lunedì 29 febbraio 2016

SE I CRITICI NON LEGGONO

Ma li leggono, i libri, i critici? Alle volte si ha la sensazione che ne parlino solo per sentito dire. Un caso recente me lo fa sospettare. L’anno scorso è stato pubblicato, prima negli USA e poi anche da noi, da Feltrinelli, un romanzo giovanile di Harper Lee, Va’, metti una sentinella. Un sequel del Buio oltre la siepe, che ha gli stessi personaggi e la stessa ambientazione, pur essendo stato scritto prima. L’anziana scrittrice era ricoverata in una casa di cura, dopo un ictus, e la stampa aveva avanzato l’ipotesi che la pubblicazione fosse avvenuta a sua insaputa, o che l’autorizzazione le fosse stata estorta da parenti interessati. Vero che il libro non era mai stato pubblicato prima; e vero che si tratta di un’opera diversa dal celebratissimo Buio. Ma quel che aveva suscitato scalpore (e fatto pensare che la Lee avesse buoni motivi per tenere il libro nel cassetto) era che nel sequel Atticus, l’indomito avvocato, difensore dei neri del Buio, ora anziano ed artritico, risultava – a detta dei critici americani – un odioso razzista. Anche la critica italiana si era prontamente schierata su questa linea, e  il nuovo libro era stato rapidamente archiviato come un errore di gioventù che sarebbe stato meglio lasciare nel dimenticatoio.
Ora, qualche giorno fa Harper Lee è morta, e i coccodrilli si sono concentrati sul presunto scandalo del nuovo libro, e su quanto questo fosse distante dal nobile ed edificante Buio, ancora oggi diffusissimo e letto nelle scuole americane come opera esemplare, per il modo in cui aveva parlato dei pregiudizi del Sud statunitense e delle battaglie contro il razzismo e a favore dei diritti degli afroamericani.
Andrebbe tutto bene se non fosse che, a mio parere, non solo Va’, metti una sentinella è un ottimo libro, scritto con la stessa freschezza del Buio, ma addirittura più interessante, più complesso e letterariamente più significativo; e dire che Atticus vi figuri come un odioso razzista è esagerato, per non dire del tutto inesatto. Naturalmente può darsi che io mi sbagli, ma almeno una cosa va detta: tutti i critici che ne hanno parlato, negli ampi necrologi che hanno pubblicato, sembrano aver parlato di un altro libro; o, com’è probabile, si sono limitati a prendere per buone le critiche uscite, al momento della pubblicazione, negli USA. E il libro o non l’hanno letto, o l’hanno solo sfogliato.
In Va’…, infatti, Harper Lee racconta la vita di Maycomb, la stessa cittadina dell’Alabama in cui è ambientato il Buio, con gli occhi di una Scout (la protagonista di tutti e due i libri) cresciuta, che frequenta l’università a New York. Tornata a casa per le vacanze si accorge per la prima volta che suo padre, e gli altri personaggi della piccola comunità che per lei erano dei combattenti senza macchia, e che aveva idealizzati, sono in realtà costretti a tollerare, se non a condividere l’arretratezza dei concittadini. L’idea che debbano accettare piccoli compromessi e fingere di non scandalizzarsi per i pregiudizi diffusi, perché la vita di una comunità non accetterebbe conflitti così drammatici da mettere in discussione la convivenza civile, la mette in crisi. Aveva immaginato che per un ideale si dovessero combattere battaglie senza quartiere, e invece scopre che, per cercare di incrinare il razzismo dei concittadini, anche il nobile Atticus deve entrare in contatto con loro, e cercare di lavorare dentro la comunità per cambiarne, nel tempo, la mentalità arretrata.  
Il libro è bello e complesso proprio perché mostra come il massimalismo un po’ infantile di Scout si scontri con il moderatismo dell’anziano padre; e come dopo l’intemperanza iniziale, e un violento scontro, anche Scout non possa non capire che le posizioni intransigenti sono legate a una visione immatura della politica e dei rapporti umani, e che anche le lotte più giuste non possono eliminare le ingiustizie con imposizioni improvvise, ma solo con il lento convincimento che porta alla maturazione collettiva.

