incantamento perpetuo.
Ma l’isola è anche il luogo chiuso, dove esplodono le contraddizioni che su un continente ampio e aperto si possono diluire in spazi sconfinati. Ed è su un isola che Prospero e Calibano vivono il conflitto della Tempesta scespiriana; è sull’Isola misteriosa che i naufraghi di Verne ritroveranno il capitano Nemo; è l’isola delle Api industriose quella dove Pinocchio ritrova la Fata e mette (o meglio, dovrebbe mettere) la testa a posto; è un’isola quella dove i ragazzi isolati del Signore delle mosche costruiscono una società di infantile violenza e intolleranza; è un’isola quella dove Napoleone sogna la rivalsa del 100 giorni; è un’isola quella dove viene scritto il manifesto di Ventotene; isola è Alcatraz, luogo di sofferenza e di evasioni;  isola è quella del castello di If, da dove parte il progetto di rivalsa e vendetta del Conte di Montecristo, ed è un’isola quella che custodisce il tesoro che ne permette la realizzazione. L’Alcina ariostesca vive in un’isola al di là delle colonne d’Ercole, geograficamente vicina all’isola del Purgatorio dantesco; isole sono quelle dove si organizza il dinosaurico Jurassic Park e dove si conclude la ricerca della latitudine dell’Isola del giorno prima di Umberto Eco; isola è quella dove i 10 piccoli indiani muoiono in una tipica vendetta a chiave di Agata Christie.

Se le isole sono un luogo privilegiato di ogni narrazione, questo è dovuto al fatto che rappresentano una contraddizione formidabile. Difese dal mare, sono una sorta di fortezza naturale, che dà sicurezza e autonomia a chi ci nasce o ci si rifugia, perché difficili da conquistare e da dominare. Ma insieme sono i luoghi dell’endogamia, dell’isolamento culturale e quindi del rischio di arretratezza; sono terre che non possono chiedere solidarietà ai territori vicini, perché vicini non sono. L’isola, grande o piccola non conta, è un continente a sé che sembra esprimere in modo accentuato tutti i nodi dell’organizzazione sociale. L’isola è insieme un meraviglioso mondo, che può essere più puro e più genuino delle terre attraversate da migrazioni e da invasioni, ma insieme una sorta di laboratorio sociale dove le contraddizioni si acuiscono e i conflitti si radicano.
Accade perché per descrivere un mondo particolare, in cui si verificano fatti che meritano di diventare racconto, si aprono prospettive originali e rotture degli schemi che sollecitano la descrizione romanzesca, bisogna che ci sia una specie di laboratorio, come quelli che usano i mirmecologi per studiare la vita delle formiche. Insomma, la letteratura ha usato le isole come formicai, le ha trasformate in strumenti di indagine, ci ha messo dentro gli esseri umani e li ha costretti a vivere in condizioni a volte estreme, spesso violente, altre ireniche, sempre diverse da quella che si potrebbero trovare nella sterminata distesa di un continente. Nelle isole ha creato utopie, come quella degli Houyhnhnms, i cavalli sapienti di Gulliver, dalle mente così limpida da non conoscere nemmeno le parole della falsità e della negazione; e distopie, come la società di infantile violenza e intolleranza del Signore delle mosche; dalle isole ha fatto nascere miti, come quello del piccolo regno di Ulisse, e originali percorsi formativi, come quello dell'Isola di Arturo. Sulle isole ha indagato su cosa possono diventare gli uomini in condizioni altrimenti inimmaginabili, lì ha fatto sopravvivere per anni naufraghi isolati e sperduti, lì ha fatto crescere creature fantastiche e mostruose, lì ha sperimentato ogni possibile esasperazione dei rapporti sociali.
E lì ha prosperato.

Anticipazione dell’intervento per il festival
“Passavamo sulla terra leggeri”
Siliqua, 20/7/18

