martedì 23 febbraio 2016
domenica 25 ottobre 2015
MA PER
CAMBIARE BISOGNA CONOSCERE LA STORIA
La
prova del potere,
di Giuliano Da Empoli, Mondadori, è un libro insieme paradossale, irritante e
stimolante. Paradossale perché dopo aver sostenuto a più riprese che per la
generazione dei trenta-quarantenni (TQ, s’intende) “gli esempi del passato sono
un grimaldello per rimettere in gioco il presente”, poi racconta la storia
italiana in modo fantasioso, per non dire impreciso e falsato. Irritante perché
trasforma quello che vorrebbe essere un manifesto politico e culturale per i TQ
in uno storytelling divagante e
prolisso, tutto citazioni di film e libri, poco rigorose o strumentali. E
stimolante perché, almeno in alcune parti, individua il taglio giusto per
leggere il nostro presente e alcuni dei suoi problemi.
La cosa più irritante è il modo
in cui Da Empoli parla del ’68, dei suoi
valori e di ciò che ne è conseguito, confondendolo con il movimento hippy, con
gli slogan “desideranti” del ’77 e degli anni del Craxismo. Il ’68 ha coltivato
certo anche la libertà sessuale, ma soprattutto quella civile e politica, con
rigore a volte persino eccessivo, e non soffriva del complesso di Peter Pan;
sue conseguenze non sono un paese del bengodi, ma l’autunno caldo, le grandi
conquiste economiche e sociali e le grandi riforme civili degli anni ’70: lo
statuto dei lavoratori, la liberalizzazione dell’accesso agli studi
universitari, la riforma sanitaria, la legge 180, il nuovo diritto di famiglia
ecc.
Da Empoli parla di un’Italia che
negli anni ’50 e ’60 si divertiva: certo, una esigua percentuale di alto
borghesi ha dato vita a un periodo di grande felicità creativa e anche mondana.
Ma avrebbe dovuto ricordare i milioni di emigranti che in quegli anni hanno
lasciato la fame del Sud per incontrare il razzismo e la scarsa solidarietà dei
settentrionali, e il lavoro alienante e sottopagato delle fabbriche del Nord.
Sai che divertimento.
E sostiene (copyright Magrelli)
che Berlusconi ha trovato pronto un elettorato “formato dalla rivoluzione dei
valori del Sessantotto”. Ma Berlusconi è stato il sintomo di una malattia che
comincia con gli anni ’80, e che coincide con il raggiungimento del benessere e
lo sviluppo di un ampio ceto medio, che non sente più le spinte al cambiamento
e alla solidarietà perché ha la sensazione che non ci sia più niente da
conquistare. Il ’68, con Drive In e
con le olgettine, non c’entra niente.
Non convince infine il parallelo
tra l’Italia e Venezia, che vorrebbe farci credere che una città-museo (e
quindi un paese-museo) si possono salvare dal declino con intelligenti
iniziative culturali, come è stata la Biennale per Venezia. In Italia ci sono
più festival culturali che in tutto il resta d’Europa, ma il Pil non cresce lo
stesso.
Difficile affermare, infine, che
“piccolo è bello”, che l’Italia ha un suo modello di sviluppo e non ha bisogno
di scimmiottare nessuno. Vero per il gusto; drammaticamente falso per il resto.
Abbiamo alle spalle un modello di furbizia, illegalità diffusa, opportunismo,
mancanza di senso dello stato e familismo amorale che è all’origine della
nostra crisi; un sistema inquinato da mafie diffuse, apparati dello stato
corrotti, giustizia inefficiente e evasione fiscale di massa che non solo non
invidia nessuno, ma che è il problema per cui è difficile che qualcuno venga a
investire nel nostro paese e impianti le grandi imprese ad alta tecnologia che
producono ricchezza e lavoro.
Da Empoli invece centra il
problema quando dice che i continui allarmi sul populismo sono astorici: non
esistono sistemi politici efficienti che non abbiano una certa dose di
populismo. E ha ragione quando contesta le giaculatorie dei principali
commentatori che non sopportano il governo in carica, il suo agire e le riforme
che mette in atto con critiche che hanno il fondamento in un mondo che non c’è
più, e che è inutile rimpiangere. E che i vecchi partiti, circondati da
intellettuali organici, fondazioni e organi di stampa embedded non erano meglio dei partiti “liquidi” della
postmodernità. Ha ancora ragione quando dice che non dovrebbero esserci tabù:
non nell’immaginare che “musei, istituti, associazioni che hanno esaurito la
loro funzione” potrebbero essere chiusi. Che la politica culturale si è ridotta
alla gestione delle sovvenzioni alle istituzioni. E che si possono
riorganizzare gli apparati dello stato che servono solo a moltiplicare il clientelismo
e il voto di scambio.
