domenica 5 febbraio 2017

UNA VITA, UN'EPOCA


A lungo, la vita dei malati di mente è stata difficile se non tragica. Sepolti in ospedali psichiatrici dove spesso le terapie sfioravano la tortura, e vigevano contenzione fisica e reclusione assoluta anche per le patologie più lievi. Nel migliore dei casi, quando le famiglie se lo potevano permettere, il malato veniva custodito in cliniche private, anche accoglienti, che erano comunque dei reclusori, dove le terapie spesso prevedevano trattamenti violenti come l’elettrochoc e il coma insulinico. Le vicende di Aldo, l’unico figlio di Palmiro Togliatti, rientrano nella seconda categoria: non per questo, però, la vita di quest’uomo è stata meno tragica e meno infelice.
Massimo Cirri racconta questa vicenda in un libro di grande interesse, Un’altra parte del mondo, pubblicato da Feltrinelli, inquadrando la vicenda di Aldo Togliatti nel periodo storico che va dagli anni Venti fino alla sua morte, avvenuta nel 2011 restituendoci, insieme alla storia del protagonista e della sua malattia, la personalità e la vita del padre, il grande capo comunista, come della madre, anche lei militante e parlamentare, e il clima culturale e politico che accompagna tutto il periodo, in Unione Sovietica prima e in Italia poi. 
In una sorta di anamnesi letteraria, Cirri ripercorre le tappe del progressivo isolarsi dal mondo di Aldo, la sua timidezza, le sue difficoltà a integrarsi e a trovare un ruolo adulto, la convivenza con la madre, l’aggravarsi della malattia e il lungo, desolante ricovero in una clinica privata. Ma la sua non è comunque una vita qualsiasi: perché Aldo è figlio di due rivoluzionari professionali, due militanti a tempo pieno, che hanno pochissime occasioni per dedicarsi a un figlio. Passa i primi diciott’anni in Russia, sballottato tra gli spostamenti dei genitori e poi parcheggiato a Ivanovo, un collegio destinato ai figli dei dirigenti comunisti. Un villaggio a un paio di ore da Mosca, dove Aldo sperimenta il rigore dell’ideologia e i metodi sovietici per creare l’uomo nuovo, il cittadino del mondo futuro, figlio dell’utopia comunista. Un collegio forse meno peggio di altri, un luogo persino privilegiato dove, almeno, malgrado si sia in tempo di guerra, non manca il cibo e gli insegnanti sono competenti.  Dobbiamo pensare però a un ragazzo fragile, che cresce senza vedere né il padre né la madre, che scrive loro lettere di solitudine e disperata richiesta di aiuto. Il lento accentuarsi di una tendenza all’isolamento che finisce per diventare patologica.
Al rientro in Italia, nel ’45, Aldo non riesce a superare lo scoglio dello studio universitario, trova un lavoro, lo lascia, dà i primi segni di squilibrio, viene curato nei migliori ospedali psichiatrici dei paesi oltre cortina, con metodi che possiamo solo immaginare; finisce per vivere a Torino, in una sorta di dipendenza forzata, con la madre; la cui morte è un altro trauma, dal quale non si riprende più. Passerà gli ultimi trent’anni (pare incredibile: trent’anni!) in una clinica di Modena, vicina al PCI, dove un incaricato del partito gli porterà ogni settimana le sigarette e la Settimana enigmistica, dove dei parenti della madre lo verranno a trovare solo sporadicamente e dove morirà, solo e dimenticato, a 86 anni.
Questa, in sintesi, la vicenda narrata da Massimo Cirri. Ma il libro ricorda anche il clima che si respirava nell’Unione Sovietica della guerra, la costruzione dei miti e degli eroi del regime, spesso inventati solo per creare esempi di fede assoluta negli ideali del comunismo. La continua revisione della storia e dei protagonisti della vita politica che, durante le purghe staliniane, gli studenti devono progressivamente cancellare dai libri di storia; la improvvisa sparizione di compagni di scuola, figli di dirigenti caduti in disgrazia, allontanati dai privilegi di Ivanovo.
E ancora la vita dei dirigenti comunisti in Italia, nel dopoguerra, quando Togliatti si innamora della giovane Nilde Jotti e lascia la moglie, Rita Montagnana. Uno scandalo non solo per l’Italia dell’epoca, ma soprattutto per il PCI, contrario al divorzio e alla convivenza degli adulteri. Una separazione che pesa certamente sull’equilibrio già instabile del giovane Aldo, ma che segna anche la fine della carriera politica della Montagnana, che pure era stata un’importante leader delle battaglie per l’emancipazione della donna e promotrice dalla giornata dell’8 marzo e del simbolo della mimosa: non sarà più rieletta, e il ritiro in un appartamentino a Torino, dove leggerà la Pravda fino alla morte, sono anche il segno di un modo assai brusco dei rivedere i ruoli in un partito ancora molto vicino ai metodi sovietici.
Ecco come la biografia di un uomo diventa così un po’ la storia di un partito, di un paese, di un’epoca. Fatti e persone che hanno segnato profondamente la nostra storia.