Nel Buio si respira un clima idilliaco, i bambini capiscono che un vicino è diverso ma è buono, i cattivi si ammorbidiscono di fronte alle disarmante ingenuità di Scout,  e anche se la battaglia di Atticus per difendere un nero ingiustamente accusato di violenza non viene capita dalla maggioranza degli abitanti della cittadina di Maycomb, il suo ruolo lo rende un eroe agli occhi dei figli. Qui, invece, le contraddizioni inevitabili in ogni famiglia, e in ogni comunità, vengono descritte con realismo, le cose non sono dipinte a tinte forti, non tutto è bene o male, ma ci sono i contrasti, le sfumature, i conflitti intrinseci alle cose umane. Il Buio, in questo è sì un romanzo edificante, ma anche semplificante. Va’, metti una sentinella, è stato scritto prima, ma è un romanzo più maturo, più difficile, e forse per questo meno capito e meno letto. Non sarebbe un problema: accade che bei libri, ancorché letti con attenzione, non vengano capiti. Ma se non vengono nemmeno letti, certo, è difficile che comunichino, anche ai critici più illuminati, la complessa realtà di un’esperienza profonda delle contraddizioni della vita.
SI FA PRESTO A DIRE PRIVATIZZAZIONE

Si discute di Rai: bene. Qualche giorno fa Urbano Cairo, il proprietario de “la 7”, la rete tv, ha lanciato una dura accusa contro la Rai, che avrebbe il torto di fare concorrenza sleale alle tv private perché finanziata, insieme, dal canone e dalla pubblicità. A ruota Pigi Battista, sul Corriere, ha scritto un articolo dicendo che il servizio pubblico televisivo è colpevole di non fare il suo mestiere, di trasmettere programmi  scadenti, di avere troppi dipendenti e quindi di intascare i soldi del canone senza dare in cambio il servizio richiesto. Qualche protesta (timida, in vero) hanno prodotto le più recenti nomine alle direzioni di rete. Ultima arriva la lettera dei 100autori al Direttore Generale (Repubblica, 28/2), che denunciano una stasi produttiva e affermano che “i contenuti Rai hanno perso in larga parte qualunque rilevanza”. Interventi che fanno riflettere. Vediamo.
Due sono i ragionamenti che, a mio avviso, vanno approfonditi, per non lasciare spazio a un’informazione imprecisa. Il primo riguarda l’idea che la Rai lucri sulla pubblicità, oltre che sul canone, e che questo danneggi le emittenti private. Se da un lato è vero che la Rai non potrebbe vivere di solo canone, è vero anche che la legge le impedisce di farcire di pubblicità i suoi programmi, come fanno le reti commerciali. Ecco perché, malgrado abbia un’audience pari a circa un terzo del pubblico nazionale, avendo un limite di affollamento pubblicitario molto più basso di quello delle reti commerciali, raccoglie solo circa un quinto della pubblicità televisiva. Significa che, se fosse una rete commerciale, potrebbe raccogliere molta più pubblicità di quella che raccoglie oggi e che quindi la pubblicità che la legge le impedisce di trasmettere viene raccolta dalle tv commerciali. E’ dunque vero il contrario di quanto dice Cairo: la modesta raccolta pubblicitaria della Rai permette alle tv commerciali di vivere meglio.