Ha ragione infine a dire che la
generazione TQ deve far saltare i codici, perseguire la trasgressione e uscire
dall’ambiguità e dall’incertezza. Mi permetto di aggiungere che lo potrà fare
soprattutto se saprà utilizzare l’esperienza di chi è più anziano, che magari
sa osare, ha letto con attenzione il nostro passato e non cade in errori di
valutazione. Rischio che nessuno, ancorché giovane, può permettersi di correre.
Da “L’Immaginazione”, ottobre 2015
lunedì 5 ottobre 2015
SONO
DIVENTATO REAZIONARIO
E NON MI
SENTO IN COLPA
Aiuto, mi sono
scoperto reazionario e antidemocratico. Sarà l’età, saranno i tempi cupi, sarà l’incipiente
tramonto dell’Occidente. Ma mi scopro schierato con quelli che illustri
commentatori considerano qualunquisti, deterministi, rinunciatari. E il problema
è che non mi sento affatto in colpa.
Mi è successo
leggendo un accorato intervento di Roberto Esposito, del quale spesso condivido
le opinioni, sulla Repubblica del 4/5/2015.
Esposito ripercorre alcuni dei segnali di crisi della democrazia, dal carattere
oligarchico delle istituzioni alla ridotta percentuale di votanti, dal ruolo
dei mercati e della finanza nelle politiche economiche a quello dei media nella
formazione dell’opinione pubblica; ricorda che ampie fasce della popolazione si
trovano escluse dai processi decisionali e che le spinte antipolitiche
allargano il solco che divide i cittadini dalle stanze del potere.
In
conclusione, Esposito si chiede come si possa rispondere a questa deriva
autodistruttiva delle democrazie, e risponde che il problema riguarda la loro
sostanza, che oggi sembra risolversi in inutili discussioni tecniche (e il nostro
pensiero va al dibattito sulla riforma del senato, che sembra aver bloccato per
mesi la vita del Parlamento senza produrre un gran che), mentre dovrebbe
consistere in grandi progetti e principi fondatori. E che la politica dovrebbe
essere “il luogo in cui si confrontano valori e interessi diversi e
contrapposti”.
Ecco, è
leggendo queste ultime righe che mi sono chiesto: ma non è che, per caso, la
banalità del dibattito politico e il distacco che ne hanno i cittadini nasce
dal fatto che nel nostro paese – e forse in tutto l’Occidente – i valori e gli
interessi che si contrappongono non hanno niente a che fare con i grandi progetti
sociali, con le aspirazioni di rinnovamento universale, con le ideologie, in
definitiva, come accadeva una volta, ed è per questo che il dibattito è sempre
più sterile e finisce per nascondere soltanto interessi di parte e giochi di
potere?
In effetti,
tramontati da un lato il progetto della costruzione di uno stato rigorosamente
egualitario, e dall’altro la difesa di regimi conservatori e passatisti, il principale
obiettivo della democrazia, oggi, può essere soltanto quello di funzionare.
Dentro, con le oscillazioni che ci sono sempre state, ci potrà essere più o
meno egualitarismo, più o meno conservazione di privilegi e antichi pregiudizi;
ma il vero progetto di chi governa non può più essere quello di una palingenesi
universale o di un ritorno ad antichi regimi ormai morti e sepolti; non può che
essere quello di governare il più a lungo possibile, con il consenso di chi gli
ha dato fiducia, rispettando un programma che può avere risvolti anche
significativi, ma non potrà mai essere di cambiamento radicale. Non ci sono
contraddizioni economiche e sociali di
tale portata da giustificare governi rivoluzionari. In nessun senso.
E allora?
Obama ha varato riforme “di sinistra”, senza produrre rivolte, ma sarebbe difficile
attribuirgli un grande progetto sociale; la Merkel governa con l’appoggio di
tre quarti del Parlamento e sembra orientarsi soprattutto a seconda delle
sensibilità del suo elettorato; in Inghilterra si sono alternati, negli ultimi
decenni, governi conservatori e laburisti con programmi molto simili e senza clamorose
lacerazioni. E’ grave? E’ la fine della democrazia? O non è piuttosto che
comincia a funzionare - in questi paesi da tempo, e ora anche in Italia - un
riavvicinamento di “valori e interessi”, appunto, per cui uno schieramento non è
più sempre in lotta con l’altra metà del paese, e non vediamo più le
opposizioni come un nemico da sconfiggere, ma solo come un avversario, con cui
si può persino concorrere alle decisioni più significative? E se è così, perché
meravigliarsi se i votanti sono pochi: mica si chiede di scegliere tra libertà
e schiavitù. Si vota per un po’ più di diritti civili, o un po’ più di
conservatorismo religioso, per un po’ più di autonomia energetica o per un po’
più di rispetto per l’ambiente. Per avere un governo decente, che non anteponga
interessi privati a quelli della collettività. Ma non ci sono grandi
rivoluzioni, all’orizzonte. Ed ecco perché non è drammatico, se tanti cittadini
non votano. Specie considerando la qualità della classe dirigente.