  
  (Da "L'immaginazione, novembre 2016)

Perché il latino?   Perché è inutile!


Chiamare morta una lingua scritta non più parlata è negare i poteri della letteratura, (…) è come dar fuoco agli Uffizi”. Chi arriva alle conclusioni di Viva il latino, di Nicola Gardini, sottotitolo Storie e bellezza di una lingua inutile, Garzanti editore, trova questa che, più che una conclusione, è un’ invettiva. Giustificatissima, a mio avviso, soprattutto dopo aver letto il testo che, a partire dall’analisi dell’incidenza del latino sull’italiano, passando per una ricognizione dei maggiori autori del nostro passato ci porta fino al latino medievale e alla (facilissima!) Vulgata di Gerolamo. Gardini spiega, assieme all’analisi della lingua di Cicerone, Cesare, Tacito e Tito Livio e alla poesia di Virgilio, Orazio, Ovidio e Lucrezio, per non citare che i maggiori, come il latino si sia evoluto, come sia arrivato alla perfezione ciceroniana pur mantenendo in autori come Sallustio una sua vitale duttilità, trasformandosi da una penna all’altra e seguendo la personalità degli scrittori.
Ripercorrere con Gardini le metafore virgiliane è un piacere che la scuola non ci aveva dato; rileggere con una guida così acuta l’Eneide ci rivela dettagli sintattici che non avevamo nemmeno notato; ricordare come Tacito sia allusivo, ometta verbi e congiunzioni costringendoci al tumulto della sua narrazione ce lo rende vivissimo (e ci ricorda alcuni incubi da versione in classe); tornare a “Tityre, tu patulae…” dà un senso di struggente nostalgia per qualcosa che è impossibile dimenticare. Ma è affascinante anche rileggere Lucrezio alla luce di un’analisi filosofica che al liceo non ci avevano illustrato, e Seneca, la sua distillazione di saggezza che vede al centro del mondo l’uomo e la sua natura spirituale. Una visione di sintesi che ci riporta a un mondo che ha saputo produrre più consapevolezza di quella che oggi abbiamo, di fronte alla caducità della vita e al modesto ruolo dell’uomo di fronte all’immensità della natura.
Ripercorrendo i grandi del passato Gardini scrive anche, a tratti, un’autobiografia letteraria che ce lo presenta, fin dalle medie, incoercibilmente votato al culto del latino. “Senza latino non sarei chi sono”, dice; e vien fatto di pensare che, anche se non abbiamo dedicato la nostra vita alla latinità, forse l’affermazione ci riguarda tutti. Perché da lì viene tutto quello che diciamo tutti i giorni; perché anche il francese, lo spagnolo, il rumeno sono lingue romanze; perché quando ci vortica in capo l’etimologia delle parole di uso quotidiano, “una parola italiana vale almeno il doppio”.
Gardini ci ricorda che il latino che impariamo a scuola è il latino letterario,una lingua artificiale, non quella che veniva parlata, e che nessuna lingua letteraria è mai stata parlata; esattamente come l’italiano di Manzoni non era certo quello che si parlava a Milano nell’Ottocento. Ma non per questo può essere considerata né morta né inutile. Ci ricorda anche che l’imponente mole di testi che ci arrivano dalla latinità non sono che una minima parte di quello che quella cultura ha prodotto. Ragionamento che ci ricorda che una lingua ha vita se ha una cultura ascendente, se ha una letteratura dietro di sé; e che la letteratura latina non solo esiste, ma ha lasciato una segno indelebile sulla letteratura italiana. Non ci sarebbero Dante, Machiavelli, ma anche Leopardi e Montale, senza le letteratura latina che avevano alle spalle.
Resta, in conclusione, il tema del sottotitolo. Lo studio del latino è utile o no? Le ragione usate abitualmente per affermare l’utilità del latino, dice Gardini, sono banali e forse anche controproducenti. Dire, come fanno gli “utilisti”, che il latino è formativo, che insegna a ragionare, che impone disciplina intellettuale, che forma la mente, è favorire gli “inutilisti”: sono qualità che si potrebbero attribuire ad altre materie e ad altre lingue. Bisogna invece pensare che la progressiva riduzione dello studio del latino è anche una riduzione dell’attenzione alla nozione stessa di letteratura, che invece è la parte più significativa del lascito della storia, quello che ci permette di sentire, con la freschezza delle emozioni e dei ragionamenti di chi ha vissuto una volta, la nascita del mondo in cui viviamo.