domenica 27 maggio 2018


Le piccole lapidi degli anni facili:
un libro di Giovanni Pacchiano

Nella Linea d’ombra, Conrad parla del periodo in cui ci si accorge di dover “lasciare alle spalle la regione della prima gioventù”, e descrive un drammatico passaggio al tempo della responsabilità e della durezza dell’età matura. Gli anni facili, di Giovanni Pacchiano, Bompiani, sono invece proprio quelli della prima gioventù, vissuti prima di affacciarsi alla linea d’ombra, che stanno tra l’adolescenza e la maturità e che però, anche se non sono ancora pervasi dai problemi, dai conflitti e delle ansie della vita lavorativa, non sono solo il periodo incantato di cui parla Conrad. Anzi.
I protagonisti del romanzo di Pacchiano sono gli studenti universitari milanesi degli anni Sessanta, vivono gli anni relativamente tranquilli che precedono il Sessantotto, hanno le prime esperienze sessuali, i conflitti tra ragione e sentimento, scoprono le contraddizioni  delle differenze di classe, incontrano i primi drammi, si scontrano con i genitori e fanno per la prima volta i conti con personaggi violenti e infidi. Sullo sfondo, un’università che non è ancora animata dalla contestazione, ma in qualche modo ne ha il presentimento; la guerra fredda e la crisi di Cuba;  la minaccia della guerra nucleare; le prime minigonne; il jazz e il rock; e l’aprirsi di un nuovo orizzonte culturale, con le letture che accompagnano gli anni dello studio, e il confronto con professori ed esami.  
Se il tessuto della narrazione è costituito soprattutto dell’intrecciarsi di piccole e grandi faccende sentimentali, in realtà tutto porta alla scoperta delle tensioni ultime della vita alla quale si affacciano i personaggi. Una relazione con una ragazza che si desidera ma non si ama, il complicato sentimento per una donna matura, la delusione nei rapporti di amicizia sono momenti di un affresco che comprende la musica, i suoni, i film, i libri di un’epoca di passaggio. Qui l’accumularsi degli elementi di formazione di quel periodo è illuminante: Feliditade, Orfeo negro, Henry James, Rimbaud, Accattone, Giuseppe Berto, Venere in visone, Frankie Lane, Alba de Cespedes. E’ un patrimonio culturale  che mescola alto e basso, e segna il maturare della prima generazione che, in Italia, non ha conosciuto né il fascismo né la guerra. Un’Italia che si affaccia al benessere nella quale, magari con qualche sacrificio, si studia, si viaggia e si pratica lo sport, come per le generazioni precedenti hanno potuto fare solo i privilegiati.
Come deve accadere, la nuova libertà della generazione del dopoguerra comporta nuove responsabilità, malinconie e delusioni. Pacchiano riesce a trovare la chiave per descrivere la tipica propensione all’autoanalisi e alle riflessioni che quel’età  porta a fare sulle ipocrisie che comportano i rapporti umani. La scoperta che “ognuno di noi ha un segreto da nascondere. Invisibile nella vita quotidiana anche per quelli con i quali viviamo”. Colpiscono le descrizioni della natura, in montagna, l’idea che i laghetti nascosti siano metafore dei misteri della vita, le mestizia dei giorni di pioggia incessante, che in città ci lascerebbero indifferenti ma lassù diventano una situazione asfittica di chiusura e di noia, la libertà del camminare e del sentire la vitalità del proprio corpo. E insieme capire che lo sconfinare nel romanticismo è un’illusione, “anche se aiuta a esistere”. 
E’ vero, ha ragione Conrad, c’è stato, per chiunque li abbia vissuti, quegli anni, una sorta di febbre, di bisogno di consumare tutto quello che ci trovavamo davanti, la sensazione di essere in “un giardino incantato dove anche le ombre splendono di promesse”. Ma c’è stato anche l’apparire di un limite a tutto questo, la consapevolezza della dimensione effimera di quelle estati senza impegni, finiti gli esami, che sembravano eterne, la città vuota. E quell’immergersi in discorsi senza fine con amici e ragazze che immaginavamo fossero rapporti imprescindibili e che poi si sono smarriti nell’ordinata vita adulta. Non è una stagione tutta vivida vitalità, corporea saturazione dei desideri. E’ un tempo che fa presagire la linea d’ombra, e comporta malinconie e piccole disperazioni, lacerazioni e svelamenti. E’ vero che sono anni facili,  fatti di “giorni veloci come le nuvole in cielo nella giornate di grande vento”. Pacchiano le descrive con la consapevolezza del fatto che sono quelli che ci hanno formato, che hanno lasciato un segno indelebile, e insieme che non ci hanno lasciato che un ricordo struggente, del quale, forse, alle volte, preferiremmo fare a meno.
A ripensarli, ci danno la stessa sensazione che proviamo ritrovando le fotografia delle classi della scuola, dice Giacomo, il protagonista degli Anni facili: un elenco di nomi – l’appello! -dei quali non sappiamo più niente. “Piccole lapidi del passato”. Cimeli del momento in cui abbiamo scoperto che la vita, lei, non è facile per niente.

                                                                                          Da "L'Immaginazione, giugno 2018