Ma è anche vero che la Rai, con le sue risorse, produce altrettanto se non di più di quanto non produce Mediaset, e quindi dà lavoro non solo ai suoi dipendenti, ma anche a un largo indotto, impegnato nella produzione dei prodotti audiovisivi che la Rai trasmette: una ricchezza, per la collettività. E si capisce l’allarme dei 100autori. Se poi si vuol sostenere – a pieno diritto, naturalmente – che i programmi della Rai non sono all’altezza del concetto stesso di servizio pubblico, bisogna anche ricordare che, negli ultimi vent’anni, la dirigenza della tv pubblica è stata nominata da governi alla cui guida c’era il proprietario del maggior gruppo televisivo commerciale in Italia, e che spesso i dirigenti sono venuti direttamente dall’azienda concorrente. Perché stupirsi se c’è stata poca concorrenza? L’allarme era giustificato vent’anni fa, mentre ora vediamo il risultato di una lunga occupazione del servizio pubblico da parte di personaggi che avevano solo interessi privati.
Il secondo ragionamento riguarda il fatto che la Rai fornisca o meno un servizio. Sembra che non vi sia una conoscenza diffusa né delle leggi (la cosiddetta Mammì prima e la cosiddetta Gasparri poi) che regolano l’attività dell’emittente pubblica, né dell’esistenza di un contratto di servizio tra la Rai e il Ministero, che contiene gli obblighi cui la Rai deve adempiere per avere diritto a riscuotere il canone. Sono obblighi molto pesanti, che nessuna rete privata si sognerebbe di affrontare, e che il canone da solo non potrebbe mai finanziare. Cito a memoria. Innanzitutto i canali radiofonici, alcuni dei quali senza pubblicità, e Rai Parlamento, rete che difficilmente potrà mai esser sul mercato. Poi le ventun sedi regionali, che trasmettono radio e telegiornali – senza raccogliere pubblicità locale - anche per platee molto ridotte, come ad esempio il Molise o la Basilicata. Non si deve dimenticare il servizio per le minoranze, per le quali la Rai trasmette nelle lingue delle regioni di confine. Le trasmissioni di Rai International; i canali educativi e per ragazzi. E, ancora, l’attività dell’orchestra sinfonica nazionale, col suo auditorium, a Torino, che è una istituzione fondamentale. E dimentico sicuramente qualcosa.
Il nodo, qui, è legato all’ipotesi di privatizzazione della Rai che pure un referendum, molti anni fa, aveva promosso, e che viene periodicamente ricordata. C’è però un problema: per privatizzare la Rai o bisognerebbe trovare il privato che si faccia  carico di tute queste incombenze senza il contributo del canone, o dell’emittente pubblica si dovrebbe fare uno spezzatino, rinunciare a orchestra, sedi e trasmissioni regionali, Rai parlamento e via dicendo. Ma anche questo produrrebbe dei problemi: se la nuova Rai, privatizzata, raccogliesse tutta la pubblicità che una rete commerciale potrebbe raccogliere con gli ascolti che ha oggi, quanto si lamenterebbero le emittenti commerciali, che oggi lucrano sui mancati introiti della Rai che la legge impone? E ancora: il licenziamento di qualche migliaio di addetti (tecnici, impiegati, dirigenti, giornalisti) impegnati nelle attività di servizio, non sarebbe certo ininfluente sull’economia nazionale. Se è difficile rilanciare i consumi oggi, figuriamoci con migliaia di disoccupati in più. Ma stiamo babbiando, per dirla in camillerese.