“Chi studia il latino, dice Gardini, deve studiarlo perché è la lingua di una civiltà, perché nel latino si è realizzata l’Europa”. E lì ci sono le basi della nostra identità. Ma il latino è anche bello: versatile, duttile, alle volte oscuro e retorico, ma pieno di stile, di storia, bello da capire, da abitare. E’ casa nostra. E se siamo quello che siamo è perché c’è la latinità alle nostre spalle, perché il Rinascimento è la riscoperta dell’antichità, e senza lo studio e la consapevolezza di quello che è stato non possiamo nemmeno vivere consapevolmente la modernità.

domenica 31 luglio 2016

          MARKARIS: GUARDARE ALLA GRECIA PER CAPIRE L’ITALIA

La caratteristica più originale dell’attempato commissario ateniese Costas Xarìtos, il protagonista dei romanzi di Petros Markaris, è di essere un uomo del Novecento, e di non avere né interessi né informazioni  culturali. L’unica lettura di cui si diletti è quella dei dizionari. Ne possiede alcuni e la sera, prima di dormire, si diletta ad aprirne uno e a leggere la definizione di una parola che non conosce. Da queste letture il commissario a volte trae ispirazione per cogliere l’elemento che gli permette di risolvere un caso. Ricordo un romanzo in cui Xarìtos si imbatte nel termine “ossimoro”, ne studia il significato, e improvvisamente capisce che, nell’indagine che sta compiendo, c’è la compresenza  contraddittoria di alcuni elementi, un ossimoro appunto, che però spiega tutto.
    In L’assassinio di un immortale, raccolta di racconti pubblicata dalla Nave di Teseo, troviamo storie diverse, ambientazioni disparate, intrecci complessi, con sullo sfondo i grandi problemi dei conflitti storici tra i popoli e la terribile crisi greca. Solo due dei racconti hanno come protagonista Xarìtos, ma sono di grande efficacia. Anche perché il commissario si trova a dover indagare in mondi per lui ignoti, la società letteraria e il mondo del cinema, e Markaris si diverte a farci capire quanto possano essere grotteschi i vizi e le mediocri ambizioni di chi vive nella speranza del successo intellettuale.
In un racconto, l’assassino se la prende con  i candidati all’Accademia greca, gli immortali, e Xarìtos si trova di fronte a un cadavere a lui sconosciuto. Il suo assistente gli dice trattarsi di un famoso scrittore e lui chiede come l’ha scoperto: “Su Wikipedia”, risponde arguto il giovane. “Se gli chiedo informazioni su cosa sia Wikipedia rischio di giocarmi tutta la mia autorevolezza”, dice tra sé Xarìtos.