Certo, in
Italia, la strada per diventare un paese civile è lunga. Bisognerà che prima o
poi qualcuno metta in votazione una legge sul conflitto di interessi, che si
sani la vergogna della mancanza di tutele per le coppie di fatto, che si
garantisca decentemente il diritto al lavoro, che si conceda in tempi
ragionevoli la cittadinanza agli immigrati. E soprattutto che si investa sulla
crescita culturale della nazione. Perché qui, a mio avviso, è il nodo, e qui si
gioca davvero la tenuta della democrazia. Mi conforta in proposito Maurizio
Ferrera, sul Corriere del 5/10/2015, che condivide la diagnosi di una democrazia
(anzi, di una socialdemocrazia) in crisi, con pochi progetti. Ma aggiunge che,
per rilanciare la crescita e l’occupazione, “senza mettere in discussione né la
logica di mercato né gli equilibri di bilancio”, la leva del cambiamento sono “le
politiche sociali e l’istruzione”.
In passato
riforme importanti come quella del divorzio, dell’aborto, della riforma
sanitaria, del diritto di famiglia sono state votate da parlamenti in
maggioranza conservatori. Succedeva perché il paese era maturo per avere
leggi moderne, e infatti ne ha respinto l’abolizione chiesta con referendum
popolari. Se il paese non cresce culturalmente, è difficile che chieda alla sua
classe dirigente, indipendentemente dal suo colore, cambiamenti significativi. Se
non cresce la consapevolezza collettiva, però, non è solo colpa di chi ci
governa. E’ colpa dei media, della scuola, della famiglia. Cioè di ciascuno di
noi. Troppo comodo dare la colpa a chi ha il potere: lo abbiamo scelto, lo
sosteniamo e lo sopportiamo noi. A me sembra che sia la coscienza di ognuno,
non le tecniche parlamentari, non le
ideologie epocali, non i sogni utopistici, a mettere all’ordine del giorno i progetti
necessari per modernizzare davvero il paese; e garantire la tenuta della
democrazia.
sabato 1 agosto 2015
RISENTITI E
RASSEGNATI
Forse, il motivo per cui i figli
del ’68 (e del ’77) sono convinti di aver perso, è che hanno vinto.
E’ la riflessione che mi ha
suggerito la lettura del saggio di Guido Mazzoni, I destini generali, pubblicato da Laterza. Perché l’analisi colta,
profonda e ricca di riferimenti alla saggistica politica e a quella
psicanalitica di Mazzoni parte dall’assunzione del concetto di “mutazione
antropologica”, che ha segnato il pensiero del Pasolini luterano, per tornare
alla dialettica dell’illuminismo francofortese e al pessimismo di Kojève, fino
a una conclusione intelligente ma assai negativa, e cioè che “non esiste alcuna
controforza organizzata che proponga un’idea di mondo alternativa a quella
occidentale”, e che questo è un bel guaio.
Un guaio perché, malgrado la Western way of life abbia “distribuito
alle masse comodità che in passato spettavano solo alle élites”, per Mazzoni l’io
occidentale è incoerente e vive tranquillo, indifferente e soddisfatto, sentendosi
esonerato dalla politica. E spiega come la metamorfosi che si è verificata
abbia a che fare con le forme e le politiche del desiderio, e che le masse
l’abbiano vissuta come una conquista. Un progresso fatto di libertà soggettiva,
di disponibilità di beni materiali e delle esperienze una volta riservate a
pochi eletti. Metamorfosi che ha comportato la nascita di un’estesa classe
media edonista, nichilista, individualista e narcisistica, “a proprio agio nel
vitalismo, nel consumo, nella libertà sessuale”. E che ha introiettato il libertinismo e gli atteggiamenti trasgressivi un tempo
appannaggio delle avanguardie intellettuali.
Per Mazzoni, il risultato è che
si sono persi i punti di riferimento di una generazione che nel cambiamento
credeva: i comportamenti si sono secolarizzati, patria, rivoluzione, impegno e
militanza sono parole che hanno perso significato, e anche il senso del dovere,
l’etica dell’emancipazione, il rispetto per il sistema sociale di appartenenza
si sono allentati. Dunque, l’età delle rivoluzioni è stata sconfitta e la
metamorfosi è risultata funzionale a un capitalismo di nuovo tipo, più
universale e più pervasivo.