Resta il problema della qualità dei programmi. Non entro nel merito, ma certo si può sempre fare meglio, e uno sforzo non guasterebbe. Su questo vedremo alla prova la nuova dirigenza, e forse fanno bene i 100autori a lanciare l’allarme. Ma certo non è il caso di far finta che non ci siano delle regole da rispettare: chi lo dimentica fa della cattiva informazione, gioca sulla sfiducia diffusa nelle istituzioni, stimola soltanto una protesta emotiva e generica. Non parlo di gufi, parlo di chi non informa correttamente e così facendo tradisce, lui sì, il ruolo di servizio che la libera stampa dovrebbe svolgere. La Rai non ne ha bisogno. Ha bisogno di un pubblico attento, di una stampa capace di fare le pulci agli organigrammi, a eventuali dirigenti incompetenti, ai programmi e naturalmente agli sprechi, che pure possono esserci. Ma i manifesti populistici, i ritornelli dell’antipolitica di maniera e le lamentazioni di chi invoca la privatizzazione senza chiedersi cosa significherebbe non fanno bene né alla Rai, né alla qualità dei suoi programmi, né al loro pubblico, e cioè al Paese.      

sabato 27 febbraio 2016

MI SONO IMPICCATO. MI SCUSI

“Lei ce l’ha un figlio? Glielo chiedo perché le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”. Chi parla è Salvatore, ora ergastolano, già esponente della delinquenza organizzata di Catania, colpevole di una serie di delitti efferati talmente lunga che non vale nemmeno la pena elencarli. E questa sua analisi, di sociologia spicciola ma non per questo meno rigorosa, la fa al presidente del tribunale che ne sancisce la condanna al carcere con “fine pena: mai”. 
La cosa finirebbe lì se il magistrato non fosse persona sensibile, e il ragionamento dei destini incrociati del bandito e di suo figlio non gli fosse rimasto in mente come un rovello. Avendo colto un fondo di umanità nel delinquente che ha severamente giudicato gli manda, in carcere, un libro.  E’ Siddharta, e la scelta ha un suo motivo: nelle ultime pagine del libro, Herman Hesse scrive: “Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore”.
Il libro ha un suo effetto: tra il magistrato e l’ergastolano inizia una corrispondenza, rarefatta ma non per questo meno sentita e genuina, che durerà ventisei lunghi anni. E che ritroviamo, con tutti gli strumenti per capire cosa accade, nel frattempo, ai due corrispondenti, in un prezioso volume, Fine pena ora, di Elvio Fassone (il magistrato), pubblicato da Sellerio.
Non è un romanzo, ma un racconto talmente coinvolgente che, alla fine, si ha quasi la sensazione di conoscere personalmente i protagonisti. La cauta comprensione dell’uomo di legge da un lato e la vitalità, via via appannata e alla fine assai smorzata, del carcerato dall’altra. Veniamo a conoscere la carriera esemplare di Salvatore: un fratello grande, delinquente già affermato, “morto sparato”, l’idea di sostituirlo, e un’escalation: “qualche trasporto di droga (che altro vuole che facciamo, là?), qualche lavoretto (scippi), qualche lavoro più grosso (rapina), qualche regolamento di conti (ha sgarrato, ora paga)”. Un po’ come una carriera negli uffici, con le prove per passare da un inquadramento a quello superiore.
Ma Salvatore ha un’intelligenza pronta e immediata e impara, dal confronto con la liturgia giudiziaria, il valore delle istituzioni che non ha mai conosciuto. Ne nascerà l’orgoglio e la determinazione di uscire dall’ignoranza e dalla marginalità, studiando e cercando tutti i modi per affinarsi e trovare delle competenze che, in prospettiva, possano permettergli di arrivare all’agognato lavoro esterno e alla semilibertà.
Quando, dopo anni, arriva la prima giornata di permesso, il contatto con il mondo esterno è traumatico, perché il tempo del carcere è fermo, e Salvatore sembra catapultato in un futuro lontano: “Non sapevo nemmeno camminare. Fuori anche l’aria che si respira è diversa da dentro. E’ tutto nuovo per me, le macchine, la roba che c’è nei negozi, la gente com’è vestita, anche il fatto di pagare con l’euro. (…) Al supermercato c’era una confusione che mi sembrava di impazzire. Al ristorante, non sapevo più stare a tavola”.
Salvatore però è sfortunato: un po’ è lui che, forse per non passare per un “infame”, viene punito assieme ad altri compagni di detenzione, un po’ perché fa il matto quando la fidanzata, che lui sperava lo aspettasse fino a un’ipotetica conquista della libertà lo lascia, i suoi tentativi di meritare un alleggerimento della pena sono vanificati.  E allora scrive: “ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato. Mi scusi”. Ma lo hanno salvato. “Adesso ho ancora un po’ male al collo, ma è passata”. Salvatore, invece di “fine pena mai”, ha deciso che era “fine pena ora”. Una rinuncia a lottare, dopo anni di impegno, lui che non aveva nemmeno finito le elementari, per arrivare a un simulacro di redenzione.

Il tono col quale il magistrato ripercorre i ventisei anni di corrispondenza è pacato ma partecipe. Anche perché sa che Salvatore viene da un mondo che ha una sua legge, sia pure contorta, e un concetto dell’onore, anche se nato dalla violenza e dal conflitto. Ma quello che traspare dalle sue parole è una limpida aspirazione a un minimo di benessere, un po’ di serenità borghese; quello che non ha avuto e la cui assenza ha prodotto il fuorilegge che è stato. Ma il valore del libro è che dà voce a chi di solito non ne ha, ci fa entrare in un mondo che abitualmente non è in grado di esprimersi in pubblico. Con il dramma della segregazione, che è terribile, indipendentemente dalla colpa che l’ha prodotta, e le umane aspirazioni a una vita normale. Anche perché persino la prospettiva della libertà, in definitiva, non è semplice: “Forse mi mancherà questa vita, che ci ho passato più della metà degli anni che ho, ma spero di no”.      