Le vittime, come i sospettati dei delitti, sono scrittori affermati ma, scavando nelle loro vite, la polizia trova solo presunzione e arroganza, e dietro un’apparente bonomia, gelosie e violenti risentimenti. Delizioso il ritratto del romanziere pieno di sé, che scrive a penna nei caffè, dove ha un tavolo riservato e i camerieri lo conoscono e sanno i suoi gusti; esilarante l’autore che gira con un cappellaccio in casa, e disprezza tutti i colleghi; un cammeo quello dell’editrice, che definisce i candidati all’Accademia degni di Harmony. Qui Xarìtos finalmente è a suo agio, perché sua moglie gli Harmony li divora, e si sente preparato.
Non va molto meglio nel mondo del cinema, perché anche qui i protagonisti si credono dei padreterni, ma il mercato greco è modesto e tutto si risolve in produzioni sostenute dallo stato, che poco incassano al botteghino. Ma  quando un regista ha il sostegno del Centro cinematografico greco, tratta i collaboratori come servitori, spadroneggia e non accetta suggerimenti da nessuno. Che qualcuno finisca per ammazzarlo a colpi di travertino non stupisce nessuno.
C’è, in questi racconti di Markaris, l’ironia di chi gli intellettuali li conosce bene. Sa quanto possano gonfiarsi di autostima e chiudersi in se stessi, e non abbiano il senso dei limiti del proprio valore. Il confronto con il semplice e intuitivo commissario è amaro e induce a poco entusiasmanti paragoni con il nostro paese.
La propensione dell’intellighentsia a organizzarsi in circoli che hanno la funzione di promuovere solo chi ne fa parte, escludendo dalle preziose collaborazioni – al cinema, alle riviste,  ai mezzi di comunicazione - chi non è funzionale alla conventicola, è una delle caratteristiche più deprimenti del mondo della cultura italiana. Pochi gli scambi tra autori, difficile che ci sia rispetto e interesse per il lavoro e le idee di chi non fa parte del “giro” giusto. Raro che si dimostri interesse per autori emergenti. E, ancora, divaricaz[UW1] ione per i legami con le forze politiche, i gruppi editoriali, le alleanze che determinano la distribuzione dei premi più prestigiosi e persino le diverse provenienze regionali.
Markaris si limita a descrivere una società culturale molto simile alla nostra: autoriferita, provinciale e senza consapevolezza né del proprio valore né dei propri compiti. Il senso ultimo di quel disegno è che chi ha il privilegio di avere un ruolo tra chi può trasmettere idee, narrazioni, fascinazioni letterarie e  visuali, semplicemente non ha il senso ultimo di quello che è il lavoro più interessante che un uomo possa compiere.
Non è un caso che uno dei protagonisti di Markaris concluda: “Chi, in questo paese, prova ad avere successo senza raccomandazioni e maneggi è un potenziale assassino”. Un po’ esagerato, per l’Italia; ma lo schema è  quello. Pure, sarebbe bello se gli intellettuali fossero meno individualisti e avessero interesse per il mondo che li circonda. Ma forse è difficile porre rimedio.