La conclusione però è che
Mazzoni, di fronte al nuovo quadro sociale, culturale e psicologico, si sente
smarrito, perché non ha un modello alternativo da proporre, e riconosce che
nessuno vorrebbe tornare indietro, e rinunciare alle comodità del capitalismo
postmoderno: cibo, tecnologia, comfort, mobilità, diritto alla libera
espressione del pensiero.
Ecco, qui mi pare che si debba
inserire una riflessione che né Mazzoni (troppo giovane) né chi ha vissuto il
’68 o il ’77 sembra disposto a fare. Se la mutazione antropologica temuta da
Pasolini è avvenuta, è proprio perché certe conquiste hanno allontanato il
bisogno di immaginare un mondo diverso e una organizzazione sociale più giusta.
Conquiste che, mi pare evidente, sono anche il frutto delle lotte di quella
generazione e della presa di coscienza collettiva che ne è derivata. Se oggi è
difficile proporre nuovi modelli di mobilitazione, questo è dovuto al fatto che
nessuno crede più nella realizzazione del comunismo e in un progetto di
rivolgimento generale della società. E che la progressiva realizzazione di
ideali socialdemocratici impedisce lo sviluppo di conflitti drammatici.
E’ un male? Soltanto perché c’è
chi ha nostalgia di manifestazioni di piazza, di una fede sacrale in un futuro
radioso, di un risentimento sociale che non ha più motivo di essere? Mi pare di
cogliere, nel testo di Mazzoni, una sorta di rimpianto per un periodo in cui
c’erano tanti motivi per augurarsi una rivoluzione, mentre oggi non sapremmo
più trovarne uno. Ma non è forse in questa assenza di drammatiche
diseguaglianze, di ingiuste divisioni di classe, di condizionamenti sessuali,
di mancata emancipazione femminile che si è inverata la scommessa di quella
generazione? E non è proprio in quella visione “politeista”, che Mazzoni
individua come un problema, che è nata la libertà da rigide fedi e da ideali
rigorosamente condivisi? I figli del ’68, invece, sembrano risentiti e
rassegnati, come se gli fosse stata tolta la possibilità di continuare
all’infinito una lotta che, in gran parte,
ha dato i frutti che si proponeva di ottenere.
Che poi la nostra sia una società
profondamente imperfetta, liquida, frammentata, edonista e senza ideali, è
verissimo. E infatti ci sono mille motivi per immaginare nuove mobilitazioni.
Ma senza consapevolezze collettive non può accadere. Bisogna che quel che preme
alle porte prenda corpo, diventi parola d’ordine di nuove avanguardie, per poi
diventare patrimonio comune.
Per ora, mi pare si possa dire
che le ideologie non siano state assassinate, ma siano morte di morte naturale,
per esaurimento del loro ciclo; che nuove scommesse debbano ancora nascere e
nuovi obiettivi concretizzarsi; che le forme di mobilitazione e di solidarietà
del passato siano morte per sempre e che quello che accadrà domani non possa assomigliare
a quello che è stato ieri. Che ci piaccia o no.
E piuttosto che cullarsi nella rassegnazione e nei risentimenti, chi ne ha la forza può mettere le proprie
risorse al servizio del nuovo progetto sociale e politico che si farà avanti,
accettando la prospettiva che non avrà niente a che fare con i gloriosi
movimenti, le poderose manifestazioni, le “belle bandiere” del passato.
(Da “l’Immaginazione”, luglio 2015)
mercoledì 22 luglio 2015
IL RESISTIBILE
AVVENTO DEL LIBROIDE
Derrick
Storm, che la Cia chiama quando si tratta di fare indagini riservate e segretissime,
di ritorno da una vacanza sulle Alpi, salva l’aereo su cui sta volando
inerpicandosi, con le sue doti di rocciatore, sull’ala dell’aereo e riparando
un inspiegabile guasto. Ma altri aerei hanno incontrato gli stessi problemi e
sono precipitati, con importanti personalità a bordo. Storm indaga, viaggiando
tra Monaco, Panama e l’Egitto, incontrando donne bellissime e terroristi fanatici
con progetti diabolici di sottomettere il mondo con un’arma letale…
Questa
la sostanza di Deadly Heat, di
Richard Castle, Fazi editore, 2015. Un giallone pieno di ritmo, con tratti che
ricordano il Fleming di 007 .