                                                                                        Da "L'immaginazione", Febbraio 2016

domenica 25 ottobre 2015

MA PER CAMBIARE BISOGNA CONOSCERE LA STORIA


La prova del potere, di Giuliano Da Empoli, Mondadori, è un libro insieme paradossale, irritante e stimolante. Paradossale perché dopo aver sostenuto a più riprese che per la generazione dei trenta-quarantenni (TQ, s’intende) “gli esempi del passato sono un grimaldello per rimettere in gioco il presente”, poi racconta la storia italiana in modo fantasioso, per non dire impreciso e falsato. Irritante perché trasforma quello che vorrebbe essere un manifesto politico e culturale per i TQ in uno storytelling divagante e prolisso, tutto citazioni di film e libri, poco rigorose o strumentali. E stimolante perché, almeno in alcune parti, individua il taglio giusto per leggere il nostro presente e alcuni dei suoi problemi.
La cosa più irritante è il modo in cui Da Empoli parla del ’68,  dei suoi valori e di ciò che ne è conseguito, confondendolo con il movimento hippy, con gli slogan “desideranti” del ’77 e degli anni del Craxismo. Il ’68 ha coltivato certo anche la libertà sessuale, ma soprattutto quella civile e politica, con rigore a volte persino eccessivo, e non soffriva del complesso di Peter Pan; sue conseguenze non sono un paese del bengodi, ma l’autunno caldo, le grandi conquiste economiche e sociali e le grandi riforme civili degli anni ’70: lo statuto dei lavoratori, la liberalizzazione dell’accesso agli studi universitari, la riforma sanitaria, la legge 180, il nuovo diritto di famiglia ecc.
Da Empoli parla di un’Italia che negli anni ’50 e ’60 si divertiva: certo, una esigua percentuale di alto borghesi ha dato vita a un periodo di grande felicità creativa e anche mondana. Ma avrebbe dovuto ricordare i milioni di emigranti che in quegli anni hanno lasciato la fame del Sud per incontrare il razzismo e la scarsa solidarietà dei settentrionali, e il lavoro alienante e sottopagato delle fabbriche del Nord. Sai che divertimento.     
E sostiene (copyright Magrelli) che Berlusconi ha trovato pronto un elettorato “formato dalla rivoluzione dei valori del Sessantotto”. Ma Berlusconi è stato il sintomo di una malattia che comincia con gli anni ’80, e che coincide con il raggiungimento del benessere e lo sviluppo di un ampio ceto medio, che non sente più le spinte al cambiamento e alla solidarietà perché ha la sensazione che non ci sia più niente da conquistare. Il ’68, con Drive In e con le olgettine, non c’entra niente.
Non convince infine il parallelo tra l’Italia e Venezia, che vorrebbe farci credere che una città-museo (e quindi un paese-museo) si possono salvare dal declino con intelligenti iniziative culturali, come è stata la Biennale per Venezia. In Italia ci sono più festival culturali che in tutto il resta d’Europa, ma il Pil non cresce lo stesso.
Difficile affermare, infine, che “piccolo è bello”, che l’Italia ha un suo modello di sviluppo e non ha bisogno di scimmiottare nessuno. Vero per il gusto; drammaticamente falso per il resto. Abbiamo alle spalle un modello di furbizia, illegalità diffusa, opportunismo, mancanza di senso dello stato e familismo amorale che è all’origine della nostra crisi; un sistema inquinato da mafie diffuse, apparati dello stato corrotti, giustizia inefficiente e evasione fiscale di massa che non solo non invidia nessuno, ma che è il problema per cui è difficile che qualcuno venga a investire nel nostro paese e impianti le grandi imprese ad alta tecnologia che producono ricchezza e lavoro.
Da Empoli invece centra il problema quando dice che i continui allarmi sul populismo sono astorici: non esistono sistemi politici efficienti che non abbiano una certa dose di populismo. E ha ragione quando contesta le giaculatorie dei principali commentatori che non sopportano il governo in carica, il suo agire e le riforme che mette in atto con critiche che hanno il fondamento in un mondo che non c’è più, e che è inutile rimpiangere. E che i vecchi partiti, circondati da intellettuali organici, fondazioni e organi di stampa embedded non erano meglio dei partiti “liquidi” della postmodernità. Ha ancora ragione quando dice che non dovrebbero esserci tabù: non nell’immaginare che “musei, istituti, associazioni che hanno esaurito la loro funzione” potrebbero essere chiusi. Che la politica culturale si è ridotta alla gestione delle sovvenzioni alle istituzioni. E che si possono riorganizzare gli apparati dello stato che servono solo a moltiplicare il clientelismo e il voto di scambio.
Ha ragione infine a dire che la generazione TQ deve far saltare i codici, perseguire la trasgressione e uscire dall’ambiguità e dall’incertezza. Mi permetto di aggiungere che lo potrà fare soprattutto se saprà utilizzare l’esperienza di chi è più anziano, che magari sa osare, ha letto con attenzione il nostro passato e non cade in errori di valutazione. Rischio che nessuno, ancorché giovane, può permettersi di correre.