                                                          Da "L'Immaginazione", settembre 2016




                                             Tra tecno entusiasti e tardoumanisti

Ma cos’è la disintermediazione? “L’eliminazione di intermediari dalla catena distributiva di beni o servizi”, recita il dizionario. Dunque un fenomeno di eliminazione di passaggi intermedi tra chi produce e chi consuma. Il fatto che oggi si usi spesso il termine a proposito dei nuovi media, però, non ha a che fare solo con merci, musica, video e giochi, ma anche con informazioni, idee e giudizi. Con la conoscenza, il sapere, in parole povere. E che, con l’uso del web, si possa comprare proficuamente tutto senza mediatori è vero; ma se parliamo di conoscenza? Della disintermediazione negli scambi culturali si discute e si sa poco; ed è quindi particolarmente prezioso l’ultimo libro di Giorgio Zanchini, Leggere, cosa e come, sottotitolo: Il giornalismo e l’informazione culturale nell’era della rete, Donzelli editore, che a questo problema è dedicato.
Anticipiamo che, dopo una accurata descrizione, ricchissima di dati, di come avvengono oggi gli scambi culturali, Zanchini conclude che non abbiamo né il tempo né la preparazione per leggere tutto quanto la rete ci propone, e che quindi di mediazione c’è ancora bisogno. E che “i nostri saperi sono troppo incerti per affrontare da soli (…) l’oceano di impulsi, informazioni, opinioni che la rete ci squaderna davanti”. Aggiunge però che i meccanismi stessi della rete hanno messo in discussione i mediatori tradizionali: giornalisti, intellettuali, critici. E che nuove forme di intermediazione si sovrappongono a quelle tradizionali, per le quali gli onnivori, i consumatori indefessi del web, hanno sospetto se non vero e proprio rifiuto. La crisi di credibilità dei mediatori culturali tradizionali è certo in parte giustificata. La società letteraria che domina i supplementi culturali della carta stampata è un mondo spesso elitario, autoriferito, viziato da condizionamenti interni, che parla a una platea ristretta. In rete, invece, proliferano blog di critica letteraria, di gruppi di lettura, di giudizi spontanei. Quello che una volta passava attraverso il passaparola verbale oggi passa attraverso i luoghi deputati in rete, i “media partecipativi”. E questo ha anche ridotto il principio di autorità, rivoluzionato i criteri del giudizio, erodendo la separazione tra alto e basso, cancellando i confini tra impegno ed evasione.
Chi sono, dunque, i nuovi mediatori? Il pubblico,la collettività, i consumatori, dirà chi è convinto delle caratteristiche di indiscussa democraticità della rete. Sono Google, Amazon, Facebook e Microsoft, ma soprattutto il mercato, dirà invece chi, come Asor Rosa, è convinto che questo sia il tramonto della modernità. E il rifiuto della mediazione produrrà una cultura più libera e più diffusa, una nuova intelligenza collettiva, o favorirà la nascita di una generazione di semianalfabeti, sempre connessi ma titolari di un sapere sconnesso, che non sanno leggere un libro ma, poiché passano ore davanti ai dispositivi elettronici, sono convinti di essere bene informati sul mondo in cui vivono?
Cinquantadue anni fa Umberto Eco, affrontando il dibattito aperto dallo sviluppo della cultura di massa, ha coniato la definizione di apocalittici e integrati per identificare chi di quella rivoluzione era un sostenitore acritico e chi la riteneva un fattore di drammatico declino. E sosteneva che solo chi studia con serietà i fenomeni  della comunicazione può descriverne la qualità, perché ogni novità comporta cambiamenti, anche negativi, ma non può essere né rifiutata né arrestata. Zanchini riparametra a oggi quella divisione e parla di “tecnoentusiasti” e “tardoumanisti”, due categorie altrettanto estremizzanti e poco utili a definire il cambiamento in atto, che finiscono per accentuare la separazione storica tra consumatori e professionisti della cultura.
Sarebbe bello e auspicabile che quei due mondi si integrassero, ma la sensazione è che, invece, si guardino “con sospetto, contrapposta altezzosità o disinteresse”.
Innegabile, in definitiva, che la rete sia anche uno spazio di riappropriazione dei contenuti da parte dei fruitori, un’occasione per recuperare autonomia di giudizio e capacità di analisi. Ma vero anche che bisogna essere in grado di verificare le fonti, distinguere le semplici opinioni dalle analisi ragionate. E che, se i lettori oggi non sono più soltanto passivi, la conoscenza, la competenza, lo studio, la passione di chi sui testi ha lavorato non per questo sono diventati inutili, né la funzione critica può essere considerata soltanto l’elitaria pretesa di imporre un sapere oligarchico. “Il mediatore resta a mio avviso una figura decisiva per un’appropriazione controllata delle forme culturali altrui”, conclude Zanchini, ricordando che “C’è un briciolo di umiltà nell’affidarsi ai mediatori”. E, aggiungo io, un briciolo di arroganza nel rifiutarli in blocco.




