lunedì 6 aprile 2020


MANZONI E LA LETTURA: UNA BIRBANTERIA


Poiché non mi risulta che qualcuno ci abbia pensato prima, non stupirà, dato il peso che il libro ha nella costruzione dell’identità nazionale e dell’immaginario collettivo degli italiani, che ci si chieda che ruolo abbiano, nei Promessi sposi, la lettura e la cultura in generale.
Abbiamo tutti in mente quel “Carneade! Chi era costui?”, del pavido don Abbondio che legge, ignaro della burrasca che sta per addensarglisi sul capo, “seduto sul suo seggiolone”, in “un libricciolo”. Povero prete; il Manzoni non si fa scrupoli nel descriverne il carattere codardo, ma a ben guardare dovremmo avere un po’ di rispetto per questo curato di campagna che non sa bene chi sia Carneade, del quale pure il nome “mi par bene d’averlo letto o sentito”, e almanacca su che tipo di “letteratone del tempo antico sia”. Perché – ci informa subito dopo l’autore, il curato “si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po’ di libreria, gli prestava un libro dopo l’altro, il primo che gli veniva alle mani”.  Ora, a parte questo curioso metodo di leggere a casaccio il primo libro a disposizione, è bene ricordare che stiamo parlando di epoca in cui la lettura non era certo abitudine diffusa, e il fatto che don Abbondio (certo, non aveva altri svaghi) leggesse abitualmente, ne fa un piccolo eroe dell’aggiornamento professionale. Almeno rispetto a quanto – a giudicare dalle statistiche – si legge oggi.
Del resto veniamo informati che né Renzo né Lucia né Agnese sono alfabetizzati; sanno a stento leggere lo stampatello, ma le lettere che si scambiano sono scritte da scrivani e poi lette da terzi di fiducia, con il risultato un po’ grottesco – tipo telefono senza fili – che le notizie per strada si aggrovigliano e confondono, finendo per produrre più confusione che informazione. Né vi è nessuno che, nei lunghi mesi passati da Lucia nel convento di Monza, si sogni di insegnarle a leggere nemmeno un messale. Segno evidente che l’idea di alfabetizzare i poveracci non solo non era obiettivo dei religiosi, ma forse addirittura cosa da evitarsi in quanto pericolosa e inadatta a un popolo che è bene non si avvicini troppo alla conoscenza.
A ben vedere, dopo il cenno a Carneade, non sentiremo più parlare di libri finché non si arriverà ai capitoli del rapimento di Lucia. Qui troviamo un cenno al fatto che le opere di carità di Federigo Borromeo non si limitano al sostegno alla povertà, che “potrebbero forse indur concetto d’una virtù gretta, misera, angustiosa”, ma arrivano alla costituzione della biblioteca Ambrosiana, costata cinquecentomila scudi, costituita mandando in giro per l’Europa e perfino nel Medio Oriente studiosi a raccogliere il meglio disponibile sul mercato. Una raccolta di trentamila volumi, quindicimila manoscritti, e studiosi stipendiati per studiare e pubblicare i testi che  poteva suggerire il materiale a disposizione. Manzoni si dilunga nel raccontarne le meraviglie e conclude con acume: ”Non domandate quali siano stati gli effetti di questa fondazione del Borromeo sulla coltura pubblica: sarebbe facile mostrare (…) che furono miracolosi, o che non furono niente”. Infatti è tentativo inane dare conto, specie allora, con cifre o dati certi, di cosa produca la presenza di una biblioteca in una comunità. Ma conclude riflettendo su quanto fosse stata giudiziosa l’iniziativa “in mezzo a quell’ignorantaggine, a quell’inerzia, a quell’antipatia generale per ogni applicazione studiosa”. Vien fatto di dire che si tratta di difetti ancora fortemente radicati nel paese.
Si torna a parlare di libri poco dopo, quando Lucia viene accolta nella famiglia di un sarto che “è uomo che sapeva leggere”. Per un sarto, un’originalità, tanto che “passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di scienza”. Le letture del sarto in verità non sono un gran che: il Leggendario dei santi, il Guerrin meschino, i Reali di Francia. Ma questa spolverata di sapienza ne fa un intellettuale, tanto che, commentando l’apparizione tra i paesini del lecchese del cardinal Federigo, è il sarto a far sapere che “ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, né anche in Milano”. Quando si parla di miracoli.