Da “L’Immaginazione”, ottobre 2015

lunedì 5 ottobre 2015

SONO DIVENTATO REAZIONARIO
E NON MI SENTO IN COLPA

Aiuto, mi sono scoperto reazionario e antidemocratico. Sarà l’età, saranno i tempi cupi, sarà l’incipiente tramonto dell’Occidente. Ma mi scopro schierato con quelli che illustri commentatori considerano qualunquisti, deterministi, rinunciatari. E il problema è che non mi sento affatto in colpa.
Mi è successo leggendo un accorato intervento di Roberto Esposito, del quale spesso condivido le opinioni, sulla Repubblica del 4/5/2015. Esposito ripercorre alcuni dei segnali di crisi della democrazia, dal carattere oligarchico delle istituzioni alla ridotta percentuale di votanti, dal ruolo dei mercati e della finanza nelle politiche economiche a quello dei media nella formazione dell’opinione pubblica; ricorda che ampie fasce della popolazione si trovano escluse dai processi decisionali e che le spinte antipolitiche allargano il solco che divide i cittadini dalle stanze del potere.
In conclusione, Esposito si chiede come si possa rispondere a questa deriva autodistruttiva delle democrazie, e risponde che il problema riguarda la loro sostanza, che oggi sembra risolversi in inutili discussioni tecniche (e il nostro pensiero va al dibattito sulla riforma del senato, che sembra aver bloccato per mesi la vita del Parlamento senza produrre un gran che), mentre dovrebbe consistere in grandi progetti e principi fondatori. E che la politica dovrebbe essere “il luogo in cui si confrontano valori e interessi diversi e contrapposti”.
Ecco, è leggendo queste ultime righe che mi sono chiesto: ma non è che, per caso, la banalità del dibattito politico e il distacco che ne hanno i cittadini nasce dal fatto che nel nostro paese – e forse in tutto l’Occidente – i valori e gli interessi che si contrappongono non hanno niente a che fare con i grandi progetti sociali, con le aspirazioni di rinnovamento universale, con le ideologie, in definitiva, come accadeva una volta, ed è per questo che il dibattito è sempre più sterile e finisce per nascondere soltanto interessi di parte e giochi di potere? 
In effetti, tramontati da un lato il progetto della costruzione di uno stato rigorosamente egualitario, e dall’altro la difesa di regimi conservatori e passatisti, il principale obiettivo della democrazia, oggi, può essere soltanto quello di funzionare. Dentro, con le oscillazioni che ci sono sempre state, ci potrà essere più o meno egualitarismo, più o meno conservazione di privilegi e antichi pregiudizi; ma il vero progetto di chi governa non può più essere quello di una palingenesi universale o di un ritorno ad antichi regimi ormai morti e sepolti; non può che essere quello di governare il più a lungo possibile, con il consenso di chi gli ha dato fiducia, rispettando un programma che può avere risvolti anche significativi, ma non potrà mai essere di cambiamento radicale. Non ci sono contraddizioni economiche e  sociali di tale portata da giustificare governi rivoluzionari. In nessun senso.
E allora? Obama ha varato riforme “di sinistra”, senza produrre rivolte, ma sarebbe difficile attribuirgli un grande progetto sociale; la Merkel governa con l’appoggio di tre quarti del Parlamento e sembra orientarsi soprattutto a seconda delle sensibilità del suo elettorato; in Inghilterra si sono alternati, negli ultimi decenni, governi conservatori e laburisti con programmi molto simili e senza clamorose lacerazioni. E’ grave? E’ la fine della democrazia? O non è piuttosto che comincia a funzionare - in questi paesi da tempo, e ora anche in Italia - un riavvicinamento di “valori e interessi”, appunto, per cui uno schieramento non è più sempre in lotta con l’altra metà del paese, e non vediamo più le opposizioni come un nemico da sconfiggere, ma solo come un avversario, con cui si può persino concorrere alle decisioni più significative? E se è così, perché meravigliarsi se i votanti sono pochi: mica si chiede di scegliere tra libertà e schiavitù. Si vota per un po’ più di diritti civili, o un po’ più di conservatorismo religioso, per un po’ più di autonomia energetica o per un po’ più di rispetto per l’ambiente. Per avere un governo decente, che non anteponga interessi privati a quelli della collettività. Ma non ci sono grandi rivoluzioni, all’orizzonte. Ed ecco perché non è drammatico, se tanti cittadini non votano. Specie considerando la qualità della classe dirigente.
Certo, in Italia, la strada per diventare un paese civile è lunga. Bisognerà che prima o poi qualcuno metta in votazione una legge sul conflitto di interessi, che si sani la vergogna della mancanza di tutele per le coppie di fatto, che si garantisca decentemente il diritto al lavoro, che si conceda in tempi ragionevoli la cittadinanza agli immigrati. E soprattutto che si investa sulla crescita culturale della nazione. Perché qui, a mio avviso, è il nodo, e qui si gioca davvero la tenuta della democrazia. Mi conforta in proposito Maurizio Ferrera, sul Corriere del 5/10/2015, che condivide la diagnosi di una democrazia (anzi, di una socialdemocrazia) in crisi, con pochi progetti. Ma aggiunge che, per rilanciare la crescita e l’occupazione, “senza mettere in discussione né la logica di mercato né gli equilibri di bilancio”, la leva del cambiamento sono “le politiche sociali e l’istruzione”.