giovedì 23 giugno 2016

INDAGARE E' CONOSCERE

C’è chi insiste a dire che in Italia si scrivono troppi gialli, che non rappresentano la realtà italiana, che non sono veri romanzi, che la letteratura è tutt’altra cosa. Mi chiedo: ma dove vive, cosa legge, questo cenacolo di uomini eletti, che ama solo la letteratura alta e colta. E, soprattutto, dove la trovano, la letteratura alta e colta? Certo non tra i romanzi “duri”, tutti citazioni erudite, autoanalisi, flusso di coscienza, realistica rappresentazione dei popoli dell’abisso e del deteriorarsi delle classi dirigenti. Lì, a mio avviso, da molti anni a questa parte, si trovano solo sterili esercizi di autofiction, descrizioni di descrizioni. Né alte né colte.
Se è vero, poi, che in vetta alle classifiche troviamo spesso dei noir, dei gialloni muniti di robusta trama sanguinolenta e di un congruo numero di cadaveri, ma scritti in modo sciatto, con la scrittura compiaciuta e quegli artifici linguistici che sono i tipici prodotti delle scuole di scrittura creativa, è bene ricordare che c’è anche altro, e di meglio. Libri che magari non arrivano in vetta alle classifiche; se i critici leggessero, invece di guardare le classifiche, se ne accorgerebbero.
Un giallo di raffinata scrittura, che racconta con efficacia una vicenda anni Cinquanta, ambientata in Liguria, è I garbati maneggi delle signorine Devoto. Ovvero, un intrigo a Sestri Ponente, di Renzo Bistolfi, pubblicato da Tea. Non solo i personaggi, ma la lingua, i dettagli, l’ambientazione sociale, sono una perfetta fotografia di quel tempo. Tre sorelle, zitelle, una cieca, figlie di una famiglia borghese decaduta, vivono una vita di decorosi risparmi nella casa di famiglia, a Sestri. Ma qualcuno cerca di cacciare loro e i tradizionali abitanti della piccola comunità di palazzine e villini della periferia bene. Ci sono amministratori ambigui e spregiudicati, giovanotti che esibiscono il primo benessere del dopoguerra, fanciulle che cascano nella trappola delle apparenze, e soprattutto una vecchietta che rischia, oltre che il suo benessere, addirittura la pelle. Le signorine Devoto, indagano e arrivano a una conclusione imprevista e clamorosa. La trama è tesa e piena di sorprese, la costruzione un meccanismo perfetto; ma è il clima, i profumi di vecchi merletti e di brodini di magro, le conversazioni in parrocchia e i tè con amiche e conoscenti che costituiscono il nerbo del racconto. Difficile essere più acuti nel cogliere il delinearsi di un ceto affamato e moralmente disinvolto che vuole la sua parte del benessere che cresce nel paese, agli albori del boom economico, e la occhiuta e rigorosa vigilanza delle terribili vecchiette, tanto piene di tradizione, superstizioni e pregiudizi, quanto capaci di cogliere i segni del degrado incipiente.   
Non troppo dissimile, per l’ambientazione provinciale e per la capacità dell’autore di descrivere un clima e un ceto abitualmente invisibile, è La copia infedele, di Stefano Trinchero, 66thAnd2ND. Qui l’ambientazione è contemporanea, il luogo è Torino, ma originale è chi indaga: Riberto, un giornalista sportivo, specializzato nel seguire la terza squadra di calcio torinese (dopo Juve e Toro, non può che essere una formazione molto marginale). Un cronista un po’ indisciplinato, piuttosto alcolico, capace di aggressività, molto autonomo nella sue scelte professionali e sempre in attrito con il direttore.
Il caso da cui parte la vicenda è un incidente automobilistico, in seguito al quale un calciatore rimane in coma. Riberto è costretto a indagare. Non è il suo mestiere, ma l’uomo è cocciuto, e inizia a seguire un pista che risulta esatta  e pericolosa. Mentre alcuni balordi tentano di farlo fuori, la trama ci porta nelle zone oscure dei periti e dei liquidatori delle assicurazioni. Non anticipo altro. Quel che conta però è la scrittura, pulita e ricca di dettagli; il disegno dei personaggi, uno più curioso dell’altro, un piccolo universo di sfigati, di impiegati infedeli e di funzionari bigotti e testardi. E lo sfondo di una Torino che non è più né la capitale sabauda né la città-Fiat, ma una metropoli postmoderna, senza personalità, piena di piccoli trafficanti che si arrangiano al margine della legge (e oltre), di artisti falliti, di paesaggi urbani devastati e sconsolanti. Forse qualcosa che avrebbe potuto far intravvedere gli ultimi risultai elettorali. Perfetta, infine, la descrizione della vita di redazione di un giornale. Terribile, come oggi accade.

C’è, in questi due libri, come in tanti altri usciti negli ultimi anni, una vivacità letteraria, uno sguardo analitico, una visione critica del presente che i più raffinati intellettuali che descrivono senza  ironia il proprio mediocre e limitato mondo non riescono nemmeno a sfiorare. Lì, secondo me, nell’indagine, nel peregrinare dei detective più o meno improvvisati, c’è lo sguardo più lucido sulla contemporaneità che abbiamo avuto in questi anni.