Si riparla del sarto, dal quale Agnese e don Abbondio si fermano per “una fermatina”, di ritorno dal castello dell’innominato, dopo il passaggio dei lanzichenecchi. Nel dialogo tra i due intellettuali, Manzoni fa dire al sarto, a proposito delle disgrazie occorse, che “s’ha da far de’ libri in istampa, sopra un fracasso di questa sorte”. Per farci capire che il sarto, consapevole di essere stato testimone di qualcosa che ha valore di testimonianza storica, vorrebbe che questa fosse resa immortale con la pubblicazione di apposite memorie. Excusatio non petita del Manzoni, che ci ha pensato lui, nelle lunghe pagine precedenti, che descrivono l’invasione barbarica, e ora sta solo giustificando lo spazio che vi ha dedicato.
So bene che non bisogna mai giudicare i grandi del passato senza considerare il contesto in cui agivano. Ma le rarefatte apparizioni di libri e di lettori ci hanno, fin qui, dato la sensazione che il Manzoni abbia una sorta di visione un po’ elitaria, se non sarcastica, della possibilità di far arrivare barlumi di conoscenza a chi non abbia solide basi intellettuali. La citatissima descrizione della biblioteca di don Ferrante, e della sua misera fine, ne dà un’ulteriore prova. Manzoni ironizza sul fatto che si fosse rassegnato al fatto che “gli universali, l’anima del mondo, la natura delle cose non eran cose tanto chiare quanto si potrebbe credere”. E forse non aveva torto. Ma non si ferma qui, e lo ridicolizza dicendo che della filosofia naturale s’era fatto più un passatempo che uno studio, che Aristotele e Plinio li aveva più letti che studiati e via maltrattando, con bruschi passaggi dalla stregoneria al Machiavelli (“mariolo ma profondo”), concludendo che aveva titolo di professore soltanto per la scienza cavalleresca e i codici d’onore. Che poi di fronte al contagio don Ferrante, ritenendo non trattarsi né di sostanza né di accidente, non prendesse precauzione alcuna e morisse di peste “come un eroe di Metastasio”, ancora una volta il Manzoni lo racconta come un fatto umoristico, con un malcelato sogghigno.  
Un giudizio, a me pare, assai severo, considerando che il povero don Ferrante è un autodidatta, vive in un’epoca di rarefatti scambi culturali, e già il fatto che si fosse imposto di dominare discipline così distanti ne fa un ardimentoso combattente per la conoscenza. Che i risultati non fossero straordinari, in fondo, era più che logico. Ma il nostro, ridicolizzandolo, continua a far filtrare, forse suo malgrado, un’acredine, tradisce un’alterigia aristocratica cha fa pensare che per lui il borghese, se proprio non doveva limitarsi ad essere un “vil meccanico”, al massimo poteva dedicarsi a magnificare la preghiera e la carità cristiana.  
Non è da meno la descrizione di come i sapienti del tempo parlassero di malattie e veleni, utilizzando i libri come strumento di mistificazione. A partire dai “dotti (… che ) vedevano l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa”, come dimostrato da un libro, Specchio degli almanacchi perfetti, che “correva per le bocche di tutti“; per seguire con le Disquisizioni Magiche del Delrio che – e qui forse Manzoni non ha torto – furono “impulso potente di legali, orribili, non interrotte carneficine”. “Pescavan ne’ libri, e pur troppo ne trovavano in quantità, esempi di peste manufatta”, indotta artificialmente, insomma. Della voce del volgo, conclude Manzoni, “la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere”. Un giudizio amaro, ancorché, purtroppo, in parte ancora valido (par di sentire certi insensati allarmi sociali di oggi), sulla difficoltà di essere intellettualmente onesti, e di essere onestamente informati.
Potremmo dire che un briciolo di speranza, nella possibilità di accesso alla conoscenza dei poveracci, il Manzoni ce lo dimostra quando, verso la fine del libro, parlando dei molti figli avuti dagli sposi, dice che Renzo “volle che imparassero tutti  a leggere e a scrivere”; ma mi pare che si tradisca un po’ anche qui, quando lo fa concludere dicendo che “giacché c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro”. Birberia, l’alfabetizzazione! Ma santo cielo.
Un dettaglio, per concludere. Quando don Abbondio viene incaricato di andare a recuperare Lucia al palazzo dell’innominato, deve montare una mula. Pavido come sempre, il nostro si informa se la bestia sia quieta. “Si figuri”, risponde l’aiutante di camera che lo fa montare, “è la mula del segretario, che è un letterato”. Spiegazione non sorprendente, rivelatrice dell’atteggiamento diffuso per la cultura, e non solo nel ‘600: saper di latino non coincide col saper cavalcare. Insomma: natura e cultura, ci ammonisce Manzoni, raramente vanno d’accordo.