In passato riforme importanti come quella del divorzio, dell’aborto, della riforma sanitaria, del diritto di famiglia sono state votate da parlamenti in maggioranza conservatori. Succedeva perché il paese era maturo per avere leggi moderne, e infatti ne ha respinto l’abolizione chiesta con referendum popolari. Se il paese non cresce culturalmente, è difficile che chieda alla sua classe dirigente, indipendentemente dal suo colore, cambiamenti significativi. Se non cresce la consapevolezza collettiva, però, non è solo colpa di chi ci governa. E’ colpa dei media, della scuola, della famiglia. Cioè di ciascuno di noi. Troppo comodo dare la colpa a chi ha il potere: lo abbiamo scelto, lo sosteniamo e lo sopportiamo noi. A me sembra che sia la coscienza di ognuno, non le tecniche  parlamentari, non le ideologie epocali, non i sogni utopistici, a mettere all’ordine del giorno i progetti necessari per modernizzare davvero il paese; e garantire la tenuta della democrazia. 

sabato 1 agosto 2015

RISENTITI E RASSEGNATI

Forse, il motivo per cui i figli del ’68 (e del ’77) sono convinti di aver perso, è che hanno vinto.
E’ la riflessione che mi ha suggerito la lettura del saggio di Guido Mazzoni, I destini generali, pubblicato da Laterza. Perché l’analisi colta, profonda e ricca di riferimenti alla saggistica politica e a quella psicanalitica di Mazzoni parte dall’assunzione del concetto di “mutazione antropologica”, che ha segnato il pensiero del Pasolini luterano, per tornare alla dialettica dell’illuminismo francofortese e al pessimismo di Kojève, fino a una conclusione intelligente ma assai negativa, e cioè che “non esiste alcuna controforza organizzata che proponga un’idea di mondo alternativa a quella occidentale”, e che questo è un bel guaio.
Un guaio perché, malgrado la Western way of life abbia “distribuito alle masse comodità che in passato spettavano solo alle élites”, per Mazzoni l’io occidentale è incoerente e vive tranquillo, indifferente e soddisfatto, sentendosi esonerato dalla politica. E spiega come la metamorfosi che si è verificata abbia a che fare con le forme e le politiche del desiderio, e che le masse l’abbiano vissuta come una conquista. Un progresso fatto di libertà soggettiva, di disponibilità di beni materiali e delle esperienze una volta riservate a pochi eletti. Metamorfosi che ha comportato la nascita di un’estesa classe media edonista, nichilista, individualista e narcisistica, “a proprio agio nel vitalismo, nel consumo, nella libertà sessuale”. E che ha introiettato il  libertinismo e gli atteggiamenti trasgressivi un tempo appannaggio delle avanguardie intellettuali.
Per Mazzoni, il risultato è che si sono persi i punti di riferimento di una generazione che nel cambiamento credeva: i comportamenti si sono secolarizzati, patria, rivoluzione, impegno e militanza sono parole che hanno perso significato, e anche il senso del dovere, l’etica dell’emancipazione, il rispetto per il sistema sociale di appartenenza si sono allentati. Dunque, l’età delle rivoluzioni è stata sconfitta e la metamorfosi è risultata funzionale a un capitalismo di nuovo tipo, più universale e più pervasivo.