                                                   Da'"l'Immaginazione", Maggio-giugno 2016 

venerdì 8 aprile 2016

DONCHISCIOTTISMO E DINTORNI

Sono rari i personaggi letterari diventati emblematici, proverbiali; in sintesi,degli eroi eponimi, il cui nome rappresenta un modo di essere, una caratteristica psicologica, un archetipo umano. Lo sono Ulisse, come Madame Bovary o Oblomov: personaggi nominando i quali ci riferiamo inequivocabilmente a un paradigma originale. Diciamo odissea per parlare di qualunque sperdimento, bovarismo per ogni aspirazione velleitaria, oblomovismo per l’accidia e la pigrizia più perniciosa. E’ certamente un eroe eponimo anche Don Chisciotte, e non è un caso se ancora oggi, a quattro secoli dalla morte di Cervantes, parlare di “donchisciottismo”, di “battaglie contro i mulini a vento” comunica immediatamente, a tutti, un significante univoco, ampio e profondo.
Eppure Don Chisciotte non è solo un folle, impegnato in uno sventato tentativo di rinnovare le gesta dei cavalieri erranti, e quindi destinato a sicuro fallimento. Certo, la sostanza del romanzo è spesso pesantemente ironica, il “cavaliere dalla triste figura” le prende da tutti, si umilia davanti a personaggi squallidi, è oggetto di scherzi e beffe atroci. Come può succedere, però, probabilmente il personaggio ha finito per andare oltre gli stessi obiettivi dell’autore e Don Chisciotte, nato come macchietta sprovveduta e ridicola, finisce per essere un personaggio drammatico, e per agire in uno schema di conflitti e di contraddizioni che vanno molto al di là della superficie comica che era forse il limite che Cervantes si era posto.
Accade innanzitutto per la dinamica che si crea tra il cavaliere e l’improbabile scudiero: Chisciotte e Sancio sono eredi e progenitori delle coppie oppositive, dei “doppi” che popolano la letteratura. Da Don Giovanni e Leporello fino ad Agilulfo e Gurdulù, la dialettica servo/padrone ha prodotto una sorta di cartina di tornasole per i personaggi letterari nei confronti della realtà. Tanto sono assurdi e romanzeschi i padroni, tanto sono coi piedi per terra i servitori. Tanto sono utopistici e idealistici i valori dei ceti superiori, tanto riportano alla dura realtà quotidiana le materialistiche sensibilità degli scudieri. Insieme, costituiscono gli elementi inscindibili della sostanza dell’uomo. Ed è quello che tratteggiano anche  Chisciotte e Sancio.
Ma accade anche nella rappresentazione dell’eclisse di un ceto: l’aristocrazia, alla fine del Siglo de oro, è in crisi, non ha più né il ruolo né l’autorevolezza avuta fino allora. Le spade e le lance non possono nulla all’apparire della polvere da sparo; l’eroismo cavalleresco si cancella, nel fumo e nel frastuono delle battaglie combattute a colpi di cannone. E la fuga nella lettura dei romanzi cavallereschi di Chisciotte è il sintomo di questo declino. Come lo sono i paesaggi sociali nei quali il viaggio picaresco dei due antieroi si compie. Nelle sue avventure, Chisciotte si confronta con osti, galeotti, contadini, porcare, prostitute, pastori e barbieri. Tutta un’umanità brulicante, che il sognatore Chisciotte scambia per la proiezione di un mondo nobiliare in via di estinzione; mentre sopravviene un ceto popolare, duro e cinico, spesso violento, che prende a calci l’emblema del conflitto di classe: il perdigiorno Chisciotte, smarrito nella difesa di un ruolo obsoleto.
In questa prospettiva tragicomica, Chisciotte finisce per esser, molto modernamente, alienato: non solo per la fuga dalla realtà, ma anche perché sente il vuoto che ha intorno, soffre la mancanza di senso, si confronta con il nulla che rimane, una volta smarrito il proprio ruolo.

Ecco, l’emblema del combattente contro i mulini a vento che è arrivato fino a noi non è solo quello della macchietta che affronta sfide insensate, che non può comunque vincere. E’ anche quello dell’uomo solo, insoddisfatto, di fronte all’enigma della vita, che deve inventare ideali utopistici per sostituire il nulla che sente dentro, una volta persi i punti di riferimenti della tradizione e del passato.   