Certo,
la scrittura è piuttosto piatta, con parecchie cadute di stile. Il libro, però,
nasconde un piccolo mistero, che mi è stato segnalato dall’amico Giorgio
Casadio. Se diamo un’occhiata alle bandelle, scopriamo che Castle è l’autore di
numerosi bestseller, che il suo primo libro è stato pubblicato quando andava
ancora al college e che ha meritato un premio per la letteratura del mistero.
In quarta di copertina c’è la foto di un bel giovane, sotto la quale però
compare non un nome, ma “American Broadcasting Companies, Inc”. Per essere
sicuri di questa paternità industriale basta andare al copyright, dove troviamo
la conferma, perché non è del signor Richard Castle, ma degli ABC Studios, la
famosa industria televisiva. E in effetti Castle è il protagonista di una serie
di telefilm gialli, della ABC, trasmessi anche in Italia, in cui è uno
scrittore che lavora assieme a una detective (come i protagonisti del libro).
La foto della quarta, infine, è quella dell’attore che impersona Castle nel
telefilm, un certo Nathan Fillion.
Notizie
confermate da Wikipedia, che allega la foto del solito attore belloccio, e ci
racconta che alcuni dei libri di Castle sono degli pseudobiblion (cioè libri immaginari), che venivano citati nella
prima serie del telefilm, e che sono stati scritti solo in seguito al successo
del prodotto televisivo. Significativo infine che la serie televisiva,
apparentemente ambientata a New York, viene girata a Los Angeles. Un gioco di
specchi, una serie di indicazioni che si rimandano l’una all’altra, nomi di
personaggi che coprono altri personaggi, senza darci spiegazioni chiare.
Se
andiamo a vedere come Amazon pubblicizza il libro, poi, scopriamo che “Malgrado
sia il personaggio di una fiction, Richard Castle pubblica e promuove i suoi
libri nella vita reale”.
In
rete, però, c’è anche un sito della serie italiana dove, a un ammiratore che
chiede: “Chi scrive i libri di Richard Castle?”, si risponde: “Ovviamente
un’altra persona, dato che Castle è un personaggio immaginario”. Dunque, il
problema è che, contrariamente a quanto vorrebbe farci credere il risvolto del
libro, Castle-scrittore non esiste, e nessuno ha la paternità di questi libri.
Nel sito, invece, ci sono commenti entusiastici di lettori convinti che
l’autore sia l’attore Fillion, o che Castle esista davvero. Solo un lettore,
confuso, alla fine si chiede: “Ma chi ca… li scrive, questi libri?”.
Possiamo
immaginare che i libri siano, semplicemente, un prodotto industriale, come
quello cinematografico: uno scrive un soggetto, altri scrivono la
sceneggiatura, un revisore dà un po’ di unitarietà al racconto. Una catena di
montaggio che, sia pure con qualche meccanicità, funziona.
Ora,
non mi pare ci sia niente di immorale a produrre libri, pseudolibri o libroidi,
non so come chiamarli, con un metodo industriale. Lo si fa da sempre col cinema
e con la tv; perché non farlo coi romanzi? Certo, bisognerebbe almeno
dichiararlo, ma non è un processo produttivo vietato. Però, come si fa a
produrre un buon romanzo con tanti autori? Che stile avrà mai? Che personalità
trasparirà da quelle pagine? Potrà contenere le ansie, i dubbi, i problemi del
mondo che descrive? E considerato quanto si è lottato per superare la
frammentazione tayloristica del lavoro, possibile che adesso la si applichi
alla produzione intellettuale? Perché dobbiamo abbassare il libro allo stesso
livello di un prodotto metalmeccanico? Che se ne trae?
A
meno che, dopo questo passo verso l’industrializzazione della scrittura, il
destino della produzione del libro, come quello dell’automobile, non sia quello
di passare dalla catena di montaggio alla automazione, alla linea robotizzata.
Ecco, forse la ABC ci sta già pensando. Perché non far produrre, in serie, a un
buon computer, dozzine di romanzi che prendono spunto dalle serie televisive?
Romanzi scritti dal tenente Colombo, dall’ispettore Barnaby , dal commissario
Montalbano? Be’, non vedo l’ora.
Sono in ritardo, terribilmente in ritardo.
Credevo che fosse tempo di superare il bicameralismo,
e non mi ero accorto invece che è il senato
che ci ha salvati finora dall’avvento di una dittatura.