                                                                               da "l'IMMAGINAZIONE", MARZO 2020

martedì 28 gennaio 2020


Aiuto, sono in ritardo: non mi ero accorto 

che i festival culturali sono l'oppio dei popoli


Cosa si intende per cultura, a cosa serve, e chi e come la trasmette? Sono domande legittime, visto che le risposte cambiano col cambiare dei mezzi di trasmissione del sapere e dei valori dominanti. Goffredo Fofi ha scritto in proposito L’oppio del popolo, pubblicato da Elèuthera: un pamphlet molto polemico, nel quale nota come oggi ”di cultura come originalità del pensiero e delle opere ben pochi parlano”, del fatto che gli opinion makers hanno un ruolo nefasto per la democrazia e l’intelligenza dei nostri connazionali tornati ad essere – secondo Fofi – “una plebe indistinta”; e ancora dell’impossibilità di difendersi dalla stupidità, del fatto che non esiste più una coscienza collettiva e che siamo diventati tutti una “piccola borghesia generica, succube, condizionata e oppressa”.
Un allarme che in parte sento anch’io, basato su un’analisi parzialmente condivisibile. C’è però, nel libro, una vivace contestazione delle manifestazioni che si sono diffuse negli ultimi anni, e in particolare dei festival culturali e delle “capitali della cultura”. Per Fofi si tratta di occasioni di autopromozione per assessori alla cultura che hanno solo l’interesse di divertire, semplificare e rincuorare. “Banchetti a base di canzonettisti, teatranti e scrittori”, un minestrone il cui l’ultimo ingrediente è la politica, “che non renderà certo migliori le nostre città e più giusti i loro abitanti”. E se la cultura, si chiede Fofi, non fosse altro che “lo strumento privilegiato del dominio, lo strumento di cui il potere si serve per asservirci, per farci accettare l’inaccettabile?”.
Qui Fofi non lo seguo. Perché anche se festival e capitali culturali possono certo essere strumentalizzati da amministratori beceri, fatti con fini commerciali e con personaggi mediocri, sono convinto che se anche uno solo di chi vi partecipa ne trae spunto per un pensiero, per un desiderio di approfondire un problema, per un desiderio di leggere un libro che altrimenti non avrebbe letto, sono comunque qualcosa che serve a noi tutti.
Vale, in questo senso, la lettura  di Cielo e soldi, Il giornalismo culturale tra pratica e teoria, di Giorgio Zanchini, Aras editore. E’ un libro in cui l’autore raccoglie l’esperienza di sette edizioni del Festival del giornalismo culturale di Urbino, Pesaro e Fano, che dirige assieme a Lella Mazzoli, che è anche la prefatrice del volume. E salta subito agli occhi, leggendolo, come un festival possa essere anche uno strumento per documentare e monitorare  il mondo della cultura del nostro paese, una sorta di incontro annuale per mettere a punto un’indagine su come cambia il rapporto tra produzione culturale e comunicazione, e su come i mezzi incidano sui messaggi.
Comincio dalla seconda parte del volume, in cui Zanchini fa una ricognizione attenta ed esaustiva dei territori del giornalismo culturale in Italia. Una mappa precisa, utilissima per capire come si stiano modificando le terze pagine (dove esistono ancora), si sviluppino i supplementi dei quotidiani, come cambiano le trasmissioni culturali televisive - oggi concentrate soprattutto in canali dedicati - e di come in rete si sia sviluppata una variopinta tessitura di siti di cultura. Una trasformazione profonda, che vede anche una fertilizzazione incrociata dei mezzi. Se è vero che i quotidiani perdono copie, è vero però il loro pubblico coincide con quello dei consumatori forti di cultura, che le loro versioni on line crescono e che i contenuti dei giornali spesso entrano in vario modo nella rete. E anche le trasmissioni televisive, che pure i giovani non guardano, hanno ancora la capacità di stimolare grossi numeri di consumatori culturali.
Quella che pare evidente è la crisi della forma-recensione, spesso sostituita –tanto sulla carta che in tv e in rete – da interviste, segnalazioni brevi o recensioni “non affidate a critici di professione, più impressionistiche che meditate”. Pezzi, conclude Zanchini, “che non permettono nessuna vera elaborazione del pensiero critico”.
Torno qui alla prima parte del libro, nella quale l’autore dà conto del dibattito che ha animato il festival negli anni. Fondamentale, a questo punto, è la messa in discussione degli intermediari, la marginalizzazione delle competenze. La crisi del giornalismo culturale tradizionale può essere arrestata? Può esistere un nuovo modello di intermediazione? E la crisi in atto non è forse lo specchio della parallela crisi delle strutture politiche e sociali?
Andiamo verso una sorta di “autocomunicazione di massa”, e “I processi lenti di acquisizione dei saperi faticano a resistere” si osserva. Vero. Ma forse dobbiamo chiederci: esistono processi di acquisizione del sapere che non siano lenti? Questa, forse, la vera domanda, e da qui la scommessa se il giornalismo culturale può avere un futuro.