                                                                                                da "IL LIBRAIO", aprile 2016

martedì 1 marzo 2016

ABBIAMO SOGNATO CHE ERANO FINITE LE GUERRE
E CI SIAMO RISVEGLIATI CON I CONFLITTI ASIMMETRICI

“Il sistema internazionale sta entrando in una condizione di anarchia che non può promettere niente di buono”. Questa l’osservazione che Luigi Bonanate pone a provvisoria conclusione del suo ultimo saggio, Anarchia o democrazia, Carocci editore. Non è difficile seguire il ragionamento di Bonanate: per secoli si è ritenuto che solo all’interno degli stati si potesse evitare la risoluzione violenta dei conflitti, mentre tra gli stati regnava un’anarchia internazionale, che non poteva non suscitare guerre. Nell’89 il crollo del regime sovietico ha dimostrato che si possono produrre clamorosi mutamenti politici anche senza guerre, e questo ha cambiato il paradigma interpretativo dei rapporti tra gli stati. Ma quella mutazione, lungi dal produrre un nuovo ordine, ha prodotto una nuova, e incontrollata, anarchia. Le guerre non sono sparite, ma sono più subdole: spesso sono guerre civili, non vengono dichiarate, possono durare anni, a bassa densità, non si sa nemmeno se e quando finiscano, sono asimmetriche, vedono in conflitto non più gli stati tra loro ma schieramenti internazionali contro nazionalismi esasperati e fondamentalismi religiosi, o almeno contro la volontà di potere e di controllo del territorio che nascondono.
Bonanate ci conduce nell’analisi dell’origine dei conflitti, ed è convincente quando afferma che la bellicosità degli stati è inversamente proporzionale alla loro democraticità. Quando si chiede perché gli USA abbiano condotto guerre insensate e dannose, come quelle in Afghanistan e in Irak, risponde che non basta tenere libere elezioni per avere una democrazia sostanziale, che evidentemente è la democrazia degli USA che ha avuto un periodo di declino, e non il pacifismo democratico. E che la manipolazione dell’opinione pubblica può orientare fortemente in senso bellicista una nazione.
Le conclusioni non sono confortanti. Anche se una ragione per non disperare, dice Bonanate, c’è: è la democratizzazione dei rapporti tra gli stati, che è l’unica strada che può garantire la pace.
Completata la ricognizione scientifica, e quella di Bonanate è impeccabile, credo si debba riflettere su quello che ci riguarda direttamente. Che dobbiamo fare, noi? La persistenza dei conflitti, una volta archiviata la guerra fredda, è  alla base delle nostre insicurezze, del risveglio dei nazionalismi e anche di alcuni rilevanti problemi economici. La drammatica situazione del Medio Oriente è certo in parte dovuta agli errori degli USA e dell’Occidente tutto, ma anche e forse soprattutto alla lotta per il potere in atto tra fazioni e nazioni islamiche. La maggior parte delle vittime sono civili arabi, e l’esodo della popolazione, che si riversa negli stati europei, è un dramma che noi non siamo preparati ad assorbire, ma rappresenta soprattutto un germe di violenza e di instabilità internazionale che può durare decenni, se non di più. Nel Nordafrica le primavere arabe, se si eccettua il caso della Tunisia, si sono dissolte in una guerra civile diffusa o nel rafforzamento di assolutismi e dittature militari. E i conflitti all’interno degli ex stati satelliti dell’URSS, infine, sono lontani dall’essersi risolti.
Per chi ha sognato che la morte delle ideologie e la fine del confronto tra i due blocchi avrebbe aperto un periodo di pace e di benessere, non è un bel risveglio. Credo che anche gli americani si siano convinti ormai che esportare la democrazia formale con le armi non sia una soluzione, specie in paesi che hanno ancora un forte ancoramento a ideologie teocratiche, e che vedono i processi  democratici come una negazione dell’intangibilità delle leggi divine. Bombardare assassini e tagliagole può essere un tentativo di aiutare le fazioni meno violente; ma non è detto, e non ci procura simpatie.
Qualcosa, però, qui e ora, a me pare si possa e si debba dire. A me pare che la difesa a oltranza dei confini nasconda una strisciante tendenza a riaffermare la purezza delle etnie nazionali. Che i muri servano solo a difendere i privilegi del benessere raggiunto per paura di doverlo condividere con rifugiati che non hanno nulla da perdere. E che, mentre la crisi demografica dei paesi occidentali mette a rischio le nostre economie, sbagli chi soffia sulle braci della paura del diverso e del razzismo sotterraneo che riprende vigore.

Non possiamo imporre ad altri la nostra cultura, ma almeno non dovremmo rinunciare alle conquiste morali e culturali che hanno caratterizzato gli ultimi settant’anni di vita dell’Europa. Quella che possiamo opporre, alla preoccupante anarchia di cui parla Bonanate, è una battaglia politica e culturale. Non vorrei che domani, come possiamo fare noi oggi pensando alla miopia della generazione che ha dato credito e consenso al fascismo, fossimo accusati dai nostri nipoti di essere stati ciechi di fronte al rischio di collasso della democrazia europea che avevamo sotto gli occhi. 

                                                                                                          Da "L'Immaginazione", marzo 2016