Poiché se ne parla
da anni, mi ero illuso che ci fosse una convergenza di opinioni
sull’opportunità di superare il bicameralismo, in Italia. C’è stata invece una
levata di scudi di fronte al progetto di riforma costituzionale che prevede un
senato di soli 100 membri, non elettivo, con un ruolo limitato e soprattutto
senza il potere di dare o togliere la fiducia al governo. Certo, a me era parsa
una riforma timida: mi sarebbe parso molto più sensato eliminarlo
definitivamente, il senato, limitandosi a chiamare qualche rappresentante di
comuni e regioni ad eleggere il Capo dello stato e le altre cariche di
rilevanza nazionale.
Invece vari
commentatori, e soprattutto Eugenio Scalfari, mi hanno fatto capire che sarebbe
un errore. In particolare il 19 luglio, nella sua “omelia” domenicale su
Repubblica, Scalfari ci ha ricordato che il senato ha un essenziale ruolo di
garanzia e di contrappeso alle altre istituzioni dello stato, e soprattutto che,
nel novembre del 2011, se non ci fosse stato il voto contrario del senato, non
saremmo mai riusciti a liberarci di Berlusconi.
Il giorno dopo
Scalfari ha dovuto rettificare, ricordando che non è stato il senato, ma la
camera a sfiduciare nel 2011 Berlusconi. Niente di male: una piccola svista,
onestamente e tempestivamente corretta dal Nostro. Si potrebbe persino
argomentare che l’importante non è quale sia stato, dei due rami del parlamento,
a sfiduciare il governo, ma che i due rami abbiano ruoli, meccanismi elettivi ed
età eleggibile diversi, e quindi svolgano l’uno il ruolo del controllore di ciò
che fa l’altro. Il fatto è che Berlusconi era altrettanto forte nelle due
camere, ed è stato il venir meno dei voti della Lega, e non il ruolo di
contropotere del senato a farlo cadere.
Se questo è vero,
tutta l’argomentazione perde senso. Anche se, per il lettore che non ricordasse
il meccanismo argomentativo, la precisazione del giorno dopo non modificherebbe
quanto letto il giorno prima, a me sembra che Scalfari avrebbe dovuto ricordare
che questo dettaglio cambiava qualcosa. Anzi, cambiava tutto, poiché l’argomentazione sull’essenziale ruolo del
senato nella difesa della democrazia in Italia sembrava reggersi proprio
sull’occasione nella quale aveva sollevato il paese dal pesante giogo
berlusconiano. Il che non è.
A me pare che
l’occasione meriti una riflessione. Perché da più (ed eterogenee) parti si
sostiene che l’eliminazione del senato metterebbe in pericolo la sopravvivenza
della democrazia? Forse che il bicameralismo ci ha salvato, negli ultimi
vent’anni, dall’esistenza di un drammatico conflitto di interessi, dall’abnorme
concentrazione di potere editoriale nelle mani del presidente del consiglio (tutte le televisioni generaliste e
alcune importanti testate nazionali sono state sotto il controllo di Berlusconi
per due decenni, e in buona parte lo sono ancora), dal varo di una legge
elettorale che gli stessi estensori definivano “una porcata”, per non citare
che le più clamorose violazioni delle più elementari norme della vita
democratica del paese. Cosa faceva l’indispensabile senato, mentre il paese
andava a picco e ci rendevamo ridicoli davanti al mondo intero? Niente, perché
era una fotocopia della camera dei deputati, e lo sarebbe di nuovo se
passassero le obiezioni di Scalfari, della sinistra Dem, di variegate parti della
destra e di altri partitini assortiti.
C’è qualcosa invece
che non sarebbe accaduto, se nella storia repubblicana non fosse esistito il
senato. Per esempio, il palleggio tra le due camere di ogni legge che ledesse
qualche interesse personale o di categoria che un sia pur piccolo spicchio
parlamentare rappresentava. O l’infinito rimpinzarsi, nel loro andirivieni, delle
leggi finanziarie (o come si vogliano chiamare) di emendamenti, aggiunte,
rifiniture destinate a premiare più o meno significativi interessi locali, di
parte, di corporazioni, di correnti di partito, di singoli parlamentari. Non
sarebbe accaduto, forse, che semplici interventi legislativi restassero lettera
morta, senza decreti attuativi, perché incontravano l’opposizione di minime
parti di una delle camere. O che il pletorico numero di parlamentari, i loro
uffici, i loro portaborse, l’enorme apparato burocratico che le due istituzioni
si sono date, il tutto condito con stipendi fuori misura, benefit strepitosi,
Tfr precoci, e pensioni e vitalizi di entità ingiustificate producessero una
giustificata ondata di rifiuto della politica, dei partiti e delle istituzioni,
e l’insorgere di movimenti di protesta che rendono difficile l’amministrazione
stessa della nazione.
Vogliamo aggiungere
che l’esistenza di quasi mille parlamentari – senza distinzione di
schieramento, purtroppo – rappresenta uno stimolo allo sviluppo della
propensione italiana al clientelismo, alla raccomandazione, al nepotismo, alla
tendenza di trovare il modo di farla franca malgrado accertate responsabilità e
quindi, per dirla tutta, un sostegno per la tendenza all’illegalità di massa
che rende così difficile organizzare l’Italia come un paese moderno.
Un’ultima cosa: si
dice che un senato non eletto direttamente dai cittadini ma nominato dagli enti
locali sarebbe vittima della corruzione e dell’inefficienza che caratterizza
comuni e regioni. Curioso ragionamento. Forse che, quando votiamo per il
parlamento, siamo onesti e oculati, mentre quando votiamo per la regione siamo
corrotti e clientelari? Io temo che noi italiani votiamo sempre allo stesso
modo. E il fatto – se accade - che nelle nostre scelte politiche prevalgano
interessi personali invece che senso dello stato rispecchia purtroppo una
cultura (o incultura) diffusa, che caratterizza non solo il ceto politico, ma
l’intera società civile.
Ritornando alla
domanda posta prima: perché allora un così vasto schieramento cerca di bloccare
l’eliminazione del senato, visto che, così com’è, produce più guai che
vantaggi? Temo – ma forse sono troppo pessimista - che nei partiti ci siano
forti spinte a mantenere alto il numero dei parlamentari perché sono posti di
lavoro, tra gli eletti e il largo indotto, che aiutano la loro stessa
sopravvivenza. Temo anche che la nuova legge elettorale, assieme alla revisione
costituzionale, faccia sì che alcuni, nelle forze sopravvissute alla prima e
alla seconda repubblica, rimpiangano il meccanismo di alleanze e di
consociazioni che permetteva anche alle forze minori e all’opposizione di avere
un certo potere nel processo decisionale del parlamento. Temo infine che,
magari in buona fede, ci sia una vasta parte di opinione pubblica che ha
nostalgia di un ordine ormai tramontato e di un parlamento dove il dibattito era
sempre ampio, aperto e democratico, ma dove nessuna forza politica aveva la
forza di imporre nessun vero cambiamento, senza sottostare a piccoli e grandi
ricatti delle altre.
Per concludere, può
darsi che qualche rischio, ad eliminare il senato, lo si corra, non lo nego.
Anche se ad ogni riforma sbagliata si può porre rimedio. Ma a me pare che il
rischio più grave, in Italia, sia quello di continuare a non cambiare niente, e
di farsi fermare dai distinguo e dagli allarmismi di una classe politica che
non è riuscita a eliminare una sola delle storture che affliggono il paese. E
non c’è niente di peggio di chi viaggia sempre con la testa rivolta all’indietro.
venerdì 10 luglio 2015
IL PORNOLIBRO
Lo
so, sono in ritardo, come al solito, terribilmente in ritardo.
Non mi ero accorto che il libro, fino a ieri consumo di
un’élite intellettuale,
è
improvvisamente diventato merce di consumo popolare. Almeno come simbolo…
Le ultime statistiche dicono che
in Italia il numero di “lettori di almeno un libro all’anno” - curiosa
categoria che, almeno su base demoscopica, dovrebbe farci risultare un popolo
vagamente alfabetizzato – è in diminuzione. Personalmente la cosa non mi
stupisce: non si tratta di lettori, ma di acquirenti casuali di un soprammobile
da esibire sul tavolino del salotto. Che in tempi di crisi si risparmi su un
cosa inutile come i soprammobili, non dovrebbe stupire nessuno. Quello che mi
stupisce, invece, è che di alcuni di questi libri si possa continuare a fare
pubblica esibizione come si trattasse di letteratura e non di qualcosa che ha a
che fare con inconfessabili vizi privati, e cioè di bibliopornografia.
Una precisazione. A cosa ci
riferiamo quando parliamo di pornografia? Per il Treccani, “Trattazione o
rappresentazione di oggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di
stimolare eroticamente il lettore”. Insomma, il porno è un modo di rappresentare le cose in modo tale da dare la
sensazione di partecipare a qualcosa di invidiabile ma difficilmente
realizzabile (partecipare ad atti di sesso sfrenato, nel caso della pornografia
sessuale), senza che invece se ne abbia avuto in nessun modo la capacità, il
coraggio, o forse nemmeno la volontà.
Ora, perché dovremmo limitare il concetto di
pornografia soltanto all’erotismo? Come il mondo è pieno di seduttori a parole,
i salotti sono pieni di madames Verdurin, di lettori velleitari, che poco sanno
di lettura e di libri, ma vorrebbero tanto averne familiarità. Pensiamo un
momento a cosa significherebbe lo stesso tipo di illusoria partecipazione ad
atti altrettanto poco diffusi dell’erotismo sfrenato, come per esempio un
rapporto di assidua frequentazione con la lettura. Ne verrebbe fuori una
pornografia del libro, una bibliopornografia,
una visione edulcorata e del tutto artificiosa, come nel caso della pornografia
sessuale, della lettura. Né stupisce che di questa forma di godimento illusorio
si siano sviluppati interi filoni, perché in fondo vantarsi della dimestichezza
col libro, per qualcuno, è un po’ come per il macho latino vantarsi delle sue conquiste.
Veniamo al sodo. Solidamente in
testa alle classifiche dei libri più venduti. Dimmi che credi al destino, di Luca Bianchini, Mondadori, è un
accogliente polpettone sentimentale, attraversato dallo spleen di una gioventù in preda a una sfiga insuperabile, io direi
metafisica, e a una tendenza alla transumanza internazionale, che ha avuto
numerosi precedenti in storie di giovani che vagano per l’Europa; e in questo
caso di giovani italiani trapiantati senza particolare motivi a Londra si
tratta. Tra le avventure di Ornella, una ragazza un po’ sventata, della sua
commessa Clara, preoccupata soprattutto di
curare il suo gatto, di un paio di sfigatoni di contorno e di un
napoletano allegro e spiantato di sostegno, la vicenda scorre felicemente e il
libro si lascia leggere senza troppi problemi. Un clima un po’ a metà tra i
Celestini di Benni e la Belleville di Pennac. Cosa ci porta dunque alla bibliopornografia? Il fatto che Ornella
è una libraia, e che tutto si svolge attorno alla sua libreria (italiana) a
Londra. Bello, confortevole, illuminante: i libri fanno pensare, aiutano a
vivere ecc.
Ma è proprio così? Neanche per
sogno. Perché di libri, in questo romanzo, non si parla mai. Sì, si dice che “Diego
[il napoletano, n.d.r.] non avrebbe mai immaginato che i romanzi potessero
davvero cambiare un po’ la vita”. Ma esempi, niente. E succede che Clara si
lanci nell’affermare “C’è sempre l’istante in cui un libro ti chiama”; ma a
parte che vorrei sapere qual è, questo istante, ancora una volta sono
affermazioni senza riferimenti bibliografici. C’è, è vero, un momento di grande
felicità critica in cui Diego consiglia un libro “Perché parlava di Napoli e
non era scritto da Erri De Luca”, ma è un esempio isolato. Siamo in una
libreria, ma non si parla di libri: non del loro contenuto, non dei loro
protagonisti, non delle illuminanti avventure e dei drammi descritti dai classici
che dovrebbero avvicinarci al perché della vita. Niente. Solo amorucci e sfiga
giovanile.
La libreria come luogo geometrico
delle emozioni, delle passioni, degli svelamenti. Del resto altri casi non
mancano: Niall Williams, in Storia della
pioggia, Neri Pozza, racconta di una ragazza che è confinata a letto, ma
sopravvive perché ha tanti libri intorno. E avanti con l’Assassinio in libreria, La
libreria degli amori inattesi, Il
segreto della libreria sempre aperta e dalla affascinante Libraia dai capelli rossi.
Un ultimo, illuminante esempio. L’apprezzato
regista David Cronenberg ha dato alle stampe un romanzo, Divorati, pubblicato in Italia da Bompiani, dove troviamo,
all’undicesima riga della prima pagina del testo, questa frase: “Sentiva
l’odore dei libri stipati negli scaffali alle loro spalle, avvertiva il feroce
calore intellettuale che emanavano”. Sic,
si sarebbe scritto un tempo, in nota. Ma oggi val la pena riflettere. Il più
andante romanzo pornografico non avrebbe potuto fare di meglio. In fondo se si
scrivesse: “Sentiva l’odore dei sessi che si erano uniti nell’alcova alle loro
spalle, avvertiva il feroce calore erotico che emanavano”, non si sarebbe
discostato che di pochi gradi concettuali da quello che scrive Cronenberg. Il
lettore che ne avesse la propensione, è autorizzato alla masturbazione
intellettuale quanto il lettore di un sano libro porno è invitato a praticare
l’autoerotismo dalla dettagliata descrizione di un atto sessuale.
E’ un problema? E’ una visione
snobistica, francofortese, della lettura e della cultura popolare? Spero di no.
Perché non c’è niente di male, in definitiva: l’importante è che si legga
davvero. E la bibliopornografia ha
ancora molto da dirci.
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