   Da L'Immaginazione, gennaio 2020

martedì 14 gennaio 2020


ANCHE LA POESIA PUO' SALVARCI LA VITA

Può sembrare un paradosso pensare che Dante, oggi, possa salvarci la vita. Ma a ben pensarci non soltanto è vero, ma è un’affermazione che sottende un complesso ordine di ragionamenti che è molto opportuno affrontare. Lo fa, con sistematicità, Enrico Castellli Gattinara nel suo Come Dante può salvarti la vita – Conoscere fa sempre la differenza, Giunti editore. Parte, l’autore, dall’idea diffusa che la poesia non abbia poteri che vadano al di là dell’intrattenimento culturale: non cura le malattie, non spegne incendi, non ripara ponti. E in caso di pericolo di morte, nessuno sarebbe così pazzo da chiamare in soccorso un poeta. Insomma, apparentemente la poesia non serve a niente.
Castelli Gattinara comincia ricordando quello straordinario capitolo di Se questo è un uomo in cui Primo Levi racconta come, nell’orrore del campo di sterminio, di fronte alla richiesta di Pikolo, il suo compagno di prigionia francese, di insegnargli un po’ di italiano, a lui venga in mente di recitargli il canto di Ulisse. E di come lo sforzo di ricordare Dante, di spiegarlo al suo compagno, per un momento lo strappi dalle regole assurde del campo, dall’essere sempre sospesi a un filo, dal fatto che la vita del lager riduce l’uomo a un’istintualità primitiva, senza vera coscienza di sé, abbrutito fino al punto di non sapere più cosa si è. Ecco, nell’inferno di Auschwitz Dante, quel “fatti non foste a viver come bruti”, può strappare alla tentazione di lasciarsi sopraffare dalla violenza che distrugge innanzitutto la dignità umana. Può salvare.
 Castelli Gattinara continua la sua ricognizione andando a cerare gli esempi in cui la musica, la lettura di Pinocchio, l’arte, lo studio siano strumenti che possono sollevarci dalla disperazione, dall’isolamento, dallo smarrimento. Succede che chi organizza un’orchestra nella situazione degradata del Venezuela riesca a sottrarre  al richiamo della manovalanza malavitosa giovani che altrimenti non avrebbero nessun modo di sottrarsi al reclutamento criminale; chi coinvolge in un’animazione teatrale, partendo da Collodi, ragazzi africani già preda dei trafficanti di droga riesca a fargli trovare una via d’ uscita dalla marginalità; che la fotografia, la pittura, il cinema siano tanti agganci al mondo dell’espressione umana che, proprio perché immateriale, può salvare dalla violenta materialità di mondi che non lasciano libertà di pensiero e di speranza di costruzione di un futuro sereno.
Se praticare le arti è un modo di accedere alla conoscenza, se dà cognizioni e sapere, può salvare. E non salva solo chi vive situazioni di gravissimo disagio, i deportati e i reietti; salva chiunque rischi di essere, come chi è stato privato della dignità umana, senza capacità di scelta, di conoscenza, di autonomia del vivere le esperienza del mondo e di farne la base per un pensiero critico ed analitico. Riguarda tutti, e in particolare i giovani che studiano. Castelli Gattinara ha provato a chiedere ai suoi studenti adolescenti cosa fosse la cosa più importante per loro. “Su 100 studenti, motivati e interessati, intelligenti e partecipi, nessuno ha scritto una parola che avesse anche minimamente a che fare con la cultura”. Ed è importante la sottolineatura: non ragazzi apatici, svogliati e indolenti: studenti motivati e intelligenti. L’esperienza dell’autore dice che molti ragazzi amano la lettura e si appassionano alla scrittura. Ma quando ne parlano tra loro non accettano che questi siano valori significativi. Le cose importanti sono la famiglia, gli amici, l’amore. Non la poesia. E un libro, sì, può salvanti la vita: ma solo se ti trovi su un’isola deserta e hai tra le mani un manuale di sopravvivenza.
Castelli Gattinara, parlando di Primo Levi, ricorda che nel lager venissero chiamati “musulmani” (nessun riferimento all’Islam) i prigionieri che perdevano dignità e capacità di reagire, voglia di vivere e di lottare. I primi a cedere e ad essere destinati alla camera a gas. Credo che il suo libro voglia farci riflettere sul fatto che, anche se non viviamo in un lager e nessuno di noi rischia di essere ucciso per un abominevole progetto di  sterminio, si possa diventare “musulmani” anche oggi, in un mondo libero. Si possa perdere il coraggio di un pensiero autonomo, si possa cedere al conformismo di massa, si possa rinunciare al principio di solidarietà, alla difesa della dignità umana. Basta lasciarsi andare alla corrente. Non accettare la lezione della poesia, della letteratura, delle arti. L’assenza della cultura, nel progetto di vita dei giovani è un segnale preoccupante. Senza l’aspirazione alla conoscenza ci può esser solo il valore dell’istinto e del possesso. E purtroppo se ne vedono i segni.
 Insomma, credo che dobbiamo convincerci che anche oggi, nella battaglia per un mondo più giusto, Dante può salvarci la vita.

da "L'immaginazione", dicembre 2019

martedì 7 gennaio 2020


Come arrivai a conquistare la Capanna Nera

Il ricordo delle nevi di una volta, si sa, è sempre favoloso. E infatti, mentre calavamo verso Corvara, dalla macchina  che scendeva da passo Campolongo ricordo di aver visto, affascinato, due muraglie altissime, quasi si fosse miracolosamente aperto un varco in una enorme massa di neve, come per Mosé al passaggio del Mar Rosso. E certo, di neve ce n’era proprio tanta, negli inverni degli anni '50. Ma le giornate di quel primo anno sugli sci sono state radiose, il sole faceva sciogliere la neve sul tetto, e nella mansarda della scalcinata pensione in cui alloggiavamo un catino raccoglieva l’acqua che sgocciolava dal soffitto malandato.
Tempi difficili, c’erano pochi soldi, negli anni del dopoguerra; ma i miei genitori non avrebbero rinunciato allo sci per nulla al mondo. Così ci si doveva adattare: stanze umide, cibo scarso (brodini, fettine di carne trasparenti, qualche patata) e ai piedi sci e scarponi ereditati da amici più grandi. Gli scarponi, di vecchio cuoio, malgrado fossero stati debitamente unti di grasso di foca, si bagnavano dopo una sola ora d’uso. Gli sci, provvisti dei mitici attacchi Kandahar, con molla posteriore, erano dei legnacci marrone senza lamine che – poiché la plastica non era ancora stata inventata – avevano come soletta una mano di vernice rossa, alla quale la neve fresca si attaccava tenacemente. Dopo i primi tentativi, durante i quali sotto gli sci si erano formati degli zoccoli  che non permettevano di muovere un passo, ho capito che l’unica era di infilare velocemente gli attacchi e cominciare a muovere freneticamente gli sci avanti e indietro, in modo che lo zoccolo non si formasse.
 Addosso avevo dei pantaloni di lana niente affatto impermeabile; per difendermi dai rigori invernali indossavo una giacca a vento di semplice cotone impermeabilizzato, ma sfoderato. Sotto, una serie di maglioni che mi facevano quasi sembrare in carne, mentre allora ero (da non crederci) di una magrezza scheletrica. Alle mani, delle manopole di lana, e sopra delle manopole di cotone cerato (per così dire). L’insieme da un lato mi infagottava, rendendo faticoso ogni movimento, dall’altro era talmente inadatto al contatto con la neve, che dopo la prima caduta mi ritrovavo bagnato da capo a piedi e tale restavo fino al ritorno alla pensione.
Facevo parte di un gruppetto di bambini, tutti principianti e un po’ imbranati, affidati alla pazienza angelica di un maestro di nome Karl. Più che una scuoletta di sci, era un asilo infantile; e più che imparare lo sci da discesa, imparavamo ad usare gli sci come mezzo di trasporto.  Il primo giorno, se ricordo bene, lo abbiamo passato in una zona di perfetta pianura, imparando appunto a non permettere che si formasse lo zoccolo sotto gli instabili pezzi di legno e a non cadere per semplice mancanza di equilibrio. Poi è arrivato il campetto: bisognava salire a scaletta una decina di metri di dislivello e scendere, in pochi secondi, a spazzaneve. Solo dopo, con appositi paletti, abbiamo imparato lo spazzaneve a curve che, senza lamine, devo dire, risultava un esercizio piuttosto impervio. Ricordo di essere riuscito, a fine corso, ad accennare a un cristiania a sci quasi uniti: un trionfo.
Una volta acquisiti i principi fondamentali, è arrivato il grande giorno: siamo andati in gita verso Colfosco. Breve discesa con pendenza irrisoria, salita poco faticosa, sosta, discesa e risalita fino alla pensione. Oggi si direbbe sci di fondo. Per noi, un’avventura indimenticabile.
Familiarizzati con lo sci “da passeggio”, siamo stati iniziati allo skilift. Ce n’era uno solo, a Corvara, a quel tempo; del resto c’era anche una sola seggiovia, e gli adulti, quando si erano stufati di fare su e giù per il Col Alto, mettevano le pelli di foca e andavano al Chertz o verso il Gardena.  Ma era uno skilift primitivo. Non c’era un attacco a molla, e il traino avveniva con una T di legno attaccata a una catenella, che veniva agganciata direttamente al cavo di acciaio dell’impianto. La partenza avveniva con uno strappo violento, e prima di riuscire ad adattarmi devo essere caduto una decina di volte, dopo pochi metri. Ma anche dopo aver capito come reggere allo strappo iniziale, cominciava una sorta di tortura. C’erano punti in cui, per l’ondulazione del terreno, il cavo era tropo alto, per cui, essendo troppo piccolo per toccare terra, decollavo, appeso alla breve catenella. Mi trovavo sospeso da terra, in equilibrio instabile e cadevo rovinosamente nell’atterraggio. In altri punti il cavo scendeva raso terra, mi passava praticamente tra gli scarponi, il legno sgusciava da tutte le parti. Era quasi impossibile mantenere l’equilibrio, e nel tentativo di non perdere il traino tutto si risolveva in una caduta e in un patetico trascinamento raso terra finché non riuscivo a liberarmi della maledetta T di legno.
Devo dire che non ero nemmeno il più incapace, e che i miei compagni di corso di solito finivano i tentativi di risalita tra urla e lacrime che il paziente maestro Karl asciugava con un apposito fazzolettone confortandoci in tedesco, che per fortuna capivamo abbastanza bene, perché allora si usavano governanti austriache.
E’ stato solo all’ultimo giorno di quella prima, gloriosa settimana di addestramento, che siamo arrivati tutti, senza cadere, alla fine dello skilift. E da lì, con una risalita un po’ a scaletta e un po’ a spina di pesce, abbiamo finalmente raggiunto una meta ambitissima, il nostro primo rifugio: la Neger Huette, la Capanna Nera, luogo dalle mille delizie.
Oggi i bambini che fanno scuola di sci, alla fine della settimana bianca fanno una garetta e vengono premiati tutti senza distinzione, mentre i genitori filmano la competizione con i telefonini, tra annunci di altoparlanti che magnificano i tempi di discesa. Noi, più modestamente, ma con uguale se non superiore soddisfazione, l’ultimo giorno siamo trionfalmente arrivati alla Capanna Nera, e abbiamo avuto un premio ineguagliabile: una meravigliosa cioccolata calda con la panna. 


da "In Alto", Soc. Alpina Friulana

sabato 23 novembre 2019


IL GIALLO, O DELLA CENTRIFUGAZIONE DELLA REALTA'

Capita di sentir dire, periodicamente, che di gialli ce n’è troppi, che non se ne può più, che sul giallo si è detto tutto e che non c’è nulla da aggiungere. Poi, puntualmente, si scopre che la letteratura gialla, come tutta la letteratura, ha sempre qualcosa di nuovo da dirci e noi non abbiamo che da impegnarci a scoprirla.
Adelphi sta meritoriamente ripubblicando tutto Sciascia, e Il metodo di Maigret è, appunto, una raccolta di saggi sul giallo che risulta illuminante. Sciascia, negli anni ’50, parte da un atteggiamento dubbioso, che nel tempo va modificandosi: forte consumatore di gialli Mondadori, all’inizio non ritiene che abbiano altro che la dignità di un prodotto di consumo. Pensa anzi che tendano a snaturarsi con un eccesso di violenza gratuita e una propensione a riempitivi erotici che ne definiscono una deriva deteriore. Sa però che i buoni giallisti hanno appreso la lezione di Stevenson e di Conrad, di Melville, Proust e Kafka. E insieme sa che Faulkner e Cain hanno preso molto dal giallo, e che Hemingway e Graham Green devono qualcosa a Hammett. L’idea che in realtà tutta la grande letteratura abbia spesso preso spunto da stimoli polizieschi porta Sciascia a pensare al furto della mandria di Ercole, nell’Eneide, o al metodo – poliziesco – della follia di Amleto nella sua indagine sull’assassinio del padre, e così via. A questo punto Sciascia arriva ad apprezzare anche quello che definiamo il giallo commerciale, e scopre che “assume la realtà quotidiana del delinquente che misteriosamente opera e della società che da esso si difende” e che la tecnica specifica del romanzo poliziesco è la “centrifugazione della realtà”. Magnifica intuizione, perché è vero che il giallo comprime in un romanzo quello che, nella nostra vita quotidiana è generalmente diluito in tempi lunghi. Così facendo, però, ci costringe e prendere contatto col male. E qui Sciascia arriva pensare che, in fondo, quella dimensione un po’ gratuita dell’eccesso di delittuosità della realtà del poliziesco sia qualcosa che, in altri tempi, “si manifestava con il sentimento del sacro”. Un’altra fantastica intuizione: pensare che la proliferazione del racconto giallo altro non sia che la sostituzione del racconto mitico, della tragedia greca, del confronto con il destino mortale che accompagna la coscienza dell’uomo dalle origini del pensiero simbolico ad oggi.
Non posso qui riassumere tutte le intuizioni di Sciascia, ma val la pena arrivare alla sua lettura di Simenon e del metodo di Maigret che, per Sciascia, è “un uomo che si affida alla conoscenza del cuore umano e alle istantanee intuizioni”, e che coglie “nell’esitazione di un gesto e nell’arredamento di una stanza più verità che nelle impronte digitali e nelle perizie balistiche”.
Un’osservazione che ci porta a un altro libro che di giallo parla, sia pure con altra prospettiva. E’ La versione di Fenoglio, di Gianrico Carofiglio che è, sì, una serie di casi gialli; ma anche una riflessione sui metodi di indagine e sugli strumenti analitici che hanno gli investigatori. Carofiglio li mette in bocca al suo maresciallo, e i casi che si susseguono, assieme alla vicenda del rapporto che il maresciallo instaura con un giovane, rendono particolarmente accattivante la lettura. Ma quel che voglio sottolineare qui è che anche il maresciallo Fenoglio, come Maigret, indaga più con la riflessione psicologica che con la tecnologia. “Le indagini ben fatte devono contenere sbavature: sono sinonimo di genuinità”, dice. Si deve procedere per aggiustamenti progressivi. Ed è un errore, trovato un sospetto, passare subito alle conclusioni. Anche perché, se ci si fissa su uno schema, questo può produrre una cecità selettiva: un’illusione logica. Le indagini non sono procedure lineari, perché tutti, in qualche modo mentono, anche quando credono di essere sinceri. E non esiste un trucco magico che consenta di smascherare le bugie. Quello più originale può essere quello di ripercorrere una testimonianza a ritroso, partendo dalla fine: difficile non contraddirsi, se si sta mentendo.
Ricalcando Poe, Fenoglio spiega che alle volte un’indagine coglie nel segno perché, invece di cercare indizi, ne scopre uno mancante. Fedele alla logica della ricerca scientifica, Fenoglio ritiene che per provare davvero una congettura si debba sforzarsi di demolirla; e che solo se resiste al tentativo di falsificarla è davvero utile a spiegare ciò che è accaduto.  E che l’importante non è avere certezze, ma dubbi. Non credo di esagerare se dico che riflettere sulle indagini è come riflettere sulla vita. Su come dovremmo confrontarci con il nostro vissuto, con i nostri fallimenti, con la nostra visione del mondo. Tutte prospettive che dovrebbero passare al vaglio di un tentativo di demolizione; alla ricerca di un pezzo di verosimiglianza.


(da L'IMMAGINAZIONE)

PAROLE PESANTI E OPINIONI LEGGERE

“Le parole sono importanti”, protestava Nanni Moretti di fronte alla vaghezza espressiva di giovani della penultima generazione. Lo sono ancora.  E’ successo, poco tempo fa, che un capo politico, in una dichiarazione pubblica, si sia espresso così: “dirò ai miei deputati e ai miei senatori di fare…”. Quell’uomo non stava parlando dei suoi compagni di partito. Voleva affermare esattamente quello che ha detto, e cioè di esser il proprietario di uno schieramento parlamentare, che per lui evidentemente non era fatto di esseri pensanti ma di suoi famigli, suoi scherani. Un capo, che dà ordini a un esercito uso a obbedir tacendo.
Al di là del partito politico in oggetto, del fatto che affermazioni del genere non suscitano nessuna reazione, né di stupore né di indignazione, e questo già preoccupa, credo che quella espressione, per isolata che sia (ma non lo è), abbia un significato che va al di là della brutalità ormai consueta del gergo politico attuale. Mi pare tocchi un paio di problemi, culturali, che sono stati, sì, oggetto di dibattito, ma in modo, a me pare, confuso e un po’ superficiale.
Uno è quello sull’opportunità di definire o meno chi fa politica oggi fascista. Seri studiosi si sono impegnati a ricordarci che per fascismo si intende un modo di gestire la cosa pubblica, con la deriva sociale, economica e culturale che, a suo tempo, ne è conseguita. E naturalmente, vista l’obiettività di questa osservazione, dobbiamo ammettere che nessun movimento politico, oggi, potrebbe essere definito fascista. Però ci si è fatti beffe anche di uno scritto sul fascismo di Umberto Eco dove, come spesso faceva, parlava con lieve divertimento di cose serissime, e dove sosteneva esservi una matrice fascista che si può riscontrare nei comportamenti umani, che stava alla base dei valori del fascismo mussoliniano. Dunque, c’è anche qui un problema di uso del linguaggio. Se diamo del fascista a chi, essendo un conservatore un po’ arrogante , bellicoso e poco incline a riconoscere il valore del parlamentarismo democratico, esageriamo? Per non essere imprecisi dovremmo – come suggerisce qualcuno – parlare di postfascismo, o neofascismo? Oppure bisogna ricordare che è da quel tipo di valori che il fascismo ha avuto origine?
A me pare che, in questo caso, non ci si debba perdere nel nominalismo. E’ bene definire fascista chi aborrisce le istituzioni democratiche e tradisce una vocazione autoritaria. Se non lo si fa, si finisce per accettare che la sua cultura politica abbia un valore accettabile per tutti. Se no, rischiamo di dimenticarci che i parlamentari non sono proprietà di un capo, ma rappresentano, ognuno per sua responsabilità personale, i propri  elettori e quindi la nazione.
C’è un altro termine che, negli ultimi anni, è diventato oggetto continuo di polemica e di aggregazione ideologica: è il rifiuto nei confronti delle élites. Anche qui l’uso della parole è discutibile, ma soprattutto impreciso. Con chi se la prendono i movimenti e i loro capi che ricordano in continuazione che le élites hanno rovinato il paese? Molto difficile capirlo, tanto che sembra trattarsi fondamentalmente di puro strumento di propaganda: si inventa un nemico, ancorché inesistente, gli si dà un nome che suona plausibile e si va all’attacco. Penso che sia importante riflettere su questo, che è ancora una volta un problema culturale, perché tutti i movimenti autoritari hanno costruito la loro fortuna inventando nemici immaginari, dando loro la parvenza di un’entità segreta e pericolosa che lavora nell’ombra contro gli interessi di un popolo. Dai tempi dei Protocolli dei savi di Sion, il meccanismo è stato usato ripetutamente, e con efficacia. Tempo fa un leader politico continuava a chiamare i suo i elettori a combattere il pericolo comunista, mentre i comunisti erano spariti dalla scena politica italiana ed europea da un pezzo. Oggi il pericolo sono le élites. Ma quali? Le élites economiche, finanziarie, quelle politiche (cioè gli stessi che ne stigmatizzano l’esistenza ), le élites intellettuali (ormai senza potere), i giornalisti (mentre i lettori dei giornali stanno sparendo) o quelle degli apparati della comunicazione digitale? 
Penso che dietro questa fantasiosa costruzione propagandistica ci sia qualcosa di pericoloso, e cioè l’idea di mettere in guardia gli elettori nei confronti di chi, avendo competenze, può imporre loro qualcosa di spiacevole. Un economista che spiega che, se non si pagano le tasse, non si hanno più servizi; un medico che dice che, senza vaccini, c’è il pericolo di epidemie; un intellettuale che dice che, se la collettività non studia, non legge, non si informa non è consapevole.
Ecco, qui il vero problema culturale. Un’onda emotiva che dice che chi più sa più ti danneggia. Ecco perché le élites fanno paura. C’è il rischio che dicano la verità.

 (Da l'Immaginazione)

giovedì 7 marzo 2019


BATTIATO, LA LETTERATURA 
E LA GRANDE SFIGA GIOVANILE

Curioso, però, che Battiato abbia lasciato segni tanto significativi in diverse generazioni di giovani. Ma se ne trovano tracce diffuse, e questo dovrebbe pur dire qualcosa, visto che si tratta di un cantante che è stato anche un poeta e – al seguito di Sgalambro - un po’ un pensatore, di taglio mistico-esoterico. Lo cita Enrico Brizzi, nel suo Tu che sei di me la miglior parte (Mondadori), quasi a dare un segno interpretativo a un racconto tutto in presa diretta, senza riflessioni né valutazioni morali. La storia è quella di un gruppo di amici, raccontata dall’infanzia a una gioventù senza maturazione, con i passaggi dai primi turbamenti del protagonista, molto ben inserito in una famiglia tanto disordinata quanto sincera, fino a una spirale di devianza e di conflitti, un po’ di sesso e qualche momento di violenza.
I piccoli cannibali crescono, e dai tempi di Jack Frusciante qualcosa è cambiato, ma la chiave del narrare di Brizzi rimane fondamentalmente la stessa. Se le vicende sono rese con una partecipazione affettuosa e ironica, la sostanza resta quella del diffuso filone della Grande Sfiga Giovanile. Un modello narrativo che va dall’autocoscienza dei gruppi di compagni di scuola fino al girovagare senza meta di chi, finita la scuola, si è ritrovato senza né sogni né desideri, in un mondo che permette di sopravvivere e persino di fare esperienze, ma non di vivere autenticamente. Succede anche ai protagonisti di quest’ultimo libro, che seguiamo con simpatia nella loro lenta discesa verso il nulla, pieni di baldanza giovanile e fragile ingenuità. I primi amori, la scoperta del sesso, la voglia di avere e di essere, lo sballo, soldi facili, qualche sosta in carcere, il distacco e la negazione di valori consunti.
Credo che Brizzi abbia descritto, ancora una volta, con precisione e partecipazione, i riti di passaggio della sua generazione. A me però sembra che resti ancorato a una visione quasi estatica di un vuoto di contenuti. Quasi che i suoi protagonisti non avessero nessuno strumento per interpretare la realtà, come invece ogni generazione non può evitare di produrre.

La traccia di Battiato che usa Francesco Piccolo, invece, sta proprio nel titolo del suo L’animale che mi porto dentro (Einaudi), ma il modello narrativo è tutt’altra cosa. Qualcuno parlerà di autofiction, ma a me pare più evidentemente un’autobiografia. Piccolo non prende mai distanza dal suo racconto, parla sempre e solo di sé, senza né falsi né veri pudori, e senza che la trasfigurazione letteraria trasformi l’esperienza personale in narrazione romanzesca.
 Anche qui abbiamo un racconto di formazione, dall’infanzia ai primi turbamenti sentimentali e alle prime esperienze erotiche, fino a un’autoanalisi, che si vuole spietata, del proprio essere incapace di uscire da un’educazione violenta e dall’abitudine a vivere gli impulsi e i condizionamenti del “branco”. Tutto il libro è una descrizione dell’impossibilità di superare lo stereotipo del comportamento virile, del cinismo e della animalità nella visione del sesso e del senso di appartenenza a un mondo fatto di bullismo, prevaricazione, menzogna e brutalità.
Non si può non leggere con partecipazione la descrizione di una crescita segnata dalla vita della provincia meridionale, da un padre violento, da aggressività incontrollata nello sport, da acne adolescenziale, da ansia di integrazione alle bande giovanili, fino all’esibizione delle conquiste femminili e ai rapporti sessuali come prova di forza.
Piccolo intervalla la descrizione della propria impulsività con le esperienze estetiche: Malizia di Samperi, il Sandokan di Salgari, il Padrino, il fumetto di Lando, Amore senza fine di Zeffirelli, Houllebecq e la canzone napoletana. Sono intermezzi che descrivono il Piccolo-protagonista come uomo capace di proiettare il proprio io nei canoni della narrazione popolare e nel consumo della cultura di massa. Se si supera l’imbarazzo per il fatto che la parola c….o ricorre con una frequenza quasi superiore a quella delle congiunzioni, se ne trae un ritratto forse sincero, ma corrucciato e inquietante di come anche l’intellettuale più esercitato all’uso di strumenti di analisi psicologica possa avere difficoltà a controllare impulsi primordiali. Ed è curioso come, proprio nella descrizione di questo machismo incontrollato, lo scrittore-protagonista guardi a se stesso con un sentimentalismo quasi altrettanto ingenuo e compiaciuto.
La sensazione è che neppure Francesco Piccolo sia sfuggito al canone della Grande Sfiga Giovanile, ma l’abbia fatto redigendo un’autobiografia di voluta spudoratezza e – nel suo caso - di esibito autocannibalismo. E lascia il dubbio che le autobiografie dovrebbero essere consegnate a un tempo futuro, in cui esperienze e veemenze siano state elaborate e metabolizzate fino in fondo.

                                                                        Da "L'immaginazione", marzo 2019