La conclusione però è che Mazzoni, di fronte al nuovo quadro sociale, culturale e psicologico, si sente smarrito, perché non ha un modello alternativo da proporre, e riconosce che nessuno vorrebbe tornare indietro, e rinunciare alle comodità del capitalismo postmoderno: cibo, tecnologia, comfort, mobilità, diritto alla libera espressione del pensiero.
Ecco, qui mi pare che si debba inserire una riflessione che né Mazzoni (troppo giovane) né chi ha vissuto il ’68 o il ’77 sembra disposto a fare. Se la mutazione antropologica temuta da Pasolini è avvenuta, è proprio perché certe conquiste hanno allontanato il bisogno di immaginare un mondo diverso e una organizzazione sociale più giusta. Conquiste che, mi pare evidente, sono anche il frutto delle lotte di quella generazione e della presa di coscienza collettiva che ne è derivata. Se oggi è difficile proporre nuovi modelli di mobilitazione, questo è dovuto al fatto che nessuno crede più nella realizzazione del comunismo e in un progetto di rivolgimento generale della società. E che la progressiva realizzazione di ideali socialdemocratici impedisce lo sviluppo di conflitti drammatici.
E’ un male? Soltanto perché c’è chi ha nostalgia di manifestazioni di piazza, di una fede sacrale in un futuro radioso, di un risentimento sociale che non ha più motivo di essere? Mi pare di cogliere, nel testo di Mazzoni, una sorta di rimpianto per un periodo in cui c’erano tanti motivi per augurarsi una rivoluzione, mentre oggi non sapremmo più trovarne uno. Ma non è forse in questa assenza di drammatiche diseguaglianze, di ingiuste divisioni di classe, di condizionamenti sessuali, di mancata emancipazione femminile che si è inverata la scommessa di quella generazione? E non è proprio in quella visione “politeista”, che Mazzoni individua come un problema, che è nata la libertà da rigide fedi e da ideali rigorosamente condivisi? I figli del ’68, invece, sembrano risentiti e rassegnati, come se gli fosse stata tolta la possibilità di continuare all’infinito una lotta che, in gran parte,  ha dato i frutti che si proponeva di ottenere.
Che poi la nostra sia una società profondamente imperfetta, liquida, frammentata, edonista e senza ideali, è verissimo. E infatti ci sono mille motivi per immaginare nuove mobilitazioni. Ma senza consapevolezze collettive non può accadere. Bisogna che quel che preme alle porte prenda corpo, diventi parola d’ordine di nuove avanguardie, per poi diventare patrimonio comune.
Per ora, mi pare si possa dire che le ideologie non siano state assassinate, ma siano morte di morte naturale, per esaurimento del loro ciclo; che nuove scommesse debbano ancora nascere e nuovi obiettivi concretizzarsi; che le forme di mobilitazione e di solidarietà del passato siano morte per sempre e che quello che accadrà domani non possa assomigliare a quello che è stato ieri. Che ci piaccia o no.
E piuttosto che cullarsi nella rassegnazione e nei risentimenti, chi ne ha la forza può mettere le proprie risorse al servizio del nuovo progetto sociale e politico che si farà avanti, accettando la prospettiva che non avrà niente a che fare con i gloriosi movimenti, le poderose manifestazioni, le “belle bandiere” del passato.


(Da “l’Immaginazione”, luglio